Milano, MOVIE & FETISH”, UNA MOSTRA PERSONALE DI ETIENNE BRAUN

Ha inquadrato Al Pacino e Jeremy Irons sul set de Il mercante di Venezia,  David Keith e Paris Hilton, protagonisti di Bottoms Up.e tra i soggetti dei suoi ritratti figurano Demi Moore, Martin Landau, Carole Bouquet, Gerard Depardieu, Catherine Deneuve, Monica Bellucci, Sophie Marceau. Ecco le sue foto, genere Fetish.

Come da vocabolario (il Palazzi, il più lucido e inequivocabile nelle definizioni), dicesi feticcio “un oggetto di culto o di stima esagerati”. Grazie all’esagerazione, alla tensione amplificata di cui è investito, l’oggetto viene utilizzato dall’artista come se fosse un cardine con cui forzare la barriera dell’immaginazione, Di Roberto Borghi

 

www.eosarte.it

data : 24.11.2007

Venerdi’ 23 novembre artepensiero -eventi culturali, ha inaugurato “movie & fetish”, una mostra personale di Etienne Braun che si tiene in due sedi: presso la Galleria Artepensiero (in via del Vecchio Politecnico 5) la sezione “Movie”, e presso Revel-scalo d’Isola (in via Thaon de Revel 3) la sezione “Fetish”.

 

Etienne Braun è uno tra i più importanti fotografi del mondo dello spettacolo. Il suo obbiettivo ha inquadrato attori del calibro di Al Pacino e Jeremy Irons sul set de Il mercante di Venezia (girato nel 2004 con la regia di Michael Radford), o di David Keith e Paris Hilton, protagonisti di Bottoms Up (diretto nel 2006 da Erik Mac Arthur). Tra i soggetti dei suoi ritratti figurano inoltre Demi Moore, Martin Landau, Carole Bouquet, Gerard Depardieu, Catherine Deneuve, Monica Bellucci, Sophie Marceau.

In parallelo alla sua attività professionale in ambito cinematografico, Braun ha svolto una ricerca ancora inedita sull’immaginario fetish. Si tratta di un’indagine che tiene conto degli stereotipi del genere, ma li rilegge attraverso un filtro iconografico di matrice fiamminga e una tensione psicologica di natura letteraria.

Le donne strette in corsetti o imprigionate in legami sadomaso indossano maschere che le proiettano in una dimensione più surreale che sessuale, in cui il corpo viene ritratto come se fosse una straniante natura morta. Nelle sue foto stampate in un rigoroso bianco e nero, l’erotismo sembra affrancarsi dalla dialettica piacere-dolore e trasformarsi in una dimensione raggelante e sospesa.

Etienne Braun è nato a Longeville lez Metz, in Francia, nel 1953. Vive in Lussemburgo. Il suo curriculum espositivo contempla la partecipazione a mostre di fotografia fetish dal 1978. Dal 1979 svolge la sua attività di fotografo nel mondo della moda e dello spettacolo.

Presso la Galleria Artepensiero, in via del Vecchio Politecnico 5, sono esposte foto con soggetti cinematografici, presso Revel – scalo d’Isola, in via Thaon de Revel 3, sono presenti foto con soggetti fetish.

Direzione artistica di Mattia Sebastiano Giorgetti.

In mostra da 24.11.2007 al 06.01.2008

Artepensiero tel 02 76009863 info@artepensiero.com

ufficio stampa: Stefania Morici  tel 348 0638585 stefania.morici@fastwebnet

UNA PARADOSSALE DELICATEZZA DI Roberto Borghi

Delizioso e delicato sono aggettivi che derivano entrambi dal sostantivo latino deliciae, che in italiano significa delizia. Di solito viene considerato delizioso ciò che procura un piacere elevato, sopraffino, una sensazione eccezionalmente gradevole e quasi estenuante. Il senso dell’aggettivo delicato è per certi versi affine a quello di delizioso, ma è meno netto, meno univoco e molto più ricco di gradazioni, di sfumature. La delicatezza richiama infatti una condizione di morbidezza al tatto (è la sua accezione letterale, primaria), ma anche di fragilità e di preziosità: inoltre qualcosa di leggero, di acuto, di attento e rispettoso, di preciso, di aggraziato e di tenero nel carattere di una persona ce la fa spesso definire delicata.

Ho scritto questa premessa di carattere terminologico perché mi si possa intendere quando affermo che il nocciolo del lavoro di Etienne Braun, l’essenza della sua poetica, per me consiste nell’individuare situazioni in cui si dà delicatezza in assenza di delizia. E’arduo considerare deliziose le foto di quest’artista: in molte tra esse la mancanza di delizia è anzi esibita, mostrata con chiarezza quasi accecante. Ma proprio in queste immagini, che mettono in scena l’inquietudine e la sgradevolezza allo stato puro, è possibile rinvenire tracce di una paradossale delicatezza, magari celata sotto il rigore e l’eleganza del bianco e nero, o dietro l’ironia dissacrante che traspare dai soggetti fashion collocati in circostanze assurde. Delicate, le foto di Etienne Braun, lo sono quanto più sono irrorate di coercizione, di carnalità, di ferocia, di esasperazione: queste condizioni permettono anzi di mettere alla prova la delicatezza, di verificarne la capacità di esistere e di manifestarsi nelle occasioni più inaspettate. Può esserci grazia, eleganza e persino humour e tenerezza anche nelle immagini di una schiena appena fustigata, di una donna rinchiusa in un abito di pelle dall’aspetto punitivo, di un capezzolo strizzato da un anomalo strumento di precisione. In tutte queste situazioni, e in altre ben più esplicitamente brutali che sono pubblicate nelle pagine seguenti, può esserci delicatezza se un artista si sbarazza della consueta dialettica tra piacere e dolore, tra decoro e volgarità, tra normalità e trasgressione, in un’ottica globale, complessiva e risolutiva, di oltrepassamento.

Per Etienne Braun il feticcio è lo strumento per andare oltre i confini imposti dalle antinomie che ho appena elencato.

Come da vocabolario (il Palazzi, il più lucido e inequivocabile nelle definizioni), dicesi feticcio “un oggetto di culto o di stima esagerati”. Grazie all’esagerazione, alla tensione amplificata di cui è investito, l’oggetto viene utilizzato dall’artista come se fosse un cardine con cui forzare la barriera dell’immaginazione, un codice di accesso al territorio sconfinato del desiderio. Nella dinamica psicologica che va sotto il nome di feticismo, il desiderio erotico si attiva in presenza di determinati oggetti, materiali, abiti e parti del corpo che compendiano o sostituiscono il corpo nella sua totalità. Quando il feticismo si fa stile, e diviene quindi fetish, gli strumenti di attivazione dell’erotismo vengono formalizzati, standardizzati, raccolti in una sorta di inventario che comprende un certo tipo di biancheria intima, l’attrezzistica sadomaso, il cuoio nero, l’uniforme, la maschera, un certo tipo di scarpe … 

Nelle foto pubblicate in questo libro non manca nessuno degli elementi che ho elencato, ma il loro ruolo, il loro significato, è più ampio di quello imposto dai canoni del fetish, ed è biunivoco: Etienne Braun non guarda solo all’oggetto come se fosse un corpo, ma guarda anche al corpo come se fosse un oggetto. Per questa ragione le sue immagini, anche quelle più dolorosamente vive, appaiono delle rigorose, eleganti, composte e delicate nature morte. 

Evocando una categoria propria della tradizione pittorica e in seguito del linguaggio fotografico, non posso fare a meno di interrogarmi su quali siano le genealogie del lavoro di Etienne Braun. D’istinto, con l’occhio rivolto a certe maschere o ad alcuni abiti, ma facendo soprattutto riferimento alla mescolanza di visionarietà ben cesellata, di abbondante onirismo e di patinata inquietudine che pervade le immagini, direi che questo artista si colloca in una ipotetica linea che va dalla pittura fiamminga al surrealismo a Helmut Newton.

Non dimentico inoltre che Etienne Braun è uno tra i più affermati fotografi di scena, e che un’apposita sezione di questo libro raccoglie alcuni suoi scatti dedicati a importanti personaggi del mondo dello spettacolo. Anche per questa ragione mi sembra evidente che sul suo lavoro abbia influito non poco il linguaggio cinematografico, e in particolare una certa filmografia che ha in Rainer Werner Fassbinder il suo più intenso esponente.

Sincero, appassionato, melodrammatico e insieme astratto, calcolato, cerebrale, il cinema del regista tedesco è tra i meno catalogabili degli ultimi decenni, e forse il più capace di eludere il confine fra normalità e trasgressione o tra decoro e volgarità. Etienne Braun ha conosciuto e frequentato Rainer Werner Fassbinder agli inizi del suo percorso artistico, e nelle sue foto ritroviamo certi ambienti tenebrosi e soffocanti, la medesima riflessione sul ruolo del potere nelle dinamiche erotiche e quella peculiare fusione tra straniamento e coinvolgimento che caratterizzano i film degli anni Settanta.

Ciò che maggiormente accomuna queste due figure è però la medesima attitudine a trasfigurare il desiderio, a spingere l’immaginazione oltre i limiti imposti da un’idea stucchevole del pudore, a scorgere e mostrare che anche nella sopraffazione, nell’esasperazione e nella fragilità che accompagna ogni dinamica relazionale può esserci qualcosa di paradossalmente delicato.

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