L’Antiquaire di Nereo e Helen Fioratti
Grande piatto istoriato, “Apollo e le muse sul monte Parnaso – Petaso fa scaturire la fonte”, diam. cm. 46, Urbino 1540 ca.
 
Arte – Mide
Cilindro da farmacia in maiolica di Faenza, h. cm. 22, inizio XVI sec.
 
Botticelli Antichità
Vetri soffiati, Venezia sec. XVI-XVII
 
Antichità Pippo Casellati
Clessidra in ferro battuto, cm. 19x19, arte gotica del Nord Europa
 
Carlo De Carlo
Dipinto fondo oro su tavola raffigurante la “Nascita della Vergine”, cm. 24x37, scuola fiorentina del XIV sec.
 
R. De Filippo
Scrittoio con intarsi in tartaruga, incisioni in pietre dure, filettato con coralli, h. scrittoio cm. 80, h. intera cm. 160, larghezza cm. 40, profondità cm. 74, sec. XIX
 
Umbertina Pacchierotti Del Guerra
Grande piatto in maiolica di Deruta, diam. cm. 42, sec. XVI
 
Alba e Paolo Del Piccolo
Busto femminile in legno intagliato, dipinto e dorato, base in legno dorata, cm. 60x40, Arte Italia centrale sec. XVII
 
N.H. Comm. Dante De Zucco
Jan Frans Van Bloemen, “Viandanti in sosta in un bosco”, olio su tela, cm. 127x101
 
De Zwingelstein
Dipinto su legno, cm. 69x48, scuola fiamminga inizio sec. XVI
 
Duse Antichità
Paggio, scultura lignea policroma, h. cm. 143, Lombardia XV sec.
 
Galerie Filippo Franco
Jan Van Kessel, uno di due dipinti, olio su rame firmato e datato 1676, cm. 21x14,5
 
Galerie Robert Finck
Jan Van Scorel (Schoorl 1495-Utrecht 1562), “Vergine col Bambino”, olio su tavola, cm. 40x31,5
 
Giulio Frascione
Mattia Preti, “Ecce Homo con due angeli adoranti”, olio su tela, cornice antica, cm. 100x90
 

 

Palazzo Strozzi 11° edizione

Firenze: 15 settembre - 7 ottobre 1979
 

Giunta esecutiva


VENT'ANNI: UNDICI BIENNALI
Armonia di epoche e di stili
 
Nel lontano 1959 una delle tante lettere che giungevano alla rubrica d'antiquariato di un noto mensile così correva: «Mia moglie ed io ab­biamo avuto una lunga discussione e vorremmo sapere dove colloca­re un mobile antico chiamato trumò. Mia moglie sostiene che dob­biamo metterlo nella stanza da bagno che è l'ambiente più bello e nuovo della casa. Io penso che lì non stia bene e preferirei metterlo più in bella vista dato che mi è costato parecchi soldi anche perché ho sostituito gli specchi che erano tutti maculati». Una lettera simile, oggi, non la scriverebbe nessuno. Tutti ormai sanno cosa sia un tru­mò, dove debba stare e che un antico specchio «maculato» è cosa da non toccarsi, anzi, di pregio. Molto è cambiato in questi venti anni e il mobile, il pezzo antico non sono più degli sconosciuti. Si sono in­fatti diffusi tra il grande pubblico, se non la conoscenza approfondi­ta certamente la nozionistica e il gusto dell'antiquariato, un settore della cultura un tempo riservato a pochi addetti ai lavori antiquari, amatori, collezionisti studiosi e oggi, invece, accessibile a persone d'ogni ceto e condizione che non solo hanno imparato ad apprezzare, a livello estetico-storico, le opere d'arte e d'artigianato artistico del passato, ma ad amarle, a desiderarle, a distinguerle. Fu per l'appun­to circa vent'anni fa che scoppiò il «boom» dell'antiquariato. Un'esplosione improvvisa, non estranea al benessere economico. Ne­gli anni '60 la moda dell'antiquariato dilagò. L'aspirazione popolare a modelli un tempo esclusivamente aristocratici, la necessità di ritro­vare forme ed espressioni «sicure» sia dal punto di vista estetico e qualitativo che da quello del valore intrinseco e d'investimento furo­no tra i fattori che in quel determinato momento e contesto sociale contribuirono al nuovo orientamento dell'informazione e del gusto, non solo, ma alla diffusione di una nuova maniera di abitare. Tutti, dal piccolo «cacciatore» di curiosità al borghese benestante con vel­leità collezionistiche volevano avere in casa la «scoperta», il pezzo
antico da mostrare agli amici: una qualifica sociale come la casa al mare, l'automobile, la televisione, la lavapiatti. Questo almeno nei primi tempi. L'editoria, infatti, dedicò al nuovo filone intere collane, volumi riccamente illustrati e manuali da pochi soldi forniti di dise­gni esplicativi e di tavole sinottiche. E si diffuse l'informazione. Ma per ottenere tutto ciò era stata necessaria una molla che desse un orientamento preciso. E quale molla più valida e significativa di una grande rassegna antiquaria internazionale che, ripetendosi ogni due anni e proponendo quanto di meglio si trova sul mercato, avvicina il grande pubblico all'elite degli antiquari? Nel 1959, proprio vent'anni fa, nacque a Firenze in Palazzo Strozzi, da un'idea dell'antiquario Luigi Bellini per iniziativa dell'Azienda Autonoma di Turismo e di altri Enti fiorentini, la Biennale Internazionale dell'Antiquariato. E subito s'impose all'attenzione non solo del mondo della cultura e dell'arte, ma anche e soprattutto del pubblico più vasto, di quello che ancora all'antiquariato non osava accostarsi o s'accostava con per­plessità e diffidenza. Fu un grande successo. Si affermò, infatti, come la prima e la più importante rassegna di an­tiquariato a livello internazionale al punto che, dopo la seconda mo­stra, Parigi trovò la formula così indovinata che la copiò dando ori­gine alla sua prima Biennale internazionale ad anni alterni con quella di Firenze. Si leggeva nella «Illustrazione Italiana» dell'ottobre 1959 questo breve ed efficace commento: «Ci siamo accostati alla mostra con un lieve senso d'istintiva prevenzione, temevamo che sarebbe sta­to difficile sceverare il buono dal cattivo, l'autentico dal meno auten­tico. Invece, ci siamo trovati di fronte a una vera e propria gara tra gli espositori desiderosi di superarsi l'un l'altro per la rarità ed eccezionaiità dei prezzi esposti... L'impressione più concreta che abbiamo ricevuta è stata quella di non trovarci tanto di fronte a una mostra mercato, quanto piuttosto a una collettiva di collezionisti...». Grandissimo successo ebbe la Biennale successiva: «Le vrai salon des antiquaires est a Florence» denunciava preoccupa­to «Les Arts» nel settembre 1961. «La France s'est laissée distancer, le grand marche international peut lui échapper». E «L'Express» scherzava con un efficace gioco di parole: «Pére, Guardi vous a droi-te, Guardi vous a gauche». La terza mostra segnò una lieve recessio­ne con un minor numero di visitatori e un volume di affari inferiore e !e cause furono, secondo «II Globo», la particolare congiuntura eco­nomica, l'aumento dell'IGE, la tassa del trenta per cento sugli ogget­ti e le opere d'arte esportati all'estero. Fu però un successo mondano e gastronomico e una mostra tra le più brillanti grazie alle molte ma­nifestazioni collaterali che animarono il mese dell'esposizione tra la divertita meraviglia dei partecipanti. Così si ebbe il Festival della Cu­cina Rinascimentale nel quale fu riesumata l'antica cucina fiorentina con sontuosi banchetti preparati alla moda del tempo e serviti da val­letti in costume. Fu offerta dai Bellini una «Cena di carne e pesce» ove su varie tavole furono poste le seguenti vivande: Insalate di me­scolanze varie con funghi e tonina. Pesce in savor bianco. Salumara de anguille. Parsutto di cinghiale. Gellatina de capo de porco. Mi­glioramenti salati. Trippa in pelacchio. Supa de sparasi in sapor gial­lo. Ribollita. Blasrnangeri. Tredura. Torta de fonghi. Torta France-scha. Paparo col succo d'aranci, limonelli e lumie. Potaccio di cin­ghiale all'ungaresca. Pollastri affinocchiati infiammati. Ogni sorta di frutta. Cenci, quinquinelli, pignoccate, mandolate et dolzetti et mar­zapane. Vino Hippocratico. E non mancarono certamente in quella, come in altre Biennali, le rassegne d'arte concomitanti, che confer­mavano l'impegno culturale della manifestazione fiorentina. Nella terza Mostra Internazionale l'accento fu posto soprattutto sulle arti figurative e tra le opere di maggiore rilievo esposte (non in vendi­ta) ricordiamo lo studio in cera di Leonardo da Vinci per il cavallo del monumento a Francesco Sforza, appartenuto agli Este e poi do­nato a Papa Clemente VII. Quanto ai mobili, al costante apprezza­mento del Settecento si accompagnò un forte rilancio del Cinquecen­to. Comparvero per la prima volta in mostra le stampe e si affermò il piccolo antiquariato al punto che nella rassegna successiva un intero settore fu dedicato alle «Antichità per tutti».
«Bellezza contro congiuntura» fu l'insegna della IV Biennale. E an­cora una volta vinse la bellezza. Gli affari segnarono una netta ripre­sa anche grazie alla qualità delle opere esposte. Si videro inoltre per la prima volta anche documenti storici d'alto interesse come il Trat­tato di Westfalia, che nell'ottobre 1648 pose fine alla Guerra dei Trentanni, e la lista dei gioielli della Corona dati a Maria Stuart, fu­tura regina di Francia, dei quali si reclamava la restituzione. Era evi­dente che il campo d'interessi andava estendosi a macchia d'olio. La quinta edizione fu la «mostra del diluvio». Il 4 novembre 1966 l'allu­vione aveva minacciato di distruggere Firenze. Quadri e mobili navi­gavano in via dei Fossi e in Borgognissanti. I danni furono immensi. Meno di un anno dopo la catastrofe, il 21 settembre 1967, con ammi­revole coraggio Palazzo Strozzi riapriva le sue sale a centoquaranta espositori e accoglieva nel giro di un mese centotrentamila visitatori. Il tema dominante furono stavolta le ricostruzioni ambientali e le col­lezioni. Due settori speciali furono dedicati al «Piccolo Collezioni­smo» e alle Antichità per Tutti. La sera precedente all'inagurazione fu offerta una splendida cena nel suggestivo cortile del palazzo, nonché la rappresentazione del ballet­to di Giuseppe Maffioli «II pomodoro trionfante». Tutta la cena era, infatti, dedicata al pomodoro e in particolare a Vincenzo Corrado, l'amabile abate napoletano che nel 1773 col suo «Cuoco galante» aveva ideato piatti regionali e, per la prima volta, vere e proprie ricet­te a base di pomodoro. Tra le manifestazioni collaterali suscitò vivo interesse la tavola rotonda sulla «Conservazione del patrimonio arti­stico nazionale e l'esportazione delle opere d'arte». Con la VI Bien­nale si celebrò il decennale della manifestazione. Agli espositori era stato suggerito il tema «L'oggetto antico nella casa moderna», ma non tutti l'accolsero. «Tira aria di scandalo» scrissero i giornali a proposito della presenza di dipinti degli Impressionisti, dei Mac-chiaioli, di Modigliani e De Nittis. Fu ripetuto con successo l'Angolo del Piccolo Collezionismo, nel quale una nota allegra era data da una raccolta di bottiglie dì vino vecchio, la più antica delle quali contene­va Malvasia del 1898. Le manifestazioni collaterali furono partico-larmente interessanti. In Orsanmichele si svolse la rassegna «Arte e Scienza in Toscana», una mostra di donazioni private alle raccolte pubbliche della Toscana dal 1900 a oggi, dalla quale risultò evidente la problematica delle donazioni in Italia e quante opere d'arte siano state donate al godimento pubblico proprio dagli antiquari. «Una mostra giovane per i giovani» fu il tema della VII Biennale che si pro­poneva di facilitare l'accostamento dei giovani alle opere d'arte e all'artigianato artistico del passato e per i quali vennero organizzati vari convegni e incontri. La formula ebbe successo e tutta una nuova fascia di pubblico fu conquistata ai valori creativi e individualistici dell'antiquariato. Il rilancio della scultura fu tra i caratteri preminen­ti della Vili Biennale nel '73 che enfatizzò peraltro anche i gioielli e i mobili. Anche le sculture primitive africane s'affacciarono timida­mente alla ribalta di Palazzo Strozzi portando una voce nuova all'an­tiquariato più tradizionale. Nonostante la crisi del commercio anti­quario — si parlò di una diminuzione del giro di affari dell'ottanta per cento in due mesi — dovuta all'insopportabile aggravio dell'I VA applicata sugli oggetti d'arte e artigianato artistico antichi e vecchi considerati «di lusso» senza distinzione alcuna di valore e categoria, la IX Biennale si presentò coraggiosamente confermando la sua vali­dità culturale e mercatistica. Il tema della rassegna «Un omaggio ai restauratori» suscitò vivo interesse anche per la presenza di alcuni noti restauratori fiorentini che davano dimostrazioni pratiche della loro difficile attività. Un ufficio particolare, poi, a disposizione del pubblico che vi affluì in massa, dava valutazioni delle antichità di proprietà privata. Sfrattata temporaneamente da Palazzo Strozzi e accolta dall'ex Grand Hotel, la decima Biennale dimostrò ancora una volta quanto sia vivo e innato l'interesse e l'amore per le cose belle del passato. È questo, infatti, un punto fermo che resiste a tutti gli assalti della con­testazione e, trascendendo il valore venale, artistico o documentario, rappresenta ancora oggi un ideale ancoraggio a principi che, nono­stante tutto, sopravvivono nell'intimo dell'essere umano. Si videro un accresciuto interesse per la pittura dell'Ottocento e l'orientamento verso singoli pezzi d'arredamento e collezione compatibili col moder­no insieme alla riproposta di alcuni stili come l'Impero e il Liberty. La scorsa edizione segnò anche la riscoperta dell'arte primitiva di culture esotiche, contribuendo ancora una volta alla sempre più este­sa diffusione e conoscenza del grande patrimonio artistico del passa­to. Manifestazioni, infatti, quali la Mostra dell'Antiquariato di Fi­renze non necessariamente si esauriscono in eventi commerciali ma possono talvolta esercitare sul piano conoscitivo, se non addirittura culturale, un non trascurabile effetto promozionale. E questo è certamente il caso, lo ripetiamo, della Biennale. Spesso, gli antiquari hanno istintivamente anticipato la cultura «ufficiale» per riproporre nel rispetto della loro natura che è insieme mercatisti­ca e collezionistica i momenti salienti dell'arte e della cultura del pas­sato «sbriciolando» per così dire il pane della conoscenza al grande pubblico. E non solo questo. Molto di quanto abbiamo detto dimo­stra, infatti, quanto viva e partecipe sia sempre l'attenzione degli an­tiquari a tutta la problematica che coinvolge il patrimonio artistico e storico, la sua tutela e conservazione. Basti ricordare come esempio la tavola rotonda sui «Problemi tecnici e giuridici nella tutela e con­servazione dei beni artistici e culturali» organizzata dalla X Biennale unitamente all'Istituto dell'Estimo che ebbe l'illustre presidenza di Giovanni Spadolini allora Ministro per i Beni Culturali e che coinvol­se l'appassionato interesse del pubblico e della stampa, di specialisti e studiosi. È nel quadro di siffatti sviluppi che ripetutamente e con sempre maggiore urgenza si è posto il problema della collaborazione fra pubblica amministrazione, antiquari e collezionisti per la regola­mentazione della conservazione del patrimonio artistico e del suo commercio.
Antiquari e collezionisti sono, infatti, naturali custodi di un'impor­tante fetta del patrimonio artistico nazionale: quella privata. E, inve­ce, l'amara realtà attuale vede non solo il commercio antiquario mi­nacciato da una gravosissima fiscalità, ma anche due posizioni con­trapposte: una, data dal diritto-dovere dello Stato di tutelare al me­glio il patrimonio artistico italiano con l'istituto della notifica, l'altra data dall'interesse e dal diritto degli antiquari di non vedere il loro mercato ridotto a «fiera delle pulci» a causa dei vincoli unilateral­mente apposti dallo Stato nell'esercizio del diritto-dovere sopra ac­cennato. Diritto, poi, quello degli antiquari, malgrado tutto, ancora costituzionalmente garantito che in ultima analisi non è estraneo, ma anzi si pone utilmente nell'interesse stesso della rivalutazione — tute­la e diffusione — del patrimonio artistico nazionale. E tra l'altro gli antiquari contestano le attuali modalità di applicazione del vincolo della notifica, in particolare il «preavviso di notifica», non previsto da alcuna disposizione di legge, ma prassi ormai consolidata al fine di agevolare l'applicazione della legge, che risale al 1909 e dalla quale ormai s'impone un'adeguata revisione. Sono in molti a rilevare che se la proposta di notifica può partire ancora, come avviene oggi, dal­le soprintendenze non basta dare, ai senzi delle leggi vigenti, ai pro-prietari delle opere la possibilità di opporsi a queste proposte, ma — de iure condendum — quella di affidare la decisione finale ai vincoli o meno l'opera ad una commissione di esperti e di tecnici aperta alla discussione col proprietario che agisca del tutto autonomamente — col benestare del ministro competente — nel vagliare l'opportunità del provvedimento. È questo in sostanza il nocciolo del problema. Antiquari e Stato potrebbero entrambi maggiormente contribuire al­la tutela del patrimonio artistico, ma si tratta eminentemente di tro­vare una formula di coesistenza tra vie diverse, oggi ancora, purtrop­po conflittuali. Alcuni intendono la Biennale Internazionale di Firenze come un av­venimento commerciale d'eccezione. Lo è senz'altro. Evidente, infat­ti, l'insostituibile movimento di valuta, di turismo e di interessi non momentanei portato non solo a Firenze, ma a tutto il paese. Come abbiamo detto, però, la sua validità e utilità sul piano culturale è in­confutabile. Vera e propria scuola di antiquariato, «iter», didattico appassionante e vivo, attraverso le innumerevoli opere d'arte esposte in questi venti anni — molte delle quali sconosciute — ha dato certa­mente un notevole impulso e apporto agli studi. In assenza, poi, di un museo delle arti decorative che in Italia non esiste è anche un grande, sia pur temporaneo, museo delle arti decorative. Inoltre se in pratica tutte le grandi raccolte pubbliche sono state fatte grazie ai mercanti d'arte e ai loro rapporti con i collezionisti, gli stessi musei del giorno d'oggi si allineano tra i clienti di maggior prestigio. Già al­la prima Biennale il museo di Los Angeles acquistò il dipinto su tela «La fedeltà» di Francesco di Giorgio e un piatto di Urbino del XVI secolo. Da non sottovalutare infine l'importante contributo degli an­tiquari e della Biennale al ritorno di molte opere d'arte dall'estero, alcune di grande interesse artistico e storico.
Non è facile fare un consuntivo esauriente dei vent'anni di una mani­festazione quale la Biennale di Palazzo Strozzi e dei fenomeni e risul­tati da essa determinati. E questa rapida carrellata non lo pretende. Ma poiché ogni causa provoca un effetto, possiamo concludere che manifestazioni complesse come questa che creano tutta una diaspora di effetti sono destinate a rimanere pietre miliari nella storia e nel co­stume dell'umanità. Dalla prima mostra sono passati vent'anni. Vent'anni ricchi di fermenti e difficoltà coraggiosamente affrontate, nei quali si sono viste la diffusione della conoscenza e l'affermazione del gusto e dell'interesse non solo per le opere d'arte ma anche per quelle di artigianato artistico a tutti i livelli presso un pubblico sem­pre meno ignaro, sempre più sensibile e attento. Non più limitato a un'elite, l'antiquariato si rivolge oggi a un pubblico informato ed esi­gente che chiede proposte qualitativamente ineccepibili. E in questo senso l'antiquariato mantiene quella funzione specialistica che ap­partiene alla sua stessa natura. Vorremmo concludere ora il nostro discorso con l'augurio che negli anni a venire la Biennale Internazio­nale di Palazzo Strozzi, sulla cui scia sono nate tante altre rassegne di antichità, conservi e sviluppi, mantenendo la «leadership», quelle peculiarità che l'hanno portata al successo: la sua internazionalità e la sensibile ricettività ad ogni proposta che giungendo anche dalle più remote civiltà e culture favorisca con scelte precise sia pure attraverso l'attività mercatistica la diffusione della conoscenza del grande patri­monio artistico del passato in quell'«armonia di epoche e di stili» che costituisce non a caso il tema della presente edizione e della quale la Bellezza e l'Amore per l'Arte sono il comune denominatore.
NlCOLETTA AVOGADRO DAL POZZO

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Il Gabinetto Delle Stampe di Enrico Salamoi
Lavinia Fontana (Bologna 1552-Roma 1614), “Diva Beatrice”, cm. 61x43,5, 1600 ca.
 
Jean Gismondi
Stipo intarsiato di fiori e foglie in legni preziosi ed avorio, appoggiato sulla base originale, cm. 134x51,5x171,5, sec. XVII
 
Giunchi
Particolare di Cristo crocifisso, scultura lignea policroma, h. cm. 170, Italia centrale XIII-XIV sec.
 
Raymond Le Brun
Scultura lignea policroma rappresentante un Africano che sorregge un vaso portafiori, h. cm. 220, Venezia inizio XIX sec.
 
Franco Marri
Stipo a muro in legno laccato e lumeggiato in oro, cm. 205x110, sec. XVI
 
Studio D’Arte Mazzoleni
Yoruba – Nigeria, Dahomey, scultura lignea, cm. 85
 
Claudio Michelotti
Uno di due inginocchiatoi in radica e noce, cm. 91x94x50, prima patina, Venezia I metà sec. XVIII
 
Monetti – Arte Antica
Sancta sanctorum decorato in policromia e mecca, tarsie in avorio, h. cm. 159, Sicilia XVII sec.
 
Galleria D’Arte Parronchi
Adolfo Tommasi, “Villa a Crespina”, olio su tela, cm. 80x115
 
Antichità Goggi Pedriali
Turibolo in bronzo dorato, placchette in argento e smalti e catena in argento, alta Italia sec. XIII
 
Sinatra Antichità
Cantonale dipinto policromo, cm. 65x65x91, Genova 1740 ca.
 
Tora Gallery
Alexandro De Loarte (Toledo ca. 1599-1656), Natura morta, tela, cm. 75x107
 
Umbria Sud Dipinti
Hendrik van Minderhout (Rotterdam 1632-Anversa 1696), “Porto Mediterraneo”, olio su tela, cm. 80x116
 
Giacomo Wannenes
Pendolo francese con bronzi cesellati e dorati della fine dello stile Luigi XVI, movimento di Revel, segna i giorni del mese, cm. 53x52