COME MORI’ IL CARAVAGGIO: MAURIZIO MARINI SCOPRE LA VERITA’

di Luana Silighini

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data : 13.12.2006

Il pittore che porta il suo estimatore in prima linea a tutt’oggi, suscita polemiche e dibattiti sulla sua vita, le sue opere. E – strano ma vero – sulla sua morte. Una leggenda maremmana ormai diffusa a livello planetario la racconta sulla spiaggia della Feniglia, la lingua di terra che collega la terraferma al Monte Argentario. Tra le cause più chiacchierate: la malaria. Eppure ci sono delle carte che attestano una storia molto diversa. Prima fra tutti, quel “foglio volante” scritto su entrambe le facciate che fu ritrovato nel ’64, durante alcune ricerche, da Giovanna Anastasìa (ed ora conservato presso l’archivio vescovile di Pitigliano). Recita: “A dì 18 luglio 1609 nel ospital di s. maria ausiliatrice morse Michelangelo Merisi da Caravaggio dipintore per malattia”. Un documento, non un vero e proprio atto di morte secondo Maurizio Marini, uno dei massimi esperti di Caravaggio, che afferma: “la data erronea (quella esatta è il 1610), è da ricondursi al fatto che ancora non fosse stato introdotto il calendario gregoriano nell’area senese, secondo cui il primo settembre coincide con la natività della Vergine e con l’inizio dell’anno”.

Studiandolo con attenzione, insieme a Giuseppe La Fauci, architetto portoercolese, i due – coadiuvati dalla competenza in materia di Monsignor Corradini - sono giunti alla conclusione che Michelangelo, fugge da Napoli già con i postumi delle ferite riportate. E con un quadro: quello di S. Giovanni Battista commissionato da Scipione Borghese (ora visibile presso la Galleria Borghese, a Roma). Sbarca a Procida, dove vengono caricati l’acqua e i portercolesi, e riesce ad ottenere un passaggio per approdare a Palo, allora feudo degli Orsini, dove la sorveglianza è sicuramente meno forte rispetto a Civitavecchia. Lì, dove giunge con poche credenziali in quanto risulta latitante, viene messo in stato di ferma (mentre la barca riparte con le tele che giungeranno a Napoli prima della sua morte e dell’annuncio della grazia papale). Dopo pochi giorni lo rilasciano, gravemente malato. Quel viaggio per mare lo infetta di salmonellosi – o di tifo – il Caravaggio probabilmente aveva mangiato qualche cibo infetto. Arriva a Porto Ercole di domenica.

“Talmente malconcio – spiega Marini – da venir ricoverato nel reparto femminile, nella piccola infermeria di S. Maria Ausiliatrice, che assicurava le cure, la sepoltura temporanea (nel piccolo cimitero dove ora è collocato il monumento dedicato al genio, ad opera di La Fauci). E l’inventario dei beni”.

Ma la riga scritta dopo le parole del certificato sono un “cinico segnale” di mancato corrispettivo. Il grande maestro lombardo, nero su bianco, non lascia averi. Coerente col suo modo di operare: non dipinge quasi mai lo sfondo. Ma il suo testamento riemerge indelebile dalla scena attraverso il realismo e la plasticità dei suoi protagonisti.  

 

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