Recensione di “Flags of Our Fathers”, l’ultimo imperdibile film di Clint Eastwood.

UN SAGGIO SULL’ ISOLA MALEDETTA

Di Mauro Giovanni Diluca

www.eosarte.it

data : 14.11.2006

 

Iwo Jima fu la prima bandiera americana su suolo giapponese. Pochi chilometri quadrati nel Pacifico che divennero, per cinque settimane a cavallo tra febbraio e marzo del ‘45, una delle zone più densamente popolate del pianeta. Ma anche una delle più lugubri, con migliaia di cadaveri accatastati sulle sue spiagge e alture. Dei centomila che si fronteggiarono, pochi sopravvissero: tra loro tre Marines divenuti celebri per una fotografia, ancora oggi considerata fondamentale nell’immaginario patriottico americano.

Il film di Eastwood racconta, fedele alla storia vera persino nei nomi dei personaggi, dei primi giorni di scontro sull’isola e, tramite continui salti temporali, dei tre “eroi” della foto in tour trionfale per gli States, strumentalizzati dallo Stato, ingenui, increduli, dilaniati dal vivido ricordo dei compagni morti sbudellati a Iwo Jima.

Un indiano Pima alcolizzato, un infermiere buono e bello, e una staffetta un po’ imbranata, accompagnano lo spettatore in una sorta di trance leggera con cui “per la patria si va a morire”. E’ sconcertante la brutalità e la delicatezza con cui il regista mostra giovani vite e amicizie disfate da una granata o da una vita da reduce/eroe presto dimenticato. L’unico giudizio di merito che appare subito chiaro nel film riguarda proprio l’amicizia. I ragazzi non diventano coraggiosi in trincea per la patria, ma per proteggere i compagni. Questa è l’unica “direttrice morale” dell’opera, ben visibile anche nella parte dedicata al disagio dei giovani soldati divenuti simbolo di eroismo, e per questo osannati dalle masse.

Per andare con ordine, e capire come fu davvero una foto a far vincere una guerra, è necessario procedere dal successo che ebbe in patria l’immagine di sei soldati che issano la bandiera a stelle e strisce sul suolo nemico. Il comando militare e politico USA, in crisi profonda per il costo della campagna militare contro il paese del Sol Levante, realizzato il forte potere simbolico dell’immagine, richiamò a casa tre (gli altri erano già morti) dei soldati immortalati, e ne fece eroi, ma meglio sarebbe dire testimonial, della più vasta campagna pubblicitaria mai realizzata negli States. I prodotti da vendere ai cittadini erano i buoni di stato necessari a finanziare una guerra che costava molto più del previsto, vista la capacità strategica e la pervicacia dei giapponesi, disponibili alla resa, come sappiamo, solo dopo lo sterminio atomico.

A fianco delle scene di guerra iper-realistiche, più de “Il soldato Ryan”, e fredde come l’Islanda, scelta come ambientazione perché geologicamente affine alla natura vulcanica e sulfurea dell’isola giapponese, assistiamo al circo, perché di baracconi e carrozzoni si tratta, della tournèe dei soldati a caccia di soldi per conto dello Stato.

Si ergono statue e scenografie da scalare per finta, tra fuochi artificiali e colpi di cannone, si organizzano ricevimenti e parate, si riempiono stadi, con un ritmo e un’ipocrisia difficile da sostenere per i tre giovani.

Soprattutto per Ira, l’indiano, il più incapace ad essere considerato eroe dei tre, è tutta una farsa, benchè legittimata dal sostegno economico per i suoi compagni al fronte, che si può digerire solo ubriacandosi. I veri eroi sono i compagni morti, non quelli come Gagnon, la staffetta che non sa neanche sparare, o come lui stesso, costretto ad azioni che non pensava neanche di potere concepire, cioè uccidere brutalmente decine di uomini. Mentre si realizza la vittoria americana di Iwo Jima e poi della guerra, le promesse di lavoro e gloria eterna fatte ai tre soldati, conclusa la campagna pubblicitaria e passato il momento di fama, si sbriciolano come castelli di sabbia. Ognuno è invitato a fare i conti da solo con i ricordi e le colpe del passato, ma pure con la difficoltà di costruirsi un futuro in un paese uscito in tutti i sensi dissanguato dalla guerra. Per Ira, che vive in una riserva indiana, considerato in guerra “più americano dei bianchi”, a queste difficoltà si aggiunge il ritorno alla pesante condizione di segregazione e disfacimento socio-culturale che vive la sua gente negli USA. Per gli altri, la realtà è il desiderio di essere amati e ricordati dai propri cari e non dalla stampa nei giorni delle ricorrenze patriottiche.

 

Il pregio principale di “Flags of Our Fathers”, è la capacità di mostrare in profondità, senza giudicare né denunciare, le assurdità delle guerre. Non è un manifesto contro la guerra, e non è un film che giustifica la guerra o il patriottismo. E’ un opera che, con tragico realismo, parla di morte, giovinezza, coraggio e paura, amicizia, ipocrisia e manipolazione.

E’ lontano anni luce pure dall’essere un film di denuncia della strumentalizzazione che il Potere fa delle vite di alcuni uomini: il comodo eroismo mediatico, che probabilmente completa la rovina delle vite dei giovani soldati, Clint si limita a osservarlo, senza autocensurarsi, con una sorta di ingenuità infantile e “vecchiarda” al tempo stesso. La medesima ironia e consapevolezza, figlie della “purezza di un cuore bambino”, che troviamo nello sguardo del regista come in quello dei protagonisti del film, Cristo e Buddha a loro tempo la chiamavano saggezza. “Flags” è anche un ottimo documento storico, sia per ciò che fu il fronte del Pacifico, che per la crescente importanza del ruolo della comunicazione in qualsivoglia aspetto della vita politica e sociale di un paese.

In ambito militare, al di là della strepitosa ricostruzione tattica (tunnel e nascondigli, case matte, colline strategiche, avamposti…), è da riconoscere al film il merito indiretto di fare luce sull’enorme importanza strategica (e umana) di questa battaglia. L’isola di Iwo Jima era considerata territorio sacro giapponese, vale a dire parte del suolo nazionale che i nipponici avrebbero difeso con estrema abnegazione e sacrificio. Fu proprio a seguito della valorosa resistenza incontrata sull’isola, che gli USA scartarono l’idea di uno sbarco a Tokyo: avrebbe comportato un bagno di sangue apocalittico. L’altra opzione era l’utilizzo di una tecnologia che, benchè non ancora pienamente sicura e collaudata, fu preferita all’azione militare tradizionale. La bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.

In definitiva, l’unione fra una scrupolosa ricerca storica e l’alto valore simbolico della vicenda da un lato, e i mezzi e la competenza di Eastwood (e Spielberg come produttore), riscontrabili nelle finezze narrative e tecniche (tra cui spicca la perfetta fotografia stile “Fujifilm” azzurro-grigia, che consente da un lato di percepire l’odore di zolfo e di morte dell’isola, e dall’altro di evitare grotteschi effetti splatter nel mostrare gli squarci dei corpi) dall’altro, produce un film per tanti aspetti imperdibile.

Al pari de “La sottile linea rossa”, l’indimenticato affondo “spirituale” sul fronte del Pacifico di Malick, crediamo che “Flags of Our Fathers” resterà a lungo un punto fermo nella storia del cinema di guerra, e forse anche in quella di tutto il cinema.

Rimmarrà anche una lezione di storia così affascinante e completa, che difficilmente potreste trovarne una all’altezza, nemmeno nel migliore ateneo italiano, o fra le pagine del vostro libro di storia preferito. Rendere il cinema materia di insegnamento nelle scuole, ne convenga anche chi non è schierato dalla parte dei cinephiles, non è solo una questione artistica.

E non è finita qui: c’è ancora una gran bella sorpresa, di quelle che (almeno al sottoscritto) fanno affrontare l’inverno con più coraggio. A Gennaio, infatti, è prevista l’uscita in Europa di “Lettere da Iwo Jima”, ovvero l’altra faccia della battaglia, quella nipponica. Eastwood ha girato infatti due kolossal contemporaneamente, sulla stessa battaglia, uno per parte. “Lettere da Iwo Jima” è stato apprezzabilmente realizzato in giapponese ed è pronto per essere lanciato sul mercato asiatico. Voci di settore dicono che sia almeno al livello di “Flags”. Beh, in tal caso, la coppia probabilmente diverrebbe un capolavoro del cinema. Vedremo.

Scheda tecnica:

Regia: Clint Eastwood

Cast: Ryan Phillippe, Jesse Bradford, Adam Beach, Barry Pepper, John Benjamin Hickey

Titolo originale: Flags of Our Fathers 
Sceneggiatura: Paul Haggis ,William Broyles Jr.
Fotografia: Tom Stern
Musiche: Clint Eastwood
Montaggio: Joel Cox
Anno: 2006
Nazione: USA
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 132'

Sito ufficiale: www.flagsofourfathers.com

Fan Site (encomiabile per ricchezza di fonti e documenti storici): www.flagsofourfathers.net

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