| IL
CAIMANO
Il principe è tornato vagabondo |
Di Mauro Diluca
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Nanni Moretti non fa più politica e il sottoscritto non è solito seguire programmi come otto e mezzo, senza volerne a Gad Lerner. Sembra però che se gli italiani non hanno smesso affatto di guardare la tv e Moretti ha modo di concentrarsi sull’amore e sul cinema, succedono almeno due cose: 1) Esce un film bello e interessante che parla anche di politica e parla bene di politica, perché si pone fuori dagli schemi dell’osceno siparietto elettorale italiano 2) Nonostante l’ultima mia affermazione, nel Belpaese si fa la fila per “Il caimano”, che certo non è cinema di effetti speciali (non solo!) e entertainment.
Quando sono andato io a vederlo, nel centro di Milano alle tre del pomeriggio di un giorno feriale, c’era tra la folla all’uscita anche Milva che discuteva con gli anziani spettatori. C’erano parole e sguardi che prima di annunciarsi pro o contro a questa o a quella idea di Berlusconi, hanno dovuto per forza di cose riflettere sul complesso soufflè narrativo e esistenziale che Moretti aveva appeno loro cucinato. Questo è il risultato più bello per chi ama l’arte e il cinema. “Il caimano” è probabilmente il film più maturo di Nanni Moretti. Intanto, come è stato per Woody Allen e il suo ultimo “Match point”, anche nel film di Moretti esce (quasi) completamente di scena l’elemento più importante e ingombrante dei lavori precedenti: sé stesso. E il risultato, decisamente, paga. Grazie a ciò abbiamo infatti un film che non si guarda allo specchio, ma che guarda dentro e vede –amaramente- avanti, mostrandosi capace di dissacrare, emozionare e ragionare con intelligenza e stile. Come nella fulgida e rapida apparizione (probabilmente la scena più bella), quasi sacra, da giocosa icona del cinema italiano contemporaneo, di Moretti stesso, che sembra uscito fuori paro paro da Bianca, quasi una sorta di comica e addolorata madonna. Altri passaggi, nelle quasi due ore di pellicola, sono invece faticosi e un po’ forzati, ma si rivelano accettabili nel contesto generale, perché dipinti a nuovo con gusto e comicamente piuttosto gradevoli. Pur restando uno “zuppone” piuttosto elaborato e di non immediata digestione, “Il caimano” sembra integrare ogni spunto, ogni parte dell’autore con grande armonia. E’ apprezabile per l’uno e per l’altro motivo: equilibrato e nitido da una parte, complesso e bizzarro, a tratti geniale, dall’altra.
Un aspetto molto particolare e piacevole del film è l’alta densità di presenza di camei, citazioni, storie nelle storie, cambi di ruolo e prospettiva, sovente in ambito squisitamente cinematografico. Dopo la visione delle prime scene, per esempio, qualcuno ha sussurato che Moretti ora apprezzi Cronenberg e il genere splatter, mentre più avanti si mostra entusiasta di Miyazaki (giustamente perché è un Mostro del cinema…ma da Moretti chi se lo sarebbe aspettato?). E’ da sottolineare poi la bella fotografia attraverso cui il regista incornicia con devozione ogni personaggio e ogni emozione, sottolinenando la preziosità di tutto ciò che è amore, di tutto ciò che è umano, nel bene e nel male. Anche la colonna sonora è una componente del film che porta gradevoli novità: se già ne “La stanza del figlio” Moretti si dimostrava cresciuto accettando la lingua inglese nei testi delle canzoni, ne “Il caimano” si balla perfino il Rai nordafricano. Se questo è lo stile, il filo, scelto da Moretti, l’imbastitura non poteva essere meno brillante. La sceneggiatura, pur componendosi sul classico schema film nel film, è spiazzante e ben montata. Apertura: è l’ultima scena del film “Cataratte”. Un matrimonio del PMLI con omicidio a colpi di forca perpetrato dall’eroina anticomunista (Margehrita Buy) che, nel film che contiene il film, si scopre essere la moglie del produttore di b-movies al pari di “Cataratte” Bruno Bonomo: che è a sua volta il protagonista del film di Moretti. Il signor Bonomo (interpretato ottimamente da Silvio Orlando) viene descritto come l’uomo che ha “il merito di aver dato un’alternativa al cinema d’autore in Italia” e, spiegherà poi lui stesso, è uno che non vota sinistra. Moretti non ragiona didascalicamente sul come e il perché sia proprio costui ad essere scelto dal destino (nella figura della neofita cineasta lesbica, interpretata dalla brava Jasmine Trinca) per realizzare un film su Berlusconi. “Ma perché nessuno lo ha fatto finora?” si chiederà con l’entusiasmo del produttore che ha in mano il copione per rilanciare la sua attività. Forse perché Berlusconi possiede proprio tutto, eccetto la piccola e in rovina casa di produzione del signor Bonomo? Non solo. Il film è amabilmente più sottile, amaro e autobiografico. Bruno sta separandosi dalla moglie e il suo teatro di posa sopravvive solo grazie alle televendite, nonostante (o proprio perché) egli sia rimasto uno dei pochi padroni del proprio lavoro e dei relativi mezzi di produzione presenti in Italia. Uno che non è schierato politicamente, sognatore, coraggioso, drammaticamente incapace di accettare la solitudine. Un terreno povero ma potenzialmente fertile in cui la giovane Trinca proverà a far germinare il suo progetto cinematografico. Il racconto prosegue alternando attori, registi, produttori che interpretano sé stessi, oppure no, spesso prendendosi in giro (Michele Placido e lo stesso Moretti, davvero bravi e divertenti) mentre vengono coinvolti nel progetto de “Il caimano”, che è appunto il titolo della sceneggiatura ispirata a Berlusconi della giovane cineasta alias Jasmine Trinca. Un viaggio d’amore nel mondo del cinema e nella passione civile. Parallelamente c’è la vita affettiva di Bruno. La difficile separazione dalla moglie e dai figli, per cui nutre un amore e un attenzione sconfinati, forse eccessivi, di cui i piccoli portano già qualche segno grottesco. Il naufragio, sia del progetto cinematografico, che della vita di Bruno, è prossimo. Tutto si crea e tutto si distrugge; pezzi della produzione e del cast abbandonano l’avventura, Bruno deve trasferirsi in un residence per vedere i suoi bambini ed è perseguitato dalla banca verso cui è debitore. Nel bel finale, inquietante, ancora un salto narrativo, un altro contenitore, un compromesso, la proiezione degli “ultimi dieci metri” di pellicola della storia di Bruno e della storia della nostra benedetta Italietta e del suo manager Silvio Berlusconi. Forse si capirà già ora come questo film non muoverà un solo voto. Con buona pace di Capezzone&Co. Questo preciso fatto, nella nostra italietta, oggi è condizione necessaria per avere un bel film che parla al cuore e alla società? Questa è in sintesi la tristezza di Moretti nel finale del film. Questa è la sconcertante realtà.
pubblicato on line il 28 marzo 2006
A ROMA
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