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data : 27.08.2006 |
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Il regista lo aveva annunciato, e ha mantenuto la parola. Dopo le punte massime raggiunte con “Ferro 3” e “L’arco”, avrebbe cambiato stile. Il suo ultimo lavoro, “Time”, rappresenta il primo tentativo di trasformare un cinema rigoroso, pulito, silenzioso, in un approccio alla realtà più stratificato attraverso un punto di vista complesso e diversificato.
Il primo segnale del mutamento in corso nel regista coreano si ha leggendo il soggetto, molto più inflazionato dei precedenti temi scelti. “Time” racconta di amanti afflitti da angosce di perdita, gelosia, noia. Ma le risposte al disagio esistenziale sono in pieno stile Ki-Duk, ovvero chirurgia plastica -mostrata in tutto il suo potenziale scarnificante- per scongiurare la noia, la paura dell’abbandono e quindi rinascere cambiando nome, storia e connotati. Come sempre accade quando l’uomo prova a sfidare i ritmi dei cicli biologici, la situazione sfugge di mano. Il tempo è inarrestabile, e la vita fatica a restare unita quando ci si sdoppia. Similarmente a un altro recente ottimo film, purtroppo poco visto dal pubblico italiano, “Se mi lasci ti cancello” (un titolo orribile e banalizzante, scelto da sciagurati distributori italiani al posto dell’originale “Eternal sunshine of the spotless mind”), di Michel Gondry, con Jim Carrey, 2004, si tenta di ricominciare ex-novo la vecchia relazione d’amore. Come riconoscersi con facce completamente diverse? E soprattutto, perché essere gelosi della propria vecchia identità, ancora viva nel cuore dell’amante? L’amore non è più forte del tempo ma, attraverso il dolore e la trasformazione, un vero amore può sopravvivere agli anni che passano? Questi ed altri sono i paradossi e le difficili domande affrontati dalla pellicola. Con un finale degno di Cronenberg e Lynch, il tema della identità multipla, della maschera, tanto cara ai due registi occidentali, è molto evidenziato, addirittura a tratti tirato per la giacchetta.
Vi sono, rispetto al solito, molti meno sottointesi e più parole, anzi grida, che dichiarano apertamente che cosa accade dentro e fuori i personaggi, lasciando meno spazio all’interpretazione e alla catarsi dello spettatore. Inquadrature più sporche, sceneggiatura ridondante, rumore di fondo, autocitazioni, camei, e caratterizzazione più macchiettista di alcuni personaggi (il direttore della clinica di chirurgia estetica, per esempio), rendono il film più difficile, meno arioso e “terribilmente armonico” di “La samaritana” o “Primavera estate autunno inverno e ancora primavera”. Questo inedito “barocchismo”, un po’ sconcertante per chi ha seguito la fulgida carriera di Ki-Duk, rappresenta però un elemento innovativo apprezzabile, probabilmente riconducibile anche al contenuto stesso dell’opera. Inoltre il film non è per niente scontato, si conclude lasciando aperte domande e accennando filoni narrativi paralleli, non solo in relazione al suo significato primario. Rispetto alla tantrica violenza e disperata armonia che una parte del pubblico occidentale riconosce e apprezza nell’estetica di autori come Kim Ki-Duk, “Time” sembra spostarsi culturalmente verso ovest, abbracciando un certo modo di raccontare la vita sicuramente più europeo che asiatico. Ciò senza fare economia di poesia e emozioni, grazie alla usuale qualità della sintesi nella scelta della rappresentazione dei contrasti, (maschera-viso, amore-odio), alle superbe ambientazioni (tra cui l’entusiasmante parco delle sculture dell’isola di Baemigumi, a circa 40 km da Seul) e al talento originale pittorico del regista. Ovvero, il solito Kim Ki-Duk: questa volta, però, a braccetto con ironia grottesca e marcata espressività degli attori. Il risultato è un disperato canto all’amore e alla morte che evoca un altro maestro del cinema orientale, il grande Takeshi Kitano (un altro pittore-regista), pur rimanendo inconfondibilmente frutto del magico tocco del pluripremiato regista coreano. Uscita in Italia: 25 Agosto 2006
Titolo:
Time
A Milano
Anteo Spazio
Cinema
Eliseo sala
Truffaut A Roma
Alhambra
Cineland
Greenwich
Tibur
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