Antica Ditta Cittone
Karabag di vecchia fattura, cm 304x123
Antichità “La Sandracca”
Scrittoio in bois de rose, cm 147x78, Epoca Luigi XVI
Antichità San Teodoro
Piazza delle Erbe, Verona, firmato Carlo Ferrari
Veronese (1851 Verona)
C I D A C
C.
Cagli, Samarkanda, scultura in bronzo, opera esclusiva
C.I.D.A.C.
Gino Cacciamani
A.
Willaerts (marina), W. Ormea (natura morta), 1634,
Fiammingo
Il Tankard
Secchiello per acqua lustrale, Bolli: Genova 1770
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III Salone
Nazionale dell'Antiquariato Roma
Patrocinio
Ente Autonomo Fiera di Roma, Centro Economico Operativo
Quartiere Fieristico
via
Cristoforo Colombo
30 settembre - 15 ottobre 1978
Elenco Espositori
Nel
presentare il Catalogo del «3° Salone Nazionale dell'
Antiquariato »- ci è gradito anzitutto ringraziare le
personalità che, partecipando al Comitato d'Onore, hanno
dato una alta qualifica alla manifestazione. Un
ringraziamento esprimiamo ai signori Espositori che con le
loro numerose adesioni hanno reso possibile e di alto
rilievo questa edizione del Salone, arricchendolo di insigni
nomi e di pregevoli oggetti, ed ai visitatori che ogni anno,
in numero superiore alle migliori previsioni, con la loro
presenza hanno soddisfatto le attese degli espositori,
dimostrando che l'interesse per l'arte è sempre vivo e che
la percentuale delle persone che amano questo settore è più
alta di quanto si potesse auspicare. Questa edizione
arricchita anche dalla Mostra « Costumi di Roma '800 -da
Pinelli a Roesler-Franz » vuole essere ed è la conferma di
una cultura e di una passione molto diffusa in larghe fasce
di pubblico e di un vivo interessamento mostrato anche da
parte dei giovani che, tornati all'amore per le arti, in
grande numero hanno visitato le precedenti edizioni del
Salone Nazionale dell' Antiquariato. Con questa visuale
incoraggiante, meditata e provata, rivolgiamo il nostro
cordiale saluto a tutti coloro che, ad ogni livello, hanno
collaborato per una sempre migliore riuscita del ( 3° Salone
Nazionale dell' Antiquariato ».
IL
CENTRO SVILUPPO ANTIQUARIATO E ARTE
ER
FUSO
Passò
er tempo che noi tresteverini co la giacchetta in collo e'r
fuso in mano, arrvàmio inzinenta a li confini
de le
chiappe der monno, e più lontano. Ar giorno d'oggi er popolo
romano pare una nuvolata de moschini,
che,
si vai a vede li burattini, n'acciacchi mille sbattenno le
mano. Povera Roma, a che te serve er fuso?
Pe
fila le carzelte a un cardinale! Anzi nemmanco t'è più bono
a sfuso. Pe via che tutta la Corte papale vò robba
foristiera; e intanto ha er muso de facce paga a noi
quello che vale. Una Roma-Fenice che tenta di rinascere
dalle proprie ceneri, ma che finisce per creare
romanticamente la propria idea, percepita, in altra chiave
di stimolanti confronti uomo-natura-storia dagli artisti
figurativi (penso a Turner e, ancor più a Gericault, alle
sue «corse dei Berberi», non tralasciando gli antefatti del
giovane Goya e di Fùssli), quanto dai letterati, Byron,
Keates, Shelley, Stendhal, Gogol, Goethe. Mitologia
nevrotica e « mal di Roma», illusioni e rimpianti per una
età dell'oro scomparsa per la seconda volta, i cui residui
vanno cercati tra i marmi spaccati dei Fori e le botteghe di
piazza Montanara o nella pompa funebre di una Chiesa dal
ruolo ambiguo o ancora nei palazzi senatori, ricettacolo di
sterpaglia e di plebe girovaga e ignorante, cresciuta
pletoricamente, che altro non vuole se non sfuggire,
inurbandosi, a una fame remota, ormai dirompente. I
suonatori, i miserabili, i pellegrini, i ciociari ancora una
volta fanno da protagonisti e, tuttavia, la loro situazione
è ormai cambiata di segno. Stretta dalle brame
espansionistiche dei buzzurri piemontesi, la reclamano quale
assurdo vessillo del neonato stato d'Italia, città fra le
più antiche del mondo. Ancora una volta preda del proprio
mito (monumenti e opere d'arte come massi erratici,
cattedrali in un deserto di burocrazia), la chiameranno, con
ulteriore illusione, la « terza Roma » (quella del popolo,
secondo Mazzini) dopo averne lacerato il suolo e violentato
irreparabilmente i valori semantico-ideologici (creando le
premesse al piccone demolitore dell'età fascista).
Bartolomeo Pinelli tenta, poco prima della « caduta » il
recupero e la caratterizzazione di ciò che lo circonda.
Volendo scorgervi remote eredità etniche e culturali e
riesce, invece, a mistificare ulteriormente il discorso, o
meglio, a dare fondo al proprio rimpianto e creare una Roma
- « commedia » in realtà mai esistita. E' il suo patrimonio
intellettuale e tecnico a permettergli tale operazione
sostanzialmente letteraria (che è anche il suo limite): la
conoscenza di Dùrer, Marcantonio Raimondi, David, Ingres,
Canova, del disegno settecentesco, della statuaria ellenica
e romana (ovvio bagaglio della preparazione di ogni
neoclassicista), il contatto con Felice Giani,
l'illustrazione di Dante, Virgilio, Tasso, lo inducono a
tramutare episodi banali e senza storia in fatti epici. La
passatella, la rissa alle Colonnacce, la lite di donne
presso piazza Barberini, il gioco delle bocce all'Osteria
della Villetta, l'epopea del Meo Patacca, le Donne dette
volgarmente mozzatrici, che tornano dalla vendemmia, i
suonatori ambulanti d'arpa all'Osteria della Colonna, la
Morrà... apparenze, atteggiate come il Calata morente, i
Tirannicidi, gli Orazi, « inventate », prima, come copie di
pittura vascolare, rese verosimili, poi, da una grafia e un
senso del chiaroscuro, padroneggiati con accademica
proprietà linguistica, ma anche con ironia, se non proprio
con coscienza — si noti come sovente si introduca quale
comparsa nelle sue acqueforti. Accanto all'austerità,
all'altra Roma, del Pinelli coesiste il mercato del souvenir
pittoresco che sta per cominciare il proprio scontro con la
fotografia, cui non vuole cedere il passo. Pittori
dilettanti, e non, colgono l'attimo fuggente di una società
ancora per poco agricola e paesana, sollecitando la
curiosità dei forestieri con immagini rustiche e quinte
monumentali animate da finti pifferai, finti caprari, finte
ciociare, finti abati (scaltri modelli in posa per artisti e
fotografi). Concessioni spregiudicate della provincia per un
uso semplificato e consumistico dell'immagine turistica (e
in ciò sta forse il loro substrato di validità). Infine,
contrapposizione del pittoresco all'industrializzazione in
corso nel resto d'Europa. Saranno ancora gli stranieri a
calarsi in questa realtà dell'equivoco e a diffonderla in
una saga perenne, sollecitati dagli stessi sventramenti in
atto. E', quindi, il momento di artisti di varia estrazione
culturale, ma tutti uniti (anche se in termini astratti e
deformati) nell'impegno di documentare e testimoniare. Si
colgono, pertanto, con assoluta nitidezza estetico-poetica
di contenuti le impressioni di Arthur John Strutt e le
memorizzazioni di Ettore Roesler Franz — il pittore di Roma
sparita per eccellenza. Questi fotografa e ricostruisce (con
la traccia di Ferdinand Gregorovius) tutto ciò che dalla
storia è destinato a rifugiarsi nella cronaca provinciale o
a cedere il campo al malinteso corso moderno della
burocrazia e della speculazione edilizia. I suoi acquerelli
dipanano scorci urbani intrisi di pioggia, raggianti di
sole, offuscati dalle brume dell'alba, specchiati nel
Tevere, senza soluzione di continuità, creando una
narrazione celebrativa, in chiave romantica, non solo del
fasto monumentale — da cui. per lo più rifugge — ma del
microcosmo dei vincoli, delle architetture minori e usuali:
emblematiche di quel sottobosco di maestranze che da il
tessuto connettivo della città, in una dimensione feriale,
ma non dimessa (testimonianza efficace del quotidiano
problema dell'essere). Subito dopo si deve uscire da Roma
(quel che resta non è più rappresentabile per forme o
narrazioni letterarie, ma solo con la totale astrazione
della musica — alludo a Respighi e alla sua struggente
«Trilogia»), ricercare nella Campagna (divenuta il
palliativo alla defezione vandalica) i luoghi identificativi
degli antefatti latini, ennesima grande illusione per gli
artisti (nasce il gruppo dei XXV della Campagna Romana), che
hanno da sempre individuato (e in particolare da Claude a
Dughet, a Corot, a Costa), il rapporto inscindibile tra
città e territorio. Ultima spiaggia ad arginare in parte la
perenne avidità del malgoverno.
Maurizio Marini
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Janine Hendy
D’Abraham Van Calraet (1642-1742), Natura morta di
frutta, olio, cm 50x57
La
Porta Dell’Arte
Secretaire francese marchettato Napoleone III
Lucia
Gussio
Frontone di pietra tufacea, Sicilia 1400
Manasse
Piccolo piatto da parete sbalzato, Padova, Epoca Luigi
XIV
Margua
Gueridon in noce, radica e bosso, cm 95, Venezia, prima
metà del sec. XVIII
Salvatore Jermano
Coppia di medaglioni di marmo della fine del sec. XVII
(Italia centrale)
Vecchio Stile
Miniatura di cassettone in maiolica policroma del sec.
XVII, decorato a motivi orientali, delft. Firmato
Adriano Pynacker
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