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Lo spettacolo “Paesaggio con fratello rotto” del Teatro Valdoca all’Out Off Di Alice Bescapè |
data : 04.12.2006 |
E’
in scena all’Out Off fino al 9 dicembre 2006 lo spettacolo PAESAGGIO CON
FRATELLO ROTTO del Teatro Valdoca. Lo recensiamo perché sia per il tema
trattato, che per il lavoro registico di Cesare Ronconi e per il
lavoro attorale dei dieci interpreti, oltre che per i poetici testi
della drammaturga Mariengela Gualtieri, è una produzione che
merita di essere seguita nelle città d’Italia che visiterà, sperando che
siano numerose.Lo spettacolo è una trilogia, che ha iniziato a prendere vita e forma nel 2004, e che ora si compone in tre movimenti il cui tema portante è lo stato attuale dell’umanità. Siamo di fronte a un teatro che è essenzialmente comunitario e civile ma non nelle accezioni della storia del teatro contemporaneo: è civile perché riguarda la civiltà e la sua storia, da un punto di vista che ha un eco quasi filosofico più che politico, ed è comunitario non nel senso che celebra una comunità, ma riannoda la comunità umana al suo luogo di origine e di abitabilità, che è la terra, intesa non riduttivamente in senso ecologico, bensì in senso esistenziale. Lo spettacolo presenta tre quadri i cui protagonisti sono gli Animali, l’Uomo e l’Oracolo: parlano di “qualcosa di attuale, e invisibile. C’è un dolore che sembra riguardare soprattutto l’occidente: la spaccatura micidiale fra noi e l’anima del mondo, quell’energia intuita e sempre tradita, che ci tiene vivi.” (M. Gualtieri). La trilogia ha l’atmosfera della tragedia a finale è catartico: lo spettacolo affida al pubblico un messaggio di speranza affinché si esca dallo stato di oblio e di lontananza dalle origini dell’uomo.
La speranza è sottolineata dal fatto che quanto più la lontananza da questo essere autentico e originario sembra incolmabile, quanto più la risposta sta nella pasta dell’uomo stesso ed è quindi paradossalmente molto vicina, seppur ridotta a silenzio. Nello spettacolo questa voce prende immagine e consistenza attraverso personaggi stilizzati, prototipi e quintessenze di uomini e di animali che si muovono in un mondo i luci abbaglianti, a non nascondere ciò che sta succedendo alla terra e ai suoi abitanti, attraverso una partitura sonora, testuale e fisica che cattura lo spettatore nonostante l’antinaturalismo totale della scena e del movimento attorale, che ricorda piuttosto le forme orientali del teatro. Le immagini prodotte sono ricche di richiami a pittori d’ogni parte del mondo e sembra che prendano corpo e abbiano il loro senso di citazione nella frase che ricorre nell’ultima parte dello spettacolo e che racchiude la potenza dell’opera: “c’è qualcosa in me più vecchio di me” a sancire la nostra esistenza a partire da qualcosa che esiste da prima di noi, ci nutre e ci costituisce nella sua opacità.
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