Di Mauro Giovanni Diluca |
data : 30.10.2006 |
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Sarà costretto a scegliere fra la sudata opportunità di farsi una vita e una professione onesta, infiltrandosi per conto della polizia nella gang più pericolosa della mafia locale, quella di Frank Costello (Jack Nicholson, non sempre all’altezza della nomea), o girare i tacchi in direzione della strada, tra le aggressive e piuttosto ironiche minacce dei graduati (per le buone interpretazioni di Mark Wahlberg e Martin Sheen). L’albero genealogico parla chiaro: i tuoi sono stati in galera, sei cresciuto fra criminali, non puoi mica approdare, con gli ottimi voti dell’accademia di polizia che hai avuto, dritto negli uffici della criminale di Boston. Sei sacrificabile, devi guadagnarti la fiducia dei tuoi superiori rischiando la pelle. Dal portone invece, con passo apparentemente sicuro e viso poco sofferto, ecco l’altro brillante e insospettabile studente Colin Sullivan (Matt Demon sembra azzeccato nella parte del “fantoccio”, a prima vista senza scrupoli, ma in realtà con problemi di impotenza e un po’ “bambascione”, resta da scoprire se c’è o ci fa), allevato sin da bambino da Costello in persona, in funzione della stessa missione “proposta” a Costigan, ma di senso opposto, cioè andare a fare la talpa in polizia. Protetto ma non amato, Colin Sullivan è stato oggetto di cure e attenzioni solo perché considerato investimento personale, al pari di un maiale all’ingrasso o un campo di cavolfiori. In mezzo alle spie c’è la psicologa del dipartimento (una credibile Vera Farmiga) che, mentre se la fa con il neopromosso Sullivan, riesce per la prima volta a entrare in empatia con uno dei suoi pazienti in cerca di Valium, più che di conforto analitico, lo stressato Costigan. Degna di nota la professionalità con cui lo spedisce da un collega, prima di accoglierlo nello stesso letto dell’”usurpatore”.
Come accade di frequente nelle storie o favole tradizionali (“Il Principe e il Povero”, “Giovanni di Ferro”, l’avventurosa vita in incognito del biblico Mosè bambino), il vero Re non siede sul trono, ma è colui il quale esprime i valori morali più apprezzabili e può conquistare solo con le sue forze il riconoscimento che gli spetta. Il maggiore ostacolo nell’uscita allo scoperto del vero protagonista positivo, fatti i conti con le colpe dei padri, è spesso proprio il suo opposto, l’usurpatore, simile per provenienza, ma cresciuto nell’agio materiale e incapace di forza, giustizia, amore. Tale orizzonte archetipico rischia molto, al giorno d’oggi, di rovinare nel banale: lo vediamo spiattellato e confuso in tutte le salse dall’entertainment commerciale, vuoi per vendere l’immagine superpotente del Texas Ranger di turno, vuoi per drammatica ignoranza pedagogica. La differenza tra il film di Scorsese (e De Palma, Coppola, Peckinpah, Jarmush, Kitano, eccetera) e tanti altri mediocri che hanno trattato l’argomento, è la stessa riscontrabile facendosi raccontare una versione abbastanza autentica e crudele di una simile parabola da uno zingaro, invece di leggerne una, edulcorata e compiaciuta, su un libercolo buonista.
Se nella prima parte del film si fatica a capire cosa possa esprimere davvero di nuovo Scorsese, al di là del parlare di mafia irlandese al posto che italiana, dalla metà in poi, e pure ripensandoci dopo la proiezione, ci si accorge che il film snocciola diversi spunti di riflessione, oltre che presentarsi tecnicamente gradevole, soprattutto grazie al ritmo, la tensione, e a buona parte del cast. Per esempio, il non calcare troppo la mano sull’antipatia verso il personaggio negativo di Demon, non è solo un’apprezzabile tecnica di pulizia narrativa. Tale scelta richiama altresì l’impossibilità di giudizio del regista sulle malefatte, gli inganni, i sotterfugi più turpi, compiuti da un individuo che probabilmente non ha mai avuto gli strumenti, da bambino così come da uomo, per crescere al di fuori del modello e dell’ala protettrice, e castrante, dello “Zio Cattivo”. Dall’altra parte, il poliziotto “buono”, interpretato da Leo Di Caprio, si trova da adulto a compiere l’ennesima scelta di campo soffrendo più degli altri, faticando il doppio (tanto per restare in ambito popolare-pedagogico, come il genitore immigrato che dice al figlio che, per essere davvero bravo, non essendo indigeno, dovrà essere due volte più in gamba dei suoi pari). Ancora, la fragilità dell’autonomia sia affettiva che intellettuale del personaggio della Fermiga, è forse uno dei punti più interessanti del film, peccato che abbia poco spazio. L’apparente sicurezza di una donna in un ruolo che, forse per deformazione professionale, si chiama fuori dal dolore altrui, nasconde solitudine e un esplicito bisogno di paternità. Tutto ciò salva il film da un facile, ennesimo remake della storia di mafia americana. Per non parlare del finale, si invita lo spettatore a scoprire da sé il lato più amaro dell’affresco del regista italo-americano. Il segreto sta tutto nel titolo, preso alla lettera. Nazione: USA Distribuzione: Medusa Durata: 149' Data uscita in Italia: 27 ottobre 2006 Regia: Martin Scorsese Sceneggiatura: William Monahan Fotografia: Michael Ballhaus Musiche: Howard Leslie Shore Montaggio: Thelma Schoonmaker Cast: Jack Nicholson, Leonardo Di Caprio, Martin Sheen, Matt Damon
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