LA CONDIZIONE DEL SISTEMA DELL’ARTE IN ITALIA

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data : 01.02.2007

Roma, Lunedì 4 Dicembre 2006

Appunti per il Presidente della “Commissione Cultura” della Camera dei Deputati, On. Pietro Folena

Signor Presidente,

consideri gli appunti che seguono, e che a noi servono come “scaletta” per quanto abbiamo l’onore di esporLe nel colloquio cortesemente concessoci, come annotazioni integrative ed esplicative di quanto è parte del documento già in Suo possesso.

In primo luogo, non ci risulta che esista alcuna indagine conoscitiva sulla situazione dell’Arte Contemporanea italiana, una vera indagine di settore. Manca pertanto una conoscenza reale delle condizioni in cui operano i diversi protagonisti – artisti, storici e critici, istituzioni museali e accademie, gallerie private e collezionismo, ecc. –, ma anche su quanto sia cambiato il sistema dell’arte contemporanea negli ultimi due decenni, sul suo volume di affari, sulle difficoltà nelle quali si dibatte, sull’assenza di qualsivoglia organismo rappresentativo, su come si muovono le istituzioni d’arte moderna e contemporanea e in quali condizioni agiscono. Il tutto aggravato dal fatto che, trattandosi di una forma d’arte che non si basa sulla produzione industriale o comunque di impresa – vedi cinema, musica, ma anche balletto o teatro, ecc. –, non è in grado di produrre proprie forme di rappresentanza, capaci di offrire analisi comparate, esercitare forme di pressione o di lobby. Gli organi di informazione non ne trattano con l’attenzione socio culturale adeguata.

L’arte contemporanea pertanto è formata, nei fatti, da un mondo di individui che operano senza alcun supporto collettivo, nel più totale anonimato. E non ci si lasci ingannare dal clamore che qualche artista, alcune volte, riesce a produrre e a sollecitare attorno al proprio lavoro. La verità è che nessuno nelle istituzioni s’è posto il problema, proprio per la debolezza di questo mondo e per l’insufficiente visibilità che garantisce a quanti se ne occupano. E, in questa situazione, ogni provvedimento preso da quanti svolgono compiti di governo nel paese, ad ogni livello, non tiene conto della particolarità nella quale operano i diversi soggetti che compongono il “sistema dell’arte contemporanea”, contribuendo a produrre ineguaglianze, ingiustizie sociali e culturali, promuovendo economia sommersa e scomparsa di molti soggetti. EPPURE L’ITALIA VANTA UN CREDITO INTERNAZIONALE PER IL PATRIMONIO D’ARTE CHE HA SAPUTO PRODURRE E CONSERVARE NEL CORSO DEI MILLENNI, MA ANCHE PER QUANTO L’ARTE HA SAPUTO E SA PRODURRE NELLA CONTEMPORANEITA’.

Cosa è successo in questi anni nell’arte contemporanea? Sia per quanto riguarda una ricognizione sui protagonisti, che sugli aspetti economici ci limitiamo a proporre alcuni dati e poche nostre considerazioni, partendo dagli aspetti fiscali che sono particolarmente pertinenti in questa fase di confronto per la messa a punto di interventi giusti ed equi.

Gli artisti: alcuni aspetti fiscali

Per intrattenere rapporti commerciali, all’artista – lavoratore autonomo, ma anomalo – è fatto obbligo d’essere in possesso di Partita Iva. Il che lo pone, di fatto, avendone tutti gli “oneri” a fronte di assai modesti “onori”, nella categoria dei “Liberi professionisti”. Ciò dice di:

Ritenuta d’acconto pari al 20%

Iva pari al 10%.

Esiste una Direttiva Cee VII dell’11 gennaio 1978, modificata dalla proposta della XIX Direttiva del 5 dicembre 1984, la quale per gli artisti prevede la “totale” esenzione dell’Imposta sul Valore Aggiunto per la cessione di opere d’arte.

Tale Direttiva non è stata recepita dall’art. 50 del Dpr del 1986; né è, ad onor del vero, stata recepita da altri Paesi.

In Europa si registra, infatti, una marcata diversificazione da Stato a Stato su questi temi che rende, oltretutto, problematica ogni transazione commerciale nel settore. Ma vediamo quali aliquote Iva vengono applicate al settore in altri paesi Europei

Francia: Iva pari al 5,5%; Spagna: Iva pari al 3%; Belgio: Iva pari al 4%; Germania: Iva pari al 7%; Austria: Iva pari 10%

Inghilterra: Iva pari al 17,5% (introduzione recente, giacché in Inghilterra valeva il principio dell’esenzione totale; è Paese che tuttavia gode di un forte mercato internazionale la cui tassa d’ingresso è solo del 2%).

Ciò considerato, sull’acquisto di materiali, grava sull’artista: 

Iva al 20%

Ne consegue che: Se la vendita di un’opera da parte dell’artista ha un’imposizione Iva pari al 10%, l’artista è costantemente a rischio di trovarsi in “credito d’Iva”. Tutto ciò ha fatto sì che, al tempo della “Minimum Tax”, non pochi artisti si siano cancellati dalla Partita Iva: alcuni iscrivendosi all’Artigianato, altri optando per la formula di “prestazione occasionale”. Ne consegue che un alleggerimento della pressione impositiva per gli artisti, la sommatoria del cui reddito è comunque “residuale”, restituirebbe oltretutto allo Stato maggiori, sebbene non importanti, introiti, e una corrispondente riduzione dell’attività sommersa. Non va dimenticato che categorie similari, produttrici di opere dell’ingegno (es. scrittori, musicisti) sono “detassate” al 4%. Questo stato delle cose ha una ricaduta negativa, ad esempio, sull’attività commerciale di mercanti e gallerie, la cui aliquota Iva è pari al 20%, in relazione alla diffusione e maggiore conoscenza dell’arte italiana all’estero. Paesi che godono di maggiori facilitazioni per la circolazione delle opere.

Condizioni e protezioni sociali per l’artista

L’artista che opera in questo ambito creativo è, nella stragrande maggioranza dei casi, una persona che non possiede i mezzi per operare, né sicurezza sociale e di reddito tale da favorire la propria attività primaria, “creare”. È vero che nessuno impone ad una persona di fare il pittore o lo scultore, ma è altrettanto vero che si tratta di attività che, in ogni epoca governata da classi sociali e dirigenti avvedute, andrebbero favorite e tutelate per il bene della nazione e dell’umanità. Ebbene, oltre le questioni poste nelle righe precedenti, l’artista italiano non gode di:

Cassa malattie di categoria

Trattamento pensionistico di categoria

Agevolazioni per bisogni primari, ad esempio: agevolazioni fiscali sullo studio come luogo di lavoro; possibilità di crediti agevolati bancari.

possibilità di portare in detrazione quanto necessario spendere per la  promozione del proprio lavoro.

Mentre è obbligato a tenere la documentazione contabile, invece che limitarla alla sola conservazione delle fatture emesse.

Non sappiamo se siano giuste queste istanze, oppure se è giusta e percorribile (pur se parrebbe presentare non poche difficoltà in ordine al concetto di “professionalità”) la strada di dar vita ad un “Albo professionale”, ma certamente andrebbe studiata la situazione in modo da avere maggiore chiarezza su chi deve essere considerato, dallo Stato, un artista, e a stretto giro dar corpo a soluzioni legislative che ne sostengano la vita e l’attività. Oggi, certamente, la sensazione che un artista di questo settore prova è quella di essere ignorato dallo Stato (nella sua globalità) quando si tratti di comprenderne le esigenze essenziali.

Circolazione delle opere d’arte

A fronte della “libera circolazione” europea, permangono “vincoli” anche e soprattutto per i Paesi extraeuropei. Basterebbe considerare quello relativo ad opere, pur di artisti viventi, che superino i 50 anni. Ne consegue, per quanti volessero esporre le proprie opere all’estero:

il “disinteresse” delle istituzioni straniere, pubbliche e private, per la nostra arte.

una molteplicità di adempimenti burocratici presso gli Uffici esportazione, Belle Arti, ecc. spesso gestite non gratuitamente dalle Società di Trasporti Internazionali.

Se tale situazione è disagevole per gli artisti viventi, diviene addirittura “castrante” per gli artisti scomparsi.

Si badi: a fronte di tali difficoltà frapposte agli artisti italiani, ve ne sono molte meno o, addirittura, inesistenti, per gli artisti stranieri che intendano esporre in Italia.

Altri protagonisti: Il mercato

Per una riflessione sulla condizione del “sistema dell’arte”, e in stretta e vitale connessione al lavoro degli artisti,  si fa soprattutto riferimento a:

Aste nazionali e internazionali

Considerando i recenti risultati, si deduce un massimo interesse per i grandi nomi storicizzati, i quali, benché determinanti, non esauriscono i ragionamenti sulla reale situazione del mondo dell’arte. Non meraviglia che de Chirico, Burri, Fontana, Boccioni, Carrà, Morandi, ecc. abbiano raggiunto quotazioni di straordinaria rilevanza.

Meraviglia che tali positivi risultati possano considerarsi “condizione transitiva”, e cioè fenomeno da generalizzare, per l’intero sistema dell’arte il quale, per la più parte, è formato da artisti le cui quotazioni in asta sono spesse volte irrisorie, se pur le loro opere, notoriamente o meno, non vengano ritirate dalla vendita per non raggiunti livelli minimi.

Fiere nazionali e internazionali.

È notorio che alle Fiere Nazionali partecipino circa il 10% dell’assieme delle Gallerie italiane. È un dato di fatto che i recenti decreti finanziari abbiano fortemente rallentato l’attività commerciale delle Fiere stesse in territorio nazionale.

È altrettanto noto che alle Fiere Internazionali, per questioni di “gusto estetico”, le Gallerie italiane assai spesso non siano né invitate né accettate.

È certamente noto che anche in tale ambito la situazione del mercato sia mobile e recettiva per taluni nomi storicizzati, mentre del tutto immobile, o irrilevante, risulta essere per l’assieme degli artisti.

È certamente noto che in alcune importanti Fiere italiane (Bologna, Padova, ecc.) si vedono le stesse opere, di volta in volta in “stands” di diverse gallerie. Ciò dà la condizione asfittica del mercato d’arte.

Gallerie private.

La Galleria d’arte è stata l’epicentro per quasi un secolo del lavoro di proposta, promozione e vendita dell’arte. Oggi non è più esattamente così e le ragioni vanno cercate nel mutamento che è intervenuto nella proposta di prodotti artistici sempre più nuovi in diversi campi, per la debolezza professionale e di categoria che le caratterizza, ma anche perchè le Gallerie d’arte sono state trascurate dallo Stato quali veicoli di promozione e crescita culturale per i cittadini e quindi la nazione.

È noto che per “mettere in piedi” una galleria, in termini economici, i costi sono contenuti. Né il gallerista deve superare “esami” complicati per l’esercizio della professione (e forse sarebbe il caso di rifletterci un attimo).

Si dà quindi il caso che, considerati gli attuali tempi economici, nascano gallerie incapaci di durare a lungo e di svolgere un servizio all’altezza necessaria. Nello stesso tempo le Gallerie storiche e culturalmente serie, qualora non abbiano un trascorso di accertata e prolungata solidità economica, hanno chiuso o sono in procinto di chiudere. Negli ultimi anni hanno cessato la loro attività, a livello nazionale, circa il 10% delle gallerie importanti.

Eppure sono le gallerie di provata serietà culturale, che, con il loro lavoro quotidiano, formano le quotazioni degli artisti (giacché la vendita di opere d’arte in asta non determina il mercato vasto, ma costituiscono una occasione particolare del mercato, anche se importante per i professionisti e i collezionisti esperti).

In sostanza, e a scopo informativo, porgiamo queste tre coordinate per l’individuazione del mercato e sul suo stato di salute.

Quello che si occupa dei grandi patrimoni, volto all’acquisto dei maestri storici (territorio che non vede crisi);

Quello che si occupa del piccolo acquirente, rivolto a opere ed autori di non grande richiamo e di poco prezzo (il meccanismo può non risentire che in parte della crisi);

Quello che si occupa dell’acquirente medio, che si occupa di artisti medio-alti, il cui  acquirente, a seconda dei momenti, modifica le sue attenzioni e disponibilità sulla base delle priorità che deve privilegiare.

Ne deriva che la fascia media degli artisti – non è infrequente che siano collocati in questa fascia artisti di grande qualità con una notorietà anche alta presso la critica, ma non sorretti dalle logiche del mercato – è, da qualche anno, pressoché ferma; il che vuol dire che le opere si accatastano negli studi degli artisti.

Aspetti fiscali per il lavoro delle Gallerie

Quando una galleria allestisce una mostra, generalmente l’accompagna con un catalogo. Ebbene, l’Iva per la sua produzione è del 20%, mentre se un’Istituzione pubblica un catalogo ha un onere IVA pari al 4%, e le case editrici sono giustamente protette dalle norme del settore a prescindere che si tratti di libri culturalmente importanti o mediocri. La stessa aliquota del 20%, deve essere applicata nel caso di vendita del catalogo come di un’opera d’arte in Galleria.

Sulla recente messa in atto del “Diritto di seguito” (equivalente del “Diritto d’Autore”, in linea teorica assai più che giusto), che riguarda le arti visive e che, essendo Direttiva europea, non può essere elusa, è bene calcolarne gli effetti sul mercato dell’arte. Non è improbabile che detta norma applicata in modo generalizzato imprima un ulteriore pesante rallentamento al mercato delle opere d’arte, giacché, di norma, tutti tendono a pagare meno e non di più un prodotto che, specie in momenti di crisi economica, può essere relegato fra le cose delle quali fare a meno.

Il Diritto di seguito, pari al 4% su lordo esente Iva, in particolare, riguarda: tutti gli autori acquistati da privato o da galleria a prezzo superiore ad € 3.000,00 su lordo esente Iva; tutti gli autori viventi presso cui si acquista direttamente a più di € 10.000,00 su lordo esente Iva.

Ne consegue che una galleria d’arte paga il “Diritto di seguito”:

in entrata (4% su lordo esente Iva).

in uscita (4% su lordo esente Iva).

per un totale pari all’8% su lordo esente Iva.

Si consideri che, da un’indagine effettuata, risulta che il 40/50% delle transazioni riguardanti opere d’arte in galleria, è costituita da permuta e non da vendita, per la quale valgono tuttavia le medesime regole.

Ci preme, inoltre, sottolineare che la giusta imposizione di “tracciabilità” delle spese, voluta dal recente Decreto fiscale (il ragionamento vale sia per le Gallerie che per gli artisti) presupponendo l’eliminazione del “contante” anche per l’acquisto di opere d’arte di non rilevante peso economico, accentua i rischi per le Gallerie e per gli artisti nel caso di vendita a “clienti” non conosciuti. L’artista e la Galleria d’arte, infatti e per evitare di ricevere assegni a vuoto, non sono imprese economiche tali da giustificare l’affidamento alle Agenzie di controllo assegni.

Collezionismo

È fondamentale per lo sviluppo dell’arte italiana e, in particolare quella contemporanea, definire una normativa fiscale che consenta alle imprese che intendano iniziare o ampliare la loro collezione d’arte, o anche solo di acquistare opere d’arte, di portare in detrazione – almeno per una parte significativa degli ammontare - gli importi investiti in questo campo. Altrettanto si dovrebbe fare per gli investimenti che dette imprese facciano per la realizzazione di spazi espositivi permanenti destinati alle loro collezioni o a mostre temporanee di arte moderna o contemporanea. La stessa soluzione potrebbe essere prevista per gli investimenti che le imprese intendano fare a sostegno delle mostre d’arte contemporanea o di pubblicazioni del settore.

Molte altre questioni potrebbero essere valutate, e che riguardano il rapporto fra ruolo e investimenti dell’impresa italiana e arte.

Gli “studi di settore”

Per quel che attiene al “mercato d’arte” italiano c’è da rilevare non solo la sua saltuarietà, ma la sua frammentarietà, il che vuol dire che uno stesso artista gode di quotazioni estremamente diverse a seconda che si tratti di un territorio o di un altro. Per la singolarità del mercato d’arte, consegue l’impossibilità di: accertamento di quotazioni unanimi su tutto il territorio nazionale; di correttezza e di generalizzazione degli “Studi di settore”. Giacché la saltuarietà e la frammentarietà non assicura gettiti né continui né omogenei. Né, soprattutto, di entità generalizzabili all’intera categoria. Ciò dice, tra l’altro, che possono esservi stagioni intere in cui non si vende un quadro.

Altri protagonisti: Gallerie pubbliche d‘Arte Contemporanea; Accademie d’Arte; Facoltà universitarie e Storici dell’Arte; Informazione e arte; Critici d’Arte.

Questo breve e incompleto elenco di argomenti e campi di interesse dell’arte o sull’arte contemporanea – potrebbero essere ampliati ulteriormente: stampatori d’arte, Archivi e Biblioteche d’arte, ecc. –, costituisce il territorio per il quale calibrare provvedimenti legislativi e normativi adeguati. In questo caso ci limitiamo a offrirLe qualche valutazione su una sola categoria di professionisti che operano in stretta relazione con l’artista, i Critici d’arte, che sono complementari all’artista. Due protagonisti essenziali – l’artista e il critico – i cui momenti positivi o negativi inevitabilmente si incrociano. Il critico, quando non è un “cattedratico”, è anch’egli un libero professionista, soggetto a tutti gli ordinamenti finanziari: Ritenuta d’acconto pari al 20%; Iva pari al 20%. Se il critico d’arte non è di fama, lavora nella più totale precarietà, attraverso collaborazioni saltuarie a qualche giornale o svolgendo attività di curatore di mostre. L’istituzione, a suo tempo, della Minimum Tax e i successivi “Studi di Settore” hanno suggerito a molti di “cancellarsi” dalla partita Iva, optando per  il regime di “collaborazioni occasionali”. Le quali, peraltro, consentono un tetto massimo annuale di introiti pari ad € 5.000,00 e non più di una notula all’anno intestata ad un medesimo “destinatario” (circostanza che complica la possibilità di più d’una collaborazione con uno stesso giornale)

Si constati, tra l’altro (giacché i critici italiani non sono tutti cattedratici o professionisti di respiro internazionale), che la condizione della critica d’arte nei giornali (per certi versi anche nella radio televisione) è grama; i giornali sanno che il settore delle arti visive – a differenza di letteratura, musica, cinema, teatro – non ha forti poteri economici alle spalle, né sovvenzioni di alcun tipo. Ne consegue che la critica d’arte, nei giornali e nella radio-televisione, viene relegata in spazi “superstiti” da altre notizie. Sono assai poche, infatti, le “testate” che ancora hanno pagine dedicate all’arte. Mentre un tempo esisteva la “Terza pagina” dedicata alla cultura, e la critica esercitava, forse suo malgrado, un ruolo a suo modo “formativo” del gusto, da cui poteva anche discendere un input economico per gli artisti. Attualmente, nella gran parte dei casi, la critica d’arte nei giornali è pressoché inesistente, se non a livello di poche, scarne, insufficienti notizie non già dettate a chiarire la fisionomia di un problema estetico, ma a dare mere e brevissime informazioni. I giornali e le riviste specializzate, quando pagano, pagano male (generalmente da un minimo di € 30,00 ad un massimo di € 250,00; salvo casi eccezionali); saldano a distanza di tempo (minimo tre mesi dalla pubblicazione di un articolo). Di contro, sembrerebbe che un critico d’arte debba già sentirsi “onorato” se un quotidiano o un periodico gli chieda gratuitamente un testo.

Il critico d’arte, inoltre e per il suo lavoro, deve far fronte a spese che non gli è consentito portarsi in detrazione né scaricare. Ciò detto, bisognerebbe consentire al critico d’arte “libero professionista” di scaricare le spese affrontate per il suo lavoro e stabilire agevolazioni fiscali per l’acquisto di beni relativi all’aggiornamento professionale (libri, riviste e giornali specializzati), oppure la possibilità di detrarre le spese di viaggio a fini di lavoro e aggiornamento professionale. Andrebbe rivalutato il valore del patrimonio che il critico d’arte mette a disposizione della comunità, ad esempio con il “Riconoscimento di valore culturale di biblioteche e/o archivi privati con non meno di 3000 titoli specialistici” che nel corso della propria attività può costruire; anche per questo prevedere agevolazioni fiscali relative alle spese di affitto di locali ad uso studio e/o archivio. Altrettanto importante sarebbe definire normative contrattuali, garantite dalla legge, che impongano  tariffe minime per collaborazioni a giornali e riviste, TV e radio quando i critici d’arte sono collaboratori esterni, così come andrebbe salvaguardato il diritto d’autore per i testi scritti per giornali, riviste e cataloghi, sancendo la proibizione di seconde pubblicazioni (anche in Internet) non autorizzate dall’autore, se non a fronte di una quota di diritti.

 

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