UNA CINA NORMALE

Benchè il film non sia tra i migliori realizzati dal maestro Zhang Yimou,  “Mille miglia…lontano” colpisce per uno sguardo liberatorio sul “Paese di mezzo”. Prigioni in cui è possibile entrare a girare un video, giapponesi accolti come amici, villaggi sperduti senza morti di fame, fanno strike di una serie di fissazioni di moda a casa nostra. Senza voler nulla togliere alle meritevoli campagne per la democrazia e libertà di espressione, attive in Cina oggi, il nuovo film dell’autore di “Lanterne rosse” e “Hero” è una vera boccata d’aria sulla cultura e il popolo cinese.

Di Mauro Giovanni Diluca

www.eosarte.it

data : 21.11.2006

 

La Cina sta cambiando molto velocemente: forse l’unico paese al mondo in grado di spingere l’accelleratore tanto quanto il fenomeno della globalizzazione e del neo-liberismo in tutto il pianeta. Un continente immenso e difficile da conoscere a fondo, nelle sue contraddizioni, nella storia millenaria fatta di immani tragedie e recenti successi, nelle infinite culture e vastità territoriali che lo compongono.

Zhang Yimou, con “Mille miglia…lontano”, lascia per una volta sullo sfondo tale complessità, peraltro fonte in passato di stupendi film come “Sorgo Rosso” o “La strada verso casa”, in favore di un’opera più concentrata sui sentimenti, sul contrasto fra solitudine e comunità, e sul difficile rapporto tra padri e figli. Dopo la parentesi divertente e ammirevole degli ultimi due film wuxiapian, Zhang appende al chiodo la cappa e la spada di “Hero” e “La foresta dei pugnali volanti”, per condurci in un lungo viaggio che dal Giappone porta alla regione dello Yunnan, sud agricolo e a tratti desertico della Cina.

Takahata è un uomo che vive, nella più completa solitudine e autarchia, un’esistenza di pesca e rimpianti sulla costa nord del Giappone. Da anni non ha contatti con il figlio Ryu, pare a causa della propria avversità a mostrare il lato fragile, “umano” e fallimentare, quando la moglie li lasciò. Ora suo figlio è in fin di vita in ospedale, un cancro che gli impedirà, fra l’altro, di portare a termine le riprese dell’opera tradizionale in maschera cinese, un impegno lavorativo che porta avanti con passione da diversi anni. Su mediazione della nuora, Takahata verrà a conoscenza del progetto di Ryu e dell’apparente smania che egli ha di concluderlo, riprendendo la performance di un attore dello Yunnan in un’opera molto difficile da vedere rappresentata. Takahata decide di compiere l’ultimo e decisivo tentativo di riappacificazione con Ryu. Si recherà lui stesso in Cina per ripercorrere traiettorie, emozioni e contenuti appartenuti al figlio, nella speranza di concludere per lui il suo lavoro e di colmare il disagio di non sapere più, ormai da troppo tempo, chi è suo figlio.

La determinazione di Takahata si scontrerà in Cina con le inevitabili difficoltà tecniche, a cominciare da una lingua e una cultura diverse. Non sarà facile ottenere di riprendere l’opera in maschera, neanche una volta raggiunto il villaggio dell’attore, perché questo è in prigione per aggressione, e uscirà fra due anni.

Dopo l’iniziale indefessa cocciutaggine, che lo porterà a chiedere e poi ottenere, avvalendosi di ogni mezzo possibile e contro l’opinione e il buon senso di tutti, la possibilità di riprendere l’attore in carcere, quando tutto è pronto, proprio lui, l’interprete, non sembra essere in grado di recitare.

Non può concentrarsi, piange la mancanza del figlio, e ricorda un uccello, che in gabbia non canta più. Questo è il primo punto di rottura: qualcosa si risveglia in Takahata. Commosso, e in un certo senso invidioso della capacità di esprimere le emozioni dell’attore, decide di portare il bambino dal padre in prigione.

Una volta trovato il piccolo, e fatta conoscenza con la simpatica comunità rurale in cui vive (il suggestivo “Villaggio di Pietra”, sperduto fra i monti), che lo accoglie come un amico, organizzando in suo onore un fantastico banchetto contadino in mezzo alla strada del villaggio, sempre più Takahata si accorge di non poter ignorare i sentimenti degli altri, anche se il fine potrebbe giustificare i mezzi.

Prima viene a sapere, dalle persone che hanno incontrato il figlio in Cina, e al contrario di quanto gli era stato fatto credere all’inizio del viaggio, che Ryu non ha mai avuto amici laggiù. Sebbene sia stato sempre rispettato e ben accolto, per via del suo interesse per la cultura locale, la personalità di Ryu viene tratteggiata come molto ombrosa, solitaria, estremamente chiusa e impenetrabile. Poi, è una telefonata della nuora (che ha scoperto il viaggio del suocero per vie traverse), a colpirlo profondamente. La donna lo informa della reazione di stupore e ammirazione del figlio per il comportamento del padre: “Ryu dice che di quell’opera in realtà non gli interessa così tanto, così come dell’attore. Quello che veramente ha detto di apprezzare del teatro cinese, sono le maschere, e la possibilità, grazie al suo lavoro, di stare in un posto popolato da estranei che non parlano la sua lingua, in cui vivere a fondo la sua solitudine, e la sua angoscia”.

Ormai però ha coinvolto mezzo mondo, le guide, e soprattutto l’intero villaggio, che ha concesso a Takahata di portare il bambino con sé dal padre in galera, non può essere così apertamente strumentalizzato e deluso. E’ il bambino che indirettamente aiuterà Takahata: il piccolo non vuole saperne di recarsi dal padre (che in realtà non ha mai visto prima), e scappa in mezzo ai canyon, inseguito dal giapponese per una notte intera. Alla fine l’opera si farà con l’attore giusto, vestito dal sontuoso costume tradizionale, accompagnato da un ridicolo drappello di detenuti ballerini e suonatori, e con una lampada strobo anni ’70 come luce di scena. Ma ormai, l’opera di per sé, non conta più nulla per Takahata. Ciò che risulta veramente importante è saper comprendere e rispettare gli altri, imparare a saper donare e ad amare. Solo così è possibile chiudere il cerchio, superare le difficoltà che la vita mette davanti a tutti gli uomini.

In definitiva, anche se a tratti si tira un po’ per le lunghe, “Mille miglia…lontano” è un film gradevole, apprezzabilmente onesto e non pretenzioso. Abbina la consueta eleganza (regia e fotografia soprattutto) di Zhang Yimou, all’autentica “cinesità” dei personaggi (grazie anche all’uso pressochè esclusivo di attori non-professionisti), fatta di concretezza contadina, senso della comunità e del piacere, fatalismo, e una buona dose di ironia salace (molto divertenti le traduzioni di una delle guide di Takahata e i battibecchi fra questa guida e il capo del “Villaggio di Pietra”: per non parlare di alcune delle scene in carcere, che accostano agli sguardi su un metodo di rieducazione militare, molto duro e disciplinato, una sorta di regressione infantile collettiva, buffa e toccante al tempo stesso, quando ci si ritrova nella sala ricreativa per la rappresentazione dell’opera…).

Scheda tecnica

Anno: 2006

Nazione: Hong Kong / Cina / Giappone

Distribuzione: Mikado

Durata: 107'

Data uscita in Italia: 17 novembre 2006

Genere: drammatico

Regia: Zhang Yimou

Sceneggiatura: Jingzhi Zou, Zhang Yimou

Musiche: Wenjing Guo

Interpreti principali: Takahata Gou-ichi: Takakura Ken; Rie: Terajima Shinobu; Ken-ichi Nakai Kiichi


Sito ufficiale: http://www.sonypictures.net/movies/ridingalone

A Roma

MIGNON, Via Viterbo 11 Tel.06/8559493

ROMA, Piazza Sonnino 37 Tel.06/5812884 

A Milano

ANTEO SPAZIO CINEMA, Via Milazzo 9 Tel.02/6597732

 

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