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05.05.2006

Reportage dalla 8°edizione del “Far East Film Festival” - Udine

 

PERCHE’ L’ASIA

cineviaggio senza rappresentazioni nell’Estremo Oriente

di Mauro Diluca


Se nei principali festival europei, sia mainstream che di nicchia, è possibile godere dell’ultimo film di Kim Ki-Duk o di gustose retrospettive bollywoodiane, il Far East Film Festival è invece una rara e apprezzabile sintesi di tutto quello che passa sugli schermi dell’Estremo Oriente a prescindere dai gusti dei direttori artistici occidentali.

A Udine si possono vedere, in un festival sempre più importante e riconosciuto, sia film d’autore, sia pellicole sperimentali che quasi kolossal commerciali sotto lo stesso cappello, quello del cinema popolare.

Ciò è possibile perché i prodotti sono selezionati alla fonte da collaboratori che vivono nei paesi di origine delle pellicole e ne seguono le uscite a tutti i livelli. Altra condizione è il recente notevole interesse per la cultura asiatica, la cui potenza economica battaglia già da tempo a armi pari con quella occidentale.

Infine c’è l’intuizione degli organizzatori del Far East, che scommettono su questa vetrina non solo per i suoi contenuti artistici, ma soprattutto per le potenzialità di scambio fra le comunità e fra gli operatori del settore cinematografico. In sala si può infatti osservare spettatori italiani che riprendono i cinesi a causa del parlottio durante le proiezioni dei loro film preferiti, come l’ottimo “You and me”(1), della compatriota Ma Liwen: e intanto, nei corridoi, non è raro incrociare autori e produttori che discutono soggetti che si realizzeranno a Bangkok o a Seul.

     “You and me”(1)                                “Exodus” (2)                                                                            “Always” (3)

Diversificato il pubblico (universitari, giornalisti da tutta Europa, pubblico locale, appassionati e curiosi, tantissimi giovani), molto variegati i prodotti: dall’epopea magico-fantasy  “Exodus” (2), di Eric Matti (Filippine), sulla scia de “Il signore degli anelli”, al commerciale e strappalacrime “Always” (3) di Yamazaki Takashi (Giappone) ambientato in una Tokyo ricostruita come era nei ‘50.

               

                                                         “Imprint” (4)                                                         “Bangkok Loco” (5)  

Oppure l’atteso e intrigante horror d’autore del noto Miike Takashi, “Imprint” (4), sempre dal Giappone, e il geniale e spiazzante “Bangkok Loco” (5), di Pornchai Hongrattaporn (Thailandia), dalla trama schizoide e dai colori lisergici, in cui un batterista dovrà trascendere sé stesso in un vortice surreale di comicità. Per finire con il divertente “The shopaholics” (6) di Wai Ka-fai (Hong Kong), che descrive con arguzia lo shopping ossessivo-compulsivo di alcuni cittadini, e il saporito pink movies (porno soft) per intellettuali “The glamorous life of Sachiko Hanai” (7), di Meike Mitsuru (Giappone), la storia di una squillo che, da quando una pallottola in testa l’ha improvvisamente resa appassionata a Kant e Chomsky, rivolge le proprie attenzioni a professori e spie nord-coreane.

                              

 

                                                    “The shopaholics” (6)                                        The glamorous life of Sachiko Hanai” (7)

Alla fine salverà il mondo grazie al combine tra le sue antiche doti meretricie e le inedite e spassosissime virtù filosofico-morali, in barba perfino a un dito malandrino di George W. Bush.

Eccessivamente corposa ma interessante la retrospettiva sul musical panasiatico anni ’50, attraverso cui è stato possibile respirare la misteriosa aria di confine dei night di Macao o osservare come i musical cinesi abbiano (o non abbiano) preso le distanze dall’archetipo di genere hollywoodiano.

Encomiabile infine il criterio di vincita del concorso. L’unico premio è quello del pubblico, a testimonianza della grande considerazione che il Far East ha per lo spettatore.

                         “Welcome to Dongmakgol” (8)

Quest’anno il primo classificato è stato “Welcome to Dongmakgol” (8), del coreano Park Gwang-hyun. Un film spettacolare e commovente girato con notevoli contributi di animazione e ambientato durante la guerra di Corea in un villaggio fuori dal tempo, che diventa per caso ricovero per sbandati americani, sud coreani e nord coreani.

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