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IL GRANDE CAP(r)O ESPIATORIO Molti attendevano da anni un ritorno della sua vena comica, sulla scia de “Le cinque variazioni” o meglio ancora di “The Kingdom”. Con l’ultimo film Lars Von Trier, l’effervescente regista danese di “Dancer in the dark”, ha finalmente risposto alle aspettative, firmando una pellicola accurata, intelligente, e soprattutto molto spassosa. Di Mauro Giovanni Diluca |
data : 10.01.2007 |
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Barocco, fine a sé stesso, pericoloso, manierista, repressivo, dittatoriale, egocentrico, maniaco, voyeuristico. Von Trier questi aggettivi se li merita tutti, eppure (o quindi) continua a sapersi reinventare. Dopo il controverso e non certo eccezionale esperimento cine-teatrale di “Dogville” e “Manderlay”, abbandonati i drammi schiavisti e razzisti americani, il regista, conservando una spiccata simpatia per il gusto intellettuale del sadomaso, entra in uno dei luoghi simbolo delle gerarchie e del potere moderno, l’ufficio. Il direttore di una piccola azienda informatica deve vendere, ma si trova per la prima volta costretto, dall’imprenditore islandese con cui sta trattando, a convocare il presidente della società. Peccato che sia lui stesso il titolare, e non una sorta di fantasma che ha creato negli anni, a cui ha comodamente delegato tutte le decisioni impopolari, conosciuto dai dipendenti solo via e-mail. L’assunzione di un attore “pieno di sé e disoccupato”, per interpretare il presidente nei cinque minuti necessari alla firma della vendita al burbero isolano di Reykjavik (tornano le mitiche tiritere alla Kingdom di insulti contro i danesi), dovrebbe, secondo il suo piano, risolvere l’empasse. Purtroppo però l’ego sconfinato dell’attore e una serie di imprevisti, conducono il fittizio “Grande Capo” a mostrarsi ai dipendenti, ingarbugliando la tattica del direttore. Una lunga serie di comici paradossi, tipici del gioco delle parti e della consueta e sferzante ironia di Lars Von Trier, porteranno il bravo e balzano attore a doversi confrontare per più giorni con un ruolo di “capoccia” dai mille volti, ognuno creato ad hoc per manovrare a piacimento ogni singolo dipendente (peraltro tutti già in partenza piuttosto matti), a ideazione e interesse esclusivo del direttore.
Svelare di più
della trama rovinerebbe il piacere allo spettatore di farsi sane risate,
sorprendendosi per le tante trovate del film. Esiste però ne “Il Grande
Capo” anche un visibile contenuto politico e sociale. I dipendenti, già
ingannati per anni in merito all’identità del presidente, perderebbero
il posto, se la vendita della loro azienda all’islandese andasse in
porto. Gli stessi però, che, come già accennato, soffrono di pesanti (e
esilaranti) nevrosi, rivendicano come diritto sindacale una gita su una
scogliera desolata, e affrontano le pesantezze quotidiane del lavoro
dipendente cantandosi puerili filastrocche d’incoraggiamento o
piagnucolandosi addosso stretti in abbracci collettivi. Insomma, non si
capisce bene se si tratta dell’applicazione delle moderne teorie del
lavoro, che chiamano team building, o di un gruppo di auto-aiuto per
idioti. L’ultima e interessante lettura del film si svolge su un piano psicologico e riguarda direttamente il direttore, più che il narcisismo dell’attore (chi ha sempre detestato le primedonne avrà pane per i suoi denti) o i ridicoli masochismi dei dipendenti (chi lavora in un ufficio saprà solidarizzare). Costui ha delegato a un alter ego virtuale –il titolare, appunto, un capro espiatorio- le proprie parti negative, i conflitti, le imposizioni sugli altri, persino il mobbing a sfondo sessuale (e matrimoniale!) nei confronti delle “risorse umane”. Risultando viceversa adorabile (“il nostro orsacchiotto”, lo chiamano) agli occhi dei sottoposti, che lo vivono come generoso baluardo contro le lune del fantomatico presidente, si capisce di assistere a una scissione identitaria bene/male dalle proporzioni e dalla potenzialità distruttiva (e comica) molto elevata.
Tecnicamente
siamo davanti a un film meno controllato e più fluido dei precedenti
lavori del regista. Il sistema dell’Automavision, personalmente messo a
punto da Von Trier, ha permesso di riprendere suoni e immagini in modo
casuale. Una volta piazzate le telecamere e i microfoni sul set, è un
cervello elettronico a decidere quale camera usare, se e come zoomare,
con quale velocità, da dove registrare i suoni, e così via, tutto
ovviamente impostando una serie di variabili. L’Automavision
ha un altro bel vantaggio, come spiega il regista:
"gli attori, mentre
recitavano, non sapevano se la macchina li stava riprendendo. Come un
Grande Fratello. Un sistema ideale. E' bellissimo vedere gli attori che
non hanno la minima idea di dove sia piazzata la camera e se li sta
filmando. Purtroppo dopo un pò il divertimento è finito perché gli
attori hanno cominciato a capire piuttosto bene come farsi inquadrare". Chi scrive non ritiene di avere possibilità di vincere, ma forse lo spettatore più accorto saprà aggiudicarsi i 4000,00 euro previsti per il primo cinefilo-enigmista in grado di scovare e risolvere il rompicapo.
Nazione: Danimarca Distribuzione: Lucky Red Durata: 99' Regia: Lars von Trier Sceneggiatura: Lars von Trier Montaggio: Molly Marlene Stensgård Ravn (il direttore): Peter Gantzler Kristoffer (il “presidente”): Jens Albinus
Finnur
(l’islandese): Fridrik Fridriksson A Milano
A Roma
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