Ettore Spalletti: il colore asciuga, ispessisce, riposa

di Isabella de Stefano Giannuzzi Savelli

www.eosarte.it

23.05.2006

Il titolo della mostra Il colore si stende, asciuga, ispessisce e riposa, in corso all’Accademia di Francia a Roma, avverte fin da subito il visitatore che protagonista di questa personale di Ettore Spalletti è proprio il colore.

Definire l’artista ed etichettarlo secondo le fuorvianti restrizioni degli “ismi” contemporanei, non è un’operazione corretta, perché l’opera di questo artista originario di Pescara sfugge ad ogni ovvia classificazione e facile definizione.

Possiamo solo dire che il colore di Spalletti è forma, ma è anche volume e luce, in rapporto dinamico con la superficie che incontra.

Egli predilige il supporto ligneo per le sue qualità anelastiche e soprattutto ama miscelare la materia cromatica con la polvere di gesso, ottenendo così degli effetti molto particolari di vibranti modulazioni, dall’effetto straordinariamente rarefatto, al punto che “se tocchi il quadro ti restano delle impronte sulla mano”.

Di fronte a queste superfici, che suggeriscono l’immensità spaziale oltre la rigida superficie del quadro e la vincolante delimitazione di una cornice, la memoria torna forse ai Concetti Spaziali di Fontana dove il foro di una tela suggerisce l’apertura di una nuova dimensione, alla ricerca di quella sensazione di infinito che avvertiamo così forte anche in Spalletti.

Non a caso, l’artista ci confida che per tradurre questa sua sensibilità spaziale, “lavorerei direttamente sulla parete… ma è difficile che una galleria o un collezionista ti diano una intera parete”; così l’autore dipinge quadri che sembrano intonaci affrescati, dove la superficie non è più colore, ma “forma –colore”, come scrive giustamente Adachiara Zevi nell’introduzione del catalogo.

Il colore di Spalletti si espande, si muove, entra nello spazio e lo invade, coinvolgendolo, abbracciandolo, permeandolo di un’aura quasi mistica.

Certo è che, a differenza di Fontana, le superfici di Spalletti sono immacolate, imbevute di una luce zenitale che le rende quasi abbaglianti, intrise di un’atmosfera più spirituale che terrena, più trascendente che fisica.

Ad aumentare questa suggestione contribuisce la quantità di bianco che l’autore utilizza nell’impasto, creando un alchemico amalgama che riesce ad abbassare il tono del rosso in un pallido rosa, il nero in un grigio sfumato, il turchese in un azzurro delicatissimo. Perché il rosa? Perché il rosa è quello degli incarnati, sempre mobile e in continua trasformazione. Perché l’azzurro? Perché l’azzurro “non esiste in natura, è difficile trovare l’azzurro se non in una realtà impalpabile, che non è superficie, ma che è profondità”.

Come dargli torto? Solo all’apparenza immobili, le sue superfici colorate evitano la fissità, devono essere osservate attentamente, penetrate, fissate a lungo, per cogliere i significati più profondi che racchiudono .

Un piccolo consiglio per chi visita la mostra: uno dei suoi capolavori è la stanza in cima allo scalone dell’Accademia di Francia, totalmente foderata di azzurro, dove lo sguardo si perde nell’immenso e l’immaginazione è finalmente libera di muoversi dove vuole e come vuole..

Informazioni utili:

fino al 16 luglio 2006

Accademia di Francia – Villa Medici, Viale Trinità dei Monti 1

Martedì-Venerdì: 11.00-19.00

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