![]() Il 12 febbraio 1996 Aligi Sassu, unitamente alla moglie Helenita Olivares (con la sua simpatia e umanità presente, insieme al figlio, all’inaugurazione), firmò l’atto di donazione alla Città di Lugano di 362 opere d’arte realizzate tra il 1927 e il 1995. Il nucleo di opere del lascito, che ha dato origine alla Fondazione Aligi Sassu e Helenita Olivares, costituisce la più completa e importante testimonianza dell’attività di uno dei protagonisti dell’arte italiana del ventesimo secolo: 217 dipinti, 130 opere grafiche e 15 sculture che illustrano organicamente il percorso creativo dell’artista, dagli esordi futuristi alle prove degli anni novanta. Sin dalla sua costituzione, l’obiettivo della Fondazione è stato quello di valorizzare l’opera dell’artista e diffondere la sua arte a livello internazionale, con un’attività che consiste nella conservazione del patrimonio e nella sua divulgazione attraverso mostre, pubblicazioni e prestiti in occasione di rassegne antologiche o collettive. La Fondazione luganese ha inoltre attivato un progetto a lungo termine che sino a oggi si è concretizzato con la realizzazione di una serie di esposizioni di carattere tematico-stilistico-cronologico nelle quali è stata presentata la produzione degli esordi (1999, Sassu futurista 1927-1929), quella a cavallo degli anni trenta (2000, Sassu primitivista 1929-1931), la serie di dipinti raffiguranti gli Uomini rossi (nel 2001) e la produzione degli anni trenta e quaranta (2003, Sassu realista 1932-1944). Il decimo anniversario della donazione ha fornito l’occasione per questo progetto espositivo volto a presentare una selezione di opere di Aligi Sassu. Oltre ad avere un intento divulgativo, si è voluto offrire lo spunto per una lettura e un’analisi dell’intera produzione dell’artista, allo scopo di mostrare attraverso un percorso cronologico e stilistico i differenti nuclei tematici esplorati durante tutta la sua vita. La mostra commemorativa, allestita al Museo Civico di Belle Arti di Lugano presenta una selezione di una trentina di opere significative del corpus sassiano.
Liberatosi del lessico di origine futurista il giovane artista affronta, nel biennio a cavallo tra il terzo e il quarto decennio del Novecento, un linguaggio che si identifica con il "gusto dei primitivi", orientato verso la rievocazione dei principi della tradizione e dell’arcaismo. Esempio di questo periodo è la tela Tre ciclisti, testimonianza della passione verso questa disciplina nutrita sin dall’adolescenza e mai abbandonata. Un capitolo breve ma intenso nella sua formazione è quello consacrato per tre anni, dal 1930 al 1933, alla realizzazione del celebre ciclo degli Uomini rossi, certamente tra i momenti più significativi della sua ricerca. Dioscuri, argonauti, giocatori di dadi, calciatori, pugili, suonatori, pastori diventano i temi privilegiati dall’artista. In questo triennio nasce e si sviluppa infatti una nuova visione critica della realtà, una panoramica della condizione sociale e culturale della gioventù, condizione condivisa da un artista adolescente proiettato nel modo della pittura. La serie degli Uomini rossi, costituita da più di cinquecento opere tra oli, tempere e disegni, è contraddistinta dalla dominante cromatica del rosso, un rosso infuocato, brillante, sanguigno che irradia le rappresentazioni di efebi nudi entro spazi aperti, intenti a conversare, a giocare a dadi, a suonare. Il colore rosso rappresenta una svolta per la pittura italiana degli anni trenta; in opposizione alla poetica di Novecento che esaltava il mito della classicità, i ragazzi raffigurati da Sassu vivono una quotidiana protesta per la libertà dei valori in quell’Italia dominata dal potere della dittatura. Successivamente al primo viaggio a Parigi del 1934, Sassu dimostra un’assimilazione diretta dei modelli di Delacroix, Courbet, Renoir e Cézanne.
La produzione pittorica che contraddistingue questo decennio è caratterizzata da una svolta in senso realista e riflette le esperienze personali vissute dall’artista, prima fra tutte la detenzione per motivi politici tra il 1937 e il 1938. Le opere di denuncia, tra cui spicca la scena ritratta in Spagna 1937, dichiarano la partecipazione al dolore di tutti coloro che, inerti, assistono da testimoni alla drammatica cronaca del presente. L’ulteriore stagione del mito inaugura nuove possibilità di raffigurazione, a partire da Primavera del 1944, dove la joie de vivre è il mito di un’umanità che nella natura vive una magica età dell’oro. Nel 1963 l’artista aprì uno studio a Cala S. Vicente (Maiorca), dove trascorrerà lunghi periodi. L’influsso esercitato dalla cultura spagnola si riflette nella produzione realizzata a partire dai primi anni sessanta appartenente al ciclo delle tauromachie come Pase de Pecho del 1964 e El Picador del 1977. Concludono il percorso due dipinti raffiguranti i miti del Mediterraneo quali Apparizione del 1978 e Pasifae e il minotauro realizzato nel 1981, entrambi contrassegnati da un inedito lessico pittorico e soprattutto cromatico. Aligi Sassu, attraverso la propria testimonianza creativa si pone quindi quale interprete di esperienze significative legate ad eventi storici, artistici, culturali e politici del secolo scorso, guidato da un desiderio persistente di rappresentare la realtà nelle sue molteplici sfaccettature. ALIGI SASSU Opere scelte 8 luglio - 10 settembre 2006 Museo Civico di Belle Arti, Villa Ciani, Lugano www.archiviosassu.it
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