Costanza Barbieri: Vangeli dipinti

In un bel libro appena presentato una scelta di 170 dipinti per raccontare attraverso le immagini una cultura in cui la Fede aveva un ruolo primario.

 

Di  Luana Silighini

www.eosarte.it

data : 03.12.2006

Intingono il pennello e la creatività nei testi allegorici del nuovo Testamento, gli artisti che vivono tra il trecento e l’ottocento. Li traducono in dipinti per chi è analfabeta - o non ha i mezzi per procurarsi “il libro” della fede cristiana.

Dice di essersi ispirata a loro, Costanza Barbieri, mentre presenta - presso il Circolo canottieri Aniene di Roma, in anteprima - il volume “Vangeli dipinti”, pubblicato da Viviani editore.

“Ho collazionato e studiato centosettantasette tele” - spiega soddisfatta – “tra cui quelle di Raffaello, Caravaggio, Rubens, Poussin e Giotto. Ma anche altre, sconosciute al grande pubblico soprattutto nell’interpretazione testuale originale, come la “Concezione del Battista”, di Pellegrino Tibaldi”.

Un’analisi trasversale che bypassa il lavoro iconografico tout court, fornendo una chiave di lettura “orale”. Privilegiata anche al giorno d’oggi, quando l’approccio massmediatico sembra catalogare le opere con percentuali che approssimano lo share?

Annuisce Maurizio Marini, storico dell’arte, che afferma: “Le immagini del Vangelo dipinto sono come quelle delle sacre scritture affrescate sulle facciate delle chiese medievali, che fin dall’esterno comunicavano al semplice contadino e al pastore la storia sacra che pertanto assumeva per gli umili il valore di quella che sarà definita “biblia pauperum”. Non c’era possibilità di fretta o di equivoco su quello che si vedeva. Parlavano le immagini di una cultura in cui la Fede aveva un ruolo primario: questo fa capire perché l’arte moderna tendente ad una narrazione di tipo più laico nell’ottica di una religione, comunichi di meno gli aspetti del Cristianesimo. Siamo inquinati dalla tv e dal cinema e quindi certi aspetti narrativi ci sfuggono. La passione di Mel Gibson ci ha riportato la cruda realtà delle sofferenze subite all’epoca dal redentore. Ma le illustrazioni di Viviani contengono dipinti che uniscono il michelangiolismo emiliano di Pellegrino Tibaldi al raffinato pensiero di Raffaello nonché il classicismo di Nicola Poussin, il più grande pittore francese del ‘600 vissuto a Roma, all’intimismo della Riforma Cattolica, fino all’intercessione tattile del naturalismo di Caravaggio, che nella flagellazione di Cristo, con forza lirica e religiosa allo stesso tempo mostra il Cristo soffrire fino allo spasimo dell’azione violenta degli aguzzini. Un modo per percepire, col senso della vista, la sensazione tattile dei tormenti. In un’ottica di Fede rigorosa di stampo ispano-borromeo”.   

Gli fa eco Claudio Strinati, soprintendente per i beni artistici e storici di Roma: “l’arte, come tutte le discipline scientifiche, soprattutto al giorno d’oggi in cui l’immagine ha una valenza così pregnante, non si dovrebbe giudicare solo per il valore estetico o per la sua carica emotiva. Ma apprezzata e “cum presa”, presa con sé, per i contenuti storici e culturali che veicola”.    

 

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