1799: il movimento del Viva Maria, un’Arezzo sanfedista, anti-francese e anti-ebraica che non meritava di essere celebrata

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data : 01.03.2007

Il massacro di Siena e la “questione ebraica”

La mattina del 28 giugno 1799, bande dalla fisionomia non ben definita giungono a Siena provenienti dall’aretino nell’intento di acquisire sempre più consensi al movimento. Quello che sappiamo è che sono bande del Viva Maria, composte da apporti diversi e che qualificare come aretine tout court non è effettivamente corretto: ci sono sbandati, austriaci sfuggiti alle rovinose sconfitte inflitte dai napoleonici, qualche apporto di uomini di città già “liberate”. Nel momento dell’arrivo a Siena, che nel frattempo ha chiuso le porte, esitano un po’, hanno forse il timore di non riuscire a entrare. Le incita un sacerdote, don Giuseppe Romanelli. Dentro Siena la teppa vede l’occasione di impadronirsi dei tesori e dei patrimoni degli ebrei, che ci sono ma vengono assolutamente dilatati nell’immaginario collettivo. Due i protagonisti, dunque, che concorrono alla drammatica piega che subiscono gli eventi: le bande cosiddette “aretine”, che ospitano anche non aretini come accennato, e una parte della popolazione senese che spalanca le porte. Insieme saccheggiano il ghetto e la sinagoga, esercitando violenza verso gli ebrei.

Le immagini: Cristoforo Donati Conti (?) (Arezzo 1723 – 1798). Il Duomo di Arezzo e la piazza del Vescovado. Fine XVIII secolo. Olio su tela, cm 73 X 41. Montepulciano, Museo civico

Cristoforo Donati Conti (?) (Arezzo 1723 – 1798). Il piazzale del Campanile del Duomo di Arezzo e la parte alta della città. Fine XVIII secolo. Olio su tela, cm 72 X 40,5. Montepulciano, Museo civico

Tredici muoiono in un rogo, alcuni ancora in vita mentre le fiamme li avvolgono. In questa accozzaglia di voci esaltate e nobili stretti attorno a un mondo in dissoluzione, dopo l’eccidio in Piazza del Campo, si compie un rituale a benedizione di quanto compiuto: la processione con l’immagine della Madonna del Conforto, culto sorto a seguito della cessazione del terremoto in Arezzo del febbraio 1796, talmente sentito che finirà per prevalere sul culto del patrono cittadino San Donato.

L’immagine della Madonna del Conforto, già legata a un miracolo avvenuto in Siena durante le guerre tra Francia e Spagna del Cinquecento, quella aretina non è altro che la senese Madonna di Provenzano, viene assunta a protettrice del movimento. La devozione cresce nella convinzione che la Madonna proseguirà sempre e comunque l’opera di tutela e assistenza a favore degli aretini. Tesi sostenuta dal vescovo Agostino Albergotti, fin dai primi anni dell’Ottocento, in opere che ne documenterebbero la fondatezza. La processione senese è frutto di un sentire popolare già a tre anni dal “miracolo” accentuato e diffuso. Va riconosciuto comunque che a seguito dei fatti di Siena, le nuove autorità intentano dei processi che colpiscono i responsabili senesi dell’eccidio. L’odio nei confronti degli ebrei si manifesta ovunque arrivi il “Viva Maria”. Per vari motivi, alcuni già ricordati: l’ostilità tradizionale che la Chiesa ha instillato nelle coscienze, in secondo luogo le accreditate enormi ricchezze, infine, elemento che si sposa con la situazione storica contingente, gli ebrei vengono considerati filo-francesi. Se i francesi sono visti come il diavolo, la Rivoluzione è il risultato di dottrine malsane e l’effetto di un complotto tramato ai danni di Trono e Altare da massoni, giacobini e philosophes, teoria delineata in Francia fin dal 1792 da un ex gesuita Augustin Barruel e che rimane l’interpretazione, se non ufficiale, almeno ufficiosa della Chiesa fino ai giorni nostri, i secoli hanno accomunato gli ebrei a tradizioni di satanismo e stregoneria: l’alleanza tra queste forze del “male” appare inevitabile. Gli ebrei apprezzano la repubblica francese, giocoforza, però hanno un’esperienza millenaria di momenti di liberazione di breve durata. Non si lasciano prendere dall’entusiasmo, rimangono cauti. Le comunità ebraiche non si pronunciano ufficialmente a favore del nuovo potere. Registriamo prese di posizione individuali ma non nell’aretino e neanche a Monte San Savino, l’unica comunità esistente nel nostro territorio.

L'immagine: Disegno di Angelo Ricci (Arezzo 1749 – 1827). San Donato e la madonna del Conforto con veduta della città d'Arezzo. Incisione di Giuseppe Canacci (Firenze, documentato fine XVIII – inizi XIX secolo). Post 1796/ante 1814. Incisione su rame, cm 29,8 X 19,2, Arezzo Bibliotrca civica

Sempre alla violenza del Viva Maria, è legata infatti la scomparsa della comunità savinese nella seconda decade del luglio 1799: gli ebrei del piccolo borgo della Valdichiana vengono scacciati, malmenati, e solo l’intervento delle autorità evita l’ennesimo bagno di sangue. Purtroppo, destino tremendo, alcuni savinesi si sono nel frattempo rifugiati proprio a Siena dove, raggiunti, troveranno la morte nel pogrom di Piazza del Campo. Un cruento dramma si ripeterà a Senigallia: la contabilità dei morti, 13, coincide cinicamente con le vittime senesi. Non si verifica a Pitigliano per l’intervento della popolazione locale che da secoli convive con gli israeliti e che vede nella banda del Viva Maria ivi pervenuta un comportamento così arrogante e insultante nei confronti degli abitanti, tutti, da ritenere come logica soluzione quella di ricacciarla. Ad Arezzo stessa, una quindicina di ebrei savinesi trasferitisi nel capoluogo, verranno imprigionati dalle autorità a “furor di popolo” con una misura cautelativa atta almeno a evitare il linciaggio.

Non sembrano in effetti mancare atti di singoli uomini o delle neonate istituzioni messe a capo delle città che si premuniscono o impediscono efferatezze: il capitano Veltroni a Monte San Savino, a rischio della vita va aggiunto, si schiera a favore della comunità, il capitano Romanelli a Pitigliano fa liberare gli ebrei ingiustamente imprigionati ma la loro opera è una goccia in un mare montante di fanatismo che macina vittime ove possibile. Se poi di vittime non vogliamo più parlare, ecco che la natura predatoria del movimento del Viva Maria emerge da un documento aretino datato 4 luglio 1799, tratto dal registro della guardia urbana, dove si parla per l’appunto di 11 sacchi di zucchero, 3 botti di rum e altra mercanzia razziata e affluita da Siena. Evidentemente, da una drogheria. E se la merce perviene ad Arezzo, l’opera dei locali nella rapina del negozio appare scontata. Gli aretini a Siena non si comportano da uomini d’onore deputati a ristabilire l’ordine. Per non parlare di altre circostanza come la notte tra il 23 e il 24 maggio 1799 quando entrano in Forano, paese dove si manifesta una marcata opposizione al Viva Maria, per spogliare il deposito d’armi, uccidere cittadini solo perché affacciati alla finestra e una povera donna incontrata per strada, trascinare ad Arezzo i due Cancellieri della comunità, padre e figlio, in odore di simpatie giacobine. Spesso gli apologeti usano citare come momento glorioso l’episodio della battaglia di Rigutino, uno scontro tra truppe del Viva Maria e una colonna di polacchi chiamata a ricongiungersi ai francesi, il 14 maggio 1799 a circa 6 chilometri a sud di Arezzo. Sostanzialmente fu un agguato lungo le sponde di una non bonificata palude, qual era ancora la Valdichiana, contro una guarnigione militare che costringe però francesi e polacchi a desistere dall’idea di un rientro immediato in Arezzo. La celebrazione del 200° anniversario di questa scaramuccia fa soltanto vedere come Arezzo sia una città provinciale che s’infervora per ogni episodio storico che la vede dubbia protagonista senza analizzarne cause, effetti, sfaccettature.

La fine del Viva Maria è comunque solo rimandata: i francesi mettono a sacco la “capitale” del movimento e solo un numero inconsistente dei protagonisti di pochi mesi prima proverà a difenderla. Il 19 ottobre, inizia il saccheggio: 4 giorni nei quali si abbatte su Arezzo ogni sorta di eccesso e circa 40 cittadini sono uccisi. L’innaturale, fanatica e reazionaria alleanza tra classi sociali è sepolta dalle armi ma soprattutto dalla storia: è durata dal 6 maggio 1799, giorno della cacciata dei francesi, a questo fatidico 19 ottobre 1800, giorno del sacco suddetto. Appena 17 mesi che per qualcuno sono un’epopea della storia patria e che resteranno per sempre macchiati dal sangue innocente di malcapitati.

Le fonti e i protagonisti sociali

Le fonti documentarie sul Viva Maria aretino provengono quasi tutte dalla parte degli insorgenti. Quelle giacobine sono state distrutte deliberatamente, dai partitanti antifrancesi, nel 1801. Ci è stata negata così la conoscenza di molti fatti (e di presumibili misfatti). Sulle fonti attuali, si scontrano due interpretazioni spesso non conciliabili. Per citare i critici del movimento, in genere di formazione laica: “Presenze ebraiche nell’aretino” di Giorgio Sacchetti e Roberto Salvadori, “Gli ebrei italiani nella bufera antigiacobina” sempre di Roberto Salvadori, le due monumentali pubblicazioni sulla Toscana napoleonica curate da Ivan Tognarini e cioè “La Toscana e la rivoluzione francese” e “La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica”, ancora un libro a cura di Ivan Tognarini “Arezzo tra rivoluzione e insorgenze” e “Viva Maria. Riforme, Rivoluzione e insorgenze in Toscana (1790-1799)” di Gabriele Turi. Tra gli apologeti meritano di essere ricordati: “I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800)” di Giacomo Lombroso e “Digitus Dei est hic” a cura di Oscar Sanguinetti, gli atti del convegno di studio tenutosi ad Arezzo il 3 giugno 2000.

L'immagine: Piero della Francesca (Borgo San Sepolcro 1418 circa – 1492). Ritrovamento e riconoscimento della vera croce, particolare 1455 circa, affresco cm 356 X 747, Arezzo, Chiesa di San Francesco

Gli attori sulla scena della vicenda sono molti e questo a dimostrazione della complessità della vicenda, geografica, militare e sociologica. Tra questi vanno citati: gli insorgenti come tali (la popolazione contadina); la nobiltà e l’alto clero (il ceto dirigente); il basso clero (in maggioranza sostenitore dell’insurgenza, in minor parte filo-francese); il Granduca Ferdinando III e la sua corte (il potere centrale, allo stato delle cose esautorato, ma non privo di una sua politica); la “dominante” Firenze che, attraverso i suoi organi di governo (Senato) cerca di mantenere la sua egemonia sulle città toscane; l’esercito francese e ovviamente i giacobini e i filo-giacobini. Le masse contadine hanno almeno due motivazioni per insorgere: la fame e la fede. I francesi, come già in precedenza Pietro Leopoldo e il suo governo, sono ritenuti responsabili dell’aumento insostenibile del prezzo del pane e portatori di convinzioni miscredenti e oltraggiose, ugualmente intollerabili; sono praticamente assenti i ceti medi, così esigui ad Arezzo da potersi considerare inconsistenti se non addirittura inesistenti.

Ciò provoca una conseguenza di fondamentale importanza: il capovolgimento di quello che è avvenuto in Francia dieci anni prima, quando contadini e borghesi, sia pure animati da finalità diverse, confluiscono tra loro per abbattere l’ancien régime. I movimenti del Viva Maria nascono, dunque, da qualcosa di più di un contrasto tra occupanti brutali e popolazione residente oppressa. Si tratta, piuttosto, di uno scontro tra due concezioni della società. Il Granduca e, con lui, Firenze temono fortemente la sovversione sociale che può originarsi dall’insurgenza e fa tutto quello che gli è possibile per riportarla sui binari della legalità e del lealismo (e della sudditanza). Per conto suo, invece, la Suprema Deputazione del Governo Provvisorio di Arezzo che, per altro, ha preoccupazioni del tutto analoghe, tenta di costituire (come ha sostenuto recentemente Oscar Sanguinetti con argomenti convincenti) un’organizzazione federativa del potere che garantisca la vecchia classe dirigente locale, ponendola al riparo dal potere centrale fiorentino. Non è un caso che quest’ultimo, restaurato, ne decreti lo scioglimento fin dal 15 settembre 1799.

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