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Tappa per tappa fino alla mostra in corso a Roma DALLE TENEBRE ALLA LUCE: IL “CARAVAGGIO” DELLA REGINA di Maurizio Marini |
data : 22.12.2006 |
Ho
iniziato a studiare la pittura di Michelangelo Merisi da Caravaggio
(Caravaggio, 1571 - Porto Ercole, 1610) nei primi anni Sessanta e sono
giunto alla pubblicazione del primo 'corpus' filologico della sua opera
(documenti e copie compresi) nel 1973 (la seconda edizione è del 1974,
la più recente é del 2005).
Nei decenni tra il 1963 e il '73 ho impiegato il mio tempo tra gli studi universitari e i viaggi estivi al fine di vedere direttamente tutto ciò che tra musei e raccolte private (allora era più facile essere presi in considerazione ed entrare nelle case e nei palazzi dei collezionisti) che conservavano quadri autografi, attribuiti, 'in odore di', copie, etc, riconducibili al Caravaggio. Girando tra Europa e Americhe ho raccolto migliaia di fotografie e voluminose scatole d' appunti di cui ancora mi servo anche per focalizzare quanto é ormai disperso. Ho conosciuto illustri studiosi e straordinari restauratori (come Pico Cellini) che avevano operato sulla viva pelle delle tele del grande maestro lombardo. Nell'andirivieni del mio 'grand tour' caravaggesco europeo mi sono recato anche a Hampton Court, nei pressi di Londra, dov'è raccolta parte delle Royal Collections, ma, dove, per i miei interessi si trovava la cosiddetta “Andata a Emmaus" o “Vocazione dei santi Pietro e Andrea", reputata copia di un importante originale perduto del Caravaggio.
Tali documenti erano contrastanti circa l' iconografia, ma costanti nel riferimento attributivo al Caravaggio (come si vedrà nella scheda filologica che correda queste note). Il primo sopraluogo a Hampton Court non fù sostanzialmente risolutivo. Non potei avvicinarmi al quadro, ma, sostando un po' più a lungo, dal normale punto di vista del percorso turistico, fui avvantaggiato dalla cattiva illuminazione e dall'allentamento della tela (non sempre il male viene per nuocere !). Infatti, poiché la superficie dipinta si presentava del tutto coperta da uno strato di carbone e di vernici ossidate e cotte (il quadro era collocato sopra un camino.!) non era possibile distinguervi nulla di pertinente alle figure, nondimeno le luci, spiovendo sulla tela che, a causa dell'allentamento dell' antico telaio, debordava, evidenziavano, quì la cucitura orizzontale di due parti, inferiore e superiore, di cui la seconda più ampia rispetto alla prima. Questo elemento tecnico m'indicò che, seppure non fosse stato del Caravaggio, il quadro non poteva essere una copia! Il copista conosce le dimensioni dell' originale che deve copiare e, pertanto, gli è sufficiente richiedere una tela di analoghe dimensioni. Volendo altresi considerare una simile casualità i due teli, cuciti a formarne uno, sarebbero stati uguali.
Comunicai le mie impressioni ai curatori delle Royal Collections invitandoli a considerare l'eventualità di una pulitura dell'offuscatissima tela, ma ne ebbi un cortese, ma netto rifiuto, in quanto tale intervento non era contemplato nel 'budget' in corso! Inizia qui il mio carteggio-braccio di ferro coi vari curatori, fino alla nobile figura di Sir Oliver Millar, il quale accedeva alla mia ipotesi d'autografia caravaggesca, ma sarebbe andato in pensione di li a breve! Ulteriori elementi di base erano gl'inoppugnabili documenti anglosassoni per cui il consulente e pittore di corte di re Carlo I nel 1637 (sarebbe morto nel 1639) era Orazio Gentileschi, amico, seguace e compagno delle bravate romane del Caravaggio stesso. E' questi, pertanto, a confermare, con una affettuosa denominazione, l'autografia del suo amico "Michael Angelo" (certamente non riferendosi al Buonarroti) per la tela appena sbarcata! Subito dopo la tragedia si estende al re e alla sua corte, nonché alle sue collezioni, con la rivolta puritana di Olivier Cromwell!
Nel 1640 il monarca viene decapitato e il quadro del Caravaggio (che non ne aveva di certo le intenzioni) diviene un 'manifesto' del cattolicesimo anglosassone e una dichiarazione antianglicana: il soggetto, vale a dire la Vocazione dei santi Pietro e Andrea, esplica la 'conversione' alla Chiesa di Roma - san Pietro - e,con sant' Andrea, la presenza dei cattolici di Scozia (come detto il re è uno Stuart d'origine scozzese). Ne consegue 'ab origine' il tentativo di camuffare il tema, ma non l'autore, fino alla trasformazione in soggetto profano: "Three Fishermen"! Rientrato a Windsor inizia la sua rivalutazione, segnatamente grazie a un attestato di Sir Horace Walpole che lo definisce "tra i più bei quadri che il re abbia". Il mutare del gusto, il dispregio della pittura seicentesca, l'accusa di rozzezza indirizzata al Caravaggio e ai suoi seguaci hanno fatto si che la tela cadesse nell'oblio. Il colpo di grazia, dopo l'inserimento del quadro nel contesto della fondamentale "Die Malerei des Barock in Rom”, 1920-'24, di Hermann Voss, si deve a Roberto Longhi, all'epoca massimo specialista della pittura caravaggesca, il quale, pur riassegnando al quadro il suo esatto soggetto di Vocazione dei santi Pietro e Andrea, reputa "debole derivazione" la tela di Hampton Court , che, peraltro, non ha mai visto in originale ! Nel 1996 c'è la preparazione della grande rassegna milanese dedicata, nell' imminente 2000, al "Cinquecento Lombardo, da Leonardo a Caravaggio", ideata da Flavio Caroli, di cui io dovevo curare il settore dedicato al Caravaggio. In tale circostanza ottengo di potere finalmente esaminare la tela di Hampton Court (che intendo chiedere in prestito) a forte illuminazione. L'effetto solare permette di minimizzare l'oscurità del carbone e delle vernici annerite sedimentatesi sulla tela nel corso dei secoli e, quindi, leggere con buona approssimazione le caratteristiche tecniche della superficie sottostante. Questa rivela, senza ombra di dubbio, alcune delle peculiarità esecutive del Caravaggio in prima persona: molti "pentimenti" nel nodo centrale delle mani di Pietro e Andrea, nella giubba di Pietro (più alta sul collo), nel margine del mantello di Cristo (accorciato) e nella sua tunica (in origine più alta sul collo), nonché varie riprese con lo stilo (nel mantello di Cristo e nella fascia bianca che ne attraversa il petto, connotati puntualmente confermati dai successivi raggi X).
Di tale analisi redigo una relazione che, unitamente alla richiesta di prestito del quadro, consegno ai curatori delle Royal Collections, assicurando, contemporaneamente, che del restauro dell'opera si sarebbe fatta carico la Regione Lombardia. Ne ebbi l'ennesimo rifiuto giustificato dai dubbi che ancora permanevano sul dipinto che, a detta di Sir Michael Levey, poteva emergere dal restauro qualitativamente meno valido di quanto lo sporco potesse suggerire (!) e, comunque, sebbene il restauro dell'opera non fosse previsto, in ogni caso sarebbe stato condotto dagli addetti interni. Il profilarsi della rassegna caravaggesca di Dusseldorf nel settembre 2006, della quale ero tra i curatori, mi ha spinto a una ulteriore richiesta di prestito, ma, stavolta, avevo al mio fianco un validissimo alleato: sir Denis Mahon. Il rapporto sia di stima che di filiale affetto che da qualche anno mi lega al grande studioso britannico, da mechiamato giocosamente "Dionigi", mi ha offerto finalmente l' occasione risolutiva. "Dionigi, gli ho detto, tu sei consulente della regina, nonché un grande studioso del Caravaggio....quindi in un modo o nell'altro a Hampton Court debbono darti ascolto. Conosci l'annoso problema della Vocazione dei santi Pietro e Andrea, io ho redatto un resoconto del mio esame più recente con l'indicazione dei probabili pentimenti e di altre caratteristiche tecniche peculiari del Caravaggio... ti prego di verificare il tutto sull'opera...se sarai convinto della potenziale autografia ti prego di sostenere la necessità di vederci chiaro con una attenta pulitura". Sir 'Dionigi' si recò a Hampton Court assieme allo studioso Clovis Whitfield e al restauratore Thomas Schneider e, dopo un attento esame della superficie, riuscì a ottenere dei tasselli di pulitura dai quali le mie intuizioni uscivano ccnfermate e rafforzate. Sir Denis Mahon alla presenza dei curatori e dello staff dei restauratori affermò la sua certezza che il quadro era un originale del Caravaggio, come io asserivo e come affermava la documentazione dal 1637 all' 'Ottocento. Il restauro non fu completato per la rassegna di Dusseldorf, ma 'Dionigi' e io 'gli scorpionacci' (io sono nato il 4 novembre, lui, novantasei anni prima, 1'8 novembre) del Caravaggio hanno avuto il privilegio di esporre il capolavoro 'riscavato' dalle tenebre (in ogni senso!), a Roma, dove fu dipinto nel 1600 circa. |
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