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28.04.2006

DE PISIS A FERRARA

di Lorenzo Mazzi

Le Foto: F. de Pisis, Le cipolle di Socrate, 1927, olio su cartone, cm 55 x 42,5, Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea "Filippo de Pisis", dono della Fondazione Giuseppe Pianori; F. de Pisis, La coupole, 1928, olio su cartone, cm 54 x 45, Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea "Filippo de Pisis", Collezione Manlio e Franca Malabotta; F. de Pisis, La bottiglia tragica, 1927, Olio su cartone, cm 53,8 x 66, Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea "Filippo de Pisis", donazione Franca Fenga Malabotta, 1996, inv. 2764; F. de Pisis, I grandi fiori di casa Massimo, 1931, Olio su cartone, cm 104 x 76, Ferrara, deposito della Fondazione Carife; F. De Pisis, Natura morta col martin pescatore, 1925, Olio su cartone, cm 46 x 71,5, Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea "Filippo de Pisis", acquisto del Comune di Ferrara, 1998, inv. 0640.

Filippo de Pisis nacque a Ferrara nel 1896 (e morì a Milano nel 1956). Nella sua stessa città natale avvicinerà poi, nella seconda metà degli anni Dieci, in uno degli incontri che segneranno la sua esistenza, i padri della pittura metafisica: De Chirico, Savinio e Carrà. Ma i frutti di quell’esperienza maturarono più tardi, negli anni di Parigi.

Nel 1920 si trasferì infatti dapprima a Roma, lavorando alla definizione di un proprio linguaggio figurativo. Esiti pittorici interessanti in quel periodo non mancano, ma è a Parigi, dove si stabilì nel 1925, che raggiunse la piena padronanza dei suoi mezzi, avviando il suo itinerario nella pittura del Novecento: il suo pennello come una sorta di “sismografo”, capace di registrare con immediatezza ciò che accade nell’attimo dell’incontro tra la sensibilità dell’artista e l’emozione che gli procurano le cose.

Fu così per tutto il quindicennio trascorso a Parigi, e poi anche in Italia, a Milano e Venezia, dove risiedette a partire dal 1939. Seguono, infine, gli anni trascorsi in casa di cura a Villa Fiorita; anni di malattie e di sofferenze che si riflettono nelle opere di quel tempo estremo della sua arte, ma che non gli impedirono di costruire una nuova sintassi figurativa ridotta all’essenziale, capace di esiti pittorici all’altezza di quanto di più moderno andava accadendo in pittura all’inizio degli anni Cinquanta.

Il 2 aprile sono trascorsi cinquant’anni dalla morte dell’ultimo maestro dell’Officina ferrarese, e la città in cui è nato, lo ricorda con una mostra allestita a Palazzo dei Diamanti, a cura di Maria Luisa Pacelli e organizzata in collaborazione da Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea.

Ad eccezione de I grandi fiori di casa Massimo, recentemente acquisiti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara e in deposito presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”, le opere esposte provengono dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, la collezione più importante di lavori del grande artista, che conta quarantanove olii e duecentocinque opere su carta, a partire dal 1908 fino al 1953, quando dipinse i suoi ultimi capolavori.

Per l’occasione viene anche pubblicato il catalogo generale completamente illustrato dei De Pisis del museo ferrarese, uno strumento prezioso per farli conoscere e un altro passo verso l’edizione di un catalogo generale completamente illustrato delle Gallerie.

La rassegna comincia con uno dei suoi primi lavori pittorici, Passeri (1908), che racconta del suo rapporto estemporaneo con la pittura negli anni della giovinezza quando, più che le arti figurative, a interessarlo erano le ricerche sulla storia dell’arte ferrarese, sull’entomologia e la botanica, per non dire delle fatiche letterarie che, fino al 1922, rappresentarono il suo impegno di gran lunga più importante. Ma, in seguito al trasferimento a Parigi, la sua presa di distanza dal mito della “bella pittura” di tradizione ottocentesca si fa completa, tanto da dare corso a quella personalissima rivisitazione della pittura metafisica che si riflette in quell’incantesimo onirico e intellettuale che sono Le cipolle di Socrate (1927).

L’anno 1928 registra la nascita di un nuovo inconfondibile genere di veduta, La Coupole, e di natura morta, I pesci marci, entrambi frutto della «cenere di un fuoco»: quello che si accende, subitaneo, quando si incontrano il cuore del poeta e l’anima delle cose: ogni riferimento alla metafisica è scomparso e ciò che conta sono le emozioni dell’artista di fronte al soggetto e la capacità di trascriverle sulla tela.

I sentimenti di De Pisis s’identificano sempre più con i soggetti e con il modo di rappresentarli, cosicché ad ogni variazione, anche minima, della maniera di raffigurare il motivo, della tavolozza e perfino della singola pennellata, corrisponde una variazione di sentimenti: amore, gioia, dolore, malinconia, sensualità, eccitazione, solitudine.

Viale a Parigi (1938) e Strada di Parigi (1938) testimoniano il furore creativo col quale De Pisis, indipendentemente dal mutare delle stagioni e dei suoi stati d’animo, è pronto a fermare con inimitabile immediatezza sulla tela, grazie alla sua prodigiosa «stenografia pittorica», il paesaggio e l’emozione che suscita in lui.

È straordinario inoltre il suo talento di ritrattista, insieme raffinato e violento, capace di rapire in un lampo da un volto la psicologia del soggetto e di trasferirla istantaneamente sulla tela insieme con le proprie emozioni, un talento che produce un capolavoro come Ritratto di Allegro (1940)

Negli anni Quaranta, dopo il rientro in Italia avvenuto nel 1939, la tensione degli anni precedenti in parte si placa e torna a crescere nella sua pittura il peso della sua cultura poetica e letteraria.

La mostra si conclude con l’ultima straordinaria stagione del suo lavoro, quando il pittore della vita si trasforma nel poeta della morte e per esprimere sulla tela questa emozione estrema prosciuga la sua febbrile «stenografia pittorica» e costruisce un’inedita sintassi figurativa ridotta all’essenziale, una sorta di alfabeto Morse drammaticamente pausato nel quale i silenzi contano quanto le parole, i rari segni impressi dal pennello sulla tela.

Una pittura scarna, scabra, ridotta all’essenziale negli ultimi anni della sua vita.

A Villa Fiorita matura appieno l’ultima fase della sua pittura, nuova per De Pisis e per l’arte italiana ed europea: è lì che avviene quella semplificazione così drastica del suo stile, e così violenta, da indirizzarsi, sia pure senza interrompere il rapporto con la realtà, verso una sorta di “astrazione” del tutto originale. Negli anni seguenti, fino al 1953, nasceranno ancora alcuni capolavori (Le pere, 1953), ma la splendida “volata” di De Pisis, il suo straordinario “diario pittorico”, scritto giorno dopo giorno, per oltre venticinque anni, sono ormai giunti al termine.

Se Ferrara possiede una simile raccolta di De Pisis lo deve a tre benefattori: uno sconosciuto al grande pubblico, Giuseppe Pianori, e due notissimi, Manlio e Franca Malabotta. Questa mostra è anche un segno di profonda gratitudine verso di loro che, con rara generosità, hanno arricchito Ferrara di questo straordinario patrimonio artistico.

 De Pisis a Ferrara

12 marzo - 4 giugno 2006

Palazzo dei Diamanti

Corso Ercole I d’Este, 21 - Ferrara, www.comune.fe.it

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