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Il mercato dell’arte ed il dialogo interculturale

L’ARTE AFRICANA E LE SUE INFLUENZE SUL NOVECENTO EUROPEO

Di Laura Moreschini

Si parla dappertutto della necessità di dialogo interculturale.

E’ uno slogan, una retorica, un programma politico, un obbligo morale?

Possiamo dire che per il mercato dell’arte questo dialogo è gia da tempo uno stato di fatto, un modo di manifestare una curiosità intellettuale a tutto campo che antiquari, collezionisti, studiosi ed appassionati mettono in pratica da sempre. Senza prevenzioni, anzi come una volta ha scritto EOS, “senza precauzioni”. E gli operatori del mercato dell’arte questa operazione culturale la praticano, come sempre, senza vantarsene troppo, come uno stato naturale, una vocazione, che hanno quelli che le cose più che dirle e proclamarle le fanno, e basta.

Così da un paio d’anni a questa parte abbiamo visto, soprattutto a Milano, antiquari e case d’asta, proporre arte orientale antica, cinese giapponese, tibetana. Ed è stato un successo. Come del resto successo hanno avuto le battute d’asta di Roma quando ci sono stati interessanti lotti di arte orientale.

Il mercato dunque fa, propone materialmente il dialogo interculturale.

Ed ora è la volta dell’arte africana.

Mi raccontava un antiquario di altra generazione, mentre preparavamo l’esposizione per la vendita di Arte Africana che faremo a giorni: ad Aste Babuino “ Sa Laura, proprio qui a via dei Greci ci fu all’inizio degli anni sessanta una piccola mostra di arte africana,  pochi pezzi scelti, che tornammo in tanti a rivedere e studiare, tanto fu grande la suggestione. Ricordo che c’erano Turcato, Monachesi, la Roma intellettuale di quegli anni, e dei ragazzini che si imbucavano a queste inaugurazioni, e che tornavano il giorno dopo coi libri di scuola sotto il braccio, e che si chiamavano Maurizio Marini, Massimo Puglisi... Oggi sono personaggi noti nel campo della storia dell’arte, dell'antiquariato  e del collezionismo.  Fu li che prendemmo il primo contato dal vivo con l’arte Senufo o Bambara. C’era un cataloghino minimo, poche pagine con le illustrazioni in bianco e nero, il colore in quei tempi era un lusso, oggi raro e introvabile. Poi il filone non ebbe gran seguito, anche perché il materiale da esporre per fare delle mostre era pochino , ma sapevamo quanto questa arte aveva influenzato la cultura del Novecento, quella che molti ancora nemmeno accettavano, ma eravamo curiosi e la Roma di quegli anni era una città davvero aperta culturalmente. E poi, con la negritudine, arrivò anche la poesia e poi la musica, ma fu un decennio dopo. Ma sculture africane non se ne videro quasi più per un pezzo.”

 

Dunque, ora sembra giunto il momento di riscoprire la stilizzazione estrema con cui gli artisti dell’Africa Nera rappresentarono uomini ed animali che colpì tanto Picasso che gli altri artisti suoi contemporanei, protagonisti delle avanguardie storiche, come Matisse, Kirchner, Modigliani, Brancusi, Klee, Heckel, Braque, Max Ernst.

La scoperta dell’arte nera da parte loro, fu sollecitata dalla suggestione che aveva esercitato la retrospettiva di Cezanne del 1906. Picasso fu colpito dal fatto che gli artisti africani cercassero di realizzare una vera rappresentazione dell'essere umano e non soltanto di un'idea di esso, generalmente sentimentale.

   

Ma è altrettanto vero che spessissimo gli artisti africani investivano le loro rappresentazioni di significanze allegoriche, magiche ed esorcizzanti, evocative specie nei feticci e nelle maschere propiziatorie. I loro manufatti erano prodotti legati alle esigenze di culto dei vari popoli o etnie, che spesso per via dei confini coloniali risultano suddivise tra varie nazioni. La produzione artistica espressa dagli antichi regni, da quelli nigeriani, della savana, del Camerum e congolesi, che tuttavia non può essere definita attraverso precisi "movimenti artistici", era costituita prevalentemente dalla rappresentazione di personaggi regali o di corte.

Tuttavia, non si conoscono nomi di artisti per quegli oggetti che avevano anche loro sicuramente una destinazione tribale. Infatti, presso tutti i popoli la produzione di oggetti era finalizzata all’uso comune e diffuso, come gli scranni, le porte, i pali-pilastro, gli sportelli di granaio, oggetti quasi sempre caratterizzati e decorati dai simboli e dagli emblemi scolpiti delle varie etnie. Le maschere e le statue, che raffigurano spesso gli antenati, nella concezione animistica di questi popoli, sono manufatti più ricercati, mentre quelli che hanno caratteri tribali molto marcati, come i feticci, sono per superstizione meno appetibili.  

 

Lo stesso Picasso, proprio nell’opera “Le Demoiselles d’Avignon”, che apre la strada al cubismo, si serve delle ‘deformazioni africane’; mentre la figura di sinistra ha il volto ispirato a una maschera “Dan”, le due di destra hanno volti desunti da maschere congolesi, “Songe” quella superiore e “Pende” quella inferiore. Oppure nella celebre “Testa di toro” formata dal sellino di una bicicletta come testa e dal manubrio come corna; il tutto di evidente derivazione dalla maschera “Antilope” dei “Bambara”.

 

 

 

Anche di recente, tuttavia, molti artisti italiani astratti e figurativi, tra cui Corrado Cagli e Giuseppe Guerreschi, hanno attinto da quel mondo lontano, dalla sua assoluta libertà formale, dalla sua forza plastica, dalla sua astrazione e dalla sua magia.

 

 

 

 

 

 

Fu così che, fin dagli inizi del novecento, i principali collezionisti furono gli artisti stessi, gli intellettuali ed i mercanti legati al mondo artistico, quali Apollinaire, Derain, Picasso, Matisse, Cocteau, Kirchner e tanti altri.

 

Anche il collezionista oggi apprezza l’arte africana, perché trova potenti suggestioni di libertà compositiva e di espressività istintuale.  I grandi collezionisti si trovano oggi principalmente negli USA e nei paesi europei che avevano colonie nella fascia dell’Africa Nera, anche se oggi il collezionismo della produzione scultorea africana si sta imponendo in tutto il mondo. In Italia, uno su tutti, è stato Gianni Agnelli.

 

 

 

 

Ma soprattutto nell'ultimo decennio si sta assistendo ad una rivalutazione dell'arte africana, poiché a partire dagli anni ’60, l’arte africana quella vera e tribale non è più stata prodotta, mentre gli oggetti prodotti risultano spesso spuri e di contaminazione mercantile. Quindi, più aumenta la sua conoscenza e più aumenta la sua richiesta da parte del collezionismo. Di conseguenza il suo valore è destinato a crescere.

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