Giorgio Albertosi
Scultura in legno di frutto naturale raffigurante una patrizia romana, Roma, inizi XIX sec.
 
Marco Andreini-Antichità
Scuola fiorentina (XVII sec.), “Madonna col Bambino dormiente e San Giovannino”, olio su tela, cm 85x71
 
Antichità Benvenuto Bacarelli
Gian Domenico Valentino (Roma?-Notizie a Imola nel 1661 e nel 1681), “Interno di cucina con figure”, olio su tela, cm 48x65
 
Alberto Barbetti
“L. Porciatti”, 1920-1930, “Venere e Cupido”, grande orcio in terracotta dipinto, h. cm 80
 
Antichità Rodolfo Bartoli
Stipo a muro in larice decorato a colore e con testa d’angelo centrale intagliata, cm 95x164, Toscana, fine XVI sec.
 
Guido Bartolozzi & Figlio
Due ante decorate da paesaggi, architetture ed ornati, suddivise in due pannelli circondati da sagome dorate, cm 220x93 ciascuna, XVIII sec.
 
Galleria Luigi Bellini & Figli di Mario Bellini & C.
Baccio (o Bartolomeo) Del Bianco (Firenze 1604-Madrid 1656), “Bacco giovane seduto a cavalcioni di una botte con due nature morte di frutta ai piedi”, olio su tela, cm. 153x115, 1630 ca.
 
Galleria Pasti Bencini
Pietro Novelli, detto il Monrealese (Monreale, 1603-Palermo, 1647)
“Giuditta con la testa di Oloferne”, olio su tavola, cm 94x73,5
 
Botticelli Antichità
Uno di due pannelli in noce, scolpiti e lumeggiati in oro, Arte Toscana del XVI sec.
 
Salvatore Bruno
“Madonna Annunciata”, scultura lignea policroma, cm 142, Francia del sud inizi XIV sec.
 
Alberto Bruschi
Maestro di San Torpé, “Giovane monaco benedicente”, dipinto su tavola fondo oro, cm 55,5x23,5, primo quarto XIV sec.
 
Alessandro Campolmi
Ferdinando Maria Campani (Siena 1745ca.), “Trionfo di David sugli Assiri”, piatto in maiolica a decorazione policroma, cm 33
 
Galleria d’Arte “Cancelli” di Ignazio Fasone
Vittorio Matteo Corcos (Livorno 1859-Firenze 1933), “La Signora Fernanda Ojetti”, dipinto a olio su tavola, cm 64x51,5
 
Carlo Carnevali-Antiquario
Uno di due bassorilievi circolari in marmo bianco venato raffigurante “Cherubino entro ghirlanda di frutta”, cm 53 ca., Firenze, entro il primo qurto del XVI sec.
 
Lucia Caselli Antichità
Jacob Petit, candeliere in porcellana policroma, Francia, prima metà del XIX secolo, h. cm. 80.
 
Chelsea Antichità di Maria Eleonora Cosci
Anonimo del XIX sec., “Fanciullo con mazzo di rose”, olio su tela, cm 145x88
 
Studio d’Arte Conti
Giovanni Bartolena, “Il Ponte Vecchio”, olio su cartone, cm 21,5x11,5
 
Antichità dei Bardi Tina di Lucia Bardi
Argentiere O. Pini, grande zucchiera in argento a forma di coppa decorata a sbalzo con motivi a fiori e foglie, coperchio terminante con figura di levriero, cm 25, Firenze, primo quarto XIX sec.
 
Fallani Best
Achille D’Orsi (Napoli 1845-1929), “Egiziano addormentato”, bronzo, cm 87x62, 1923
 
Galleria Finck di Michèle & Catherine Finck
Scuola di Jean Baptiste Monnoyer (Lilla 1636-Londra 1699), “Fiori”, olio su tela, cm 43,5x55,5
 
Florence Art Gallery
Longo Mancini, “Nudo in un interno rustico”, olio su tela, cm 90x70, 1920 ca.
 
Enrico Frascione
Simone del Pignone, Giuditta con la testa di Oloferne, olio su tela, Firenze, XVII secolo, cm. 73x60.

 

 
Prima Mostra Mercato degli Antiquari Toscani
Firenze 2 – 17 Giugno 1990

Elenco Espositori
 
Comitato Direttivo

FIRENZE E L'ANTIQUARIATO
Testo del  Presidente del Sindacato Antiquari Fiorentini Pasquale Velona
 
Fin dall'età romana, la ricca borghesia si spingeva nell'antico Oriente (Egitto, Mesopotamia, Assiria) alla ricerca di concrete testimonianze lasciate dalle civiltà passate.
Analogamente fece a Firenze la dinastia medicea, dopo i secoli bui del Medio Evo, animando le stesse ricerche e raccogliendo nella nostra città quanto era possibile ritrovare e conservare dell'arte antica. Firenze, l'antiquariato lo ha alimentato. nutrito, valorizzato nei momenti più splendidi e più suggestivi della cultura occidentale. Culla dei maggiori maestri dell'Umanesimo e del Rinascimento sollecitò spiriti illuminati a raccogliere e ad amare le testimonianze del passato senza preclusione di epoca e di stile. Dal secolo scorso l'attività antiquariale è andata assumendo le caratteristiche di un vero e proprio culto dell'opera d'arte trasformando Firenze e la Toscana intera in un centro culturale di ampio respiro e di affascinante ricerca. La Biennale Internazionale di Palazzo Strozzi ne testimonia oggi magnificamente l'altissimo prestigio quale punto di riferimento obbligato per tutti gli amatori dell'arte. La Biennale  appartiene ad un suo mondo di particolare e dotta interpretazione del passato e con la sua superba esposizione cosi’ ricca, cosi’ piena di significative opere suscita riflessioni e commozioni di ineguagliabile livello.
Firenze, tuttavia, deve sempre più continuare ad accrescere il ritmo del suo cammino e della sua vocazione ed alla vigilia di un 'Europa Unita, affrancata da barriere doganali e da vincoli protezionistici, avverte quanto mai l'esigenza di costituire una rassegna propria dell'antiquariato che possa dare spazio e lustro agli antiquari toscani. Una Mostra che dia una prova tangibile della perizia e della professionalità degli antiquari fiorentini, che riveli con quanta passione siano state scoperte e conservate antiche opere d 'arte altrimenti destinate all'oblio o alla distruzione.
Questa Mostra desidera diffondere la conoscenza e l'amore per l'oggetto antico, coinvolgendo un vasto ed ampio pubblico in modo da sviluppare ed incentivare particolari riflessioni ed approfondimenti. Le esposizioni a carattere collaterale di alcune importanti opere del Museo Horne e la  presentazione di alcune antiche scagliole confermano questa nostra aspirazione di carattere conoscitivo e divulgativo. In questa rassegna il visitatore troverà ampio riferimento a tutte le fasce dell'antiquariato, da quelle opere di più elevata comprensione a quelle di più facile accostamento. La selezione degli oggetti, dei mobili e dei dipinti in questa manifestazione d'esordio resta severa ed oculata con la differenza che sono stati ammessi all'esposizione anche quei settori e quelle fasce di collezionismo che alla grande Biennale non avevano trovato posto per una spiacevole ma necessaria limitazione degli spazi. In definitiva, l'iniziativa del Sindacato degli Antiquari Fiorentini costituisce un nuovo rilancio sulla ribalta nazionale ed europea di quei colleghi ed esperti toscani che, pur meritevoli di apprezzamento, non hanno trovato una ancor più ampia collocazione in campo nazionale ed internazionale. Non sarà una sfida al 1993 , ma un confronto necessario ed un' affermazione di professionalità e di esperienza.
Auspichiamo, dunque, un 'Europa che dovrà essere più solidale insieme ad una Italia e ad una Firenze più  pacifica, ricca di aneliti culturali ed artistici, consapevole del suo passato glorioso che consentirà di approntare un futuro migliore, più prospero e di sempre maggiore prestigio.
Pasquale Velona
 
VOCAZIONE ALL' ANTICO
Di Simone Bargellini
Tutto cominciò con una cassa di libri: gli antichi codici raccolti per una vita dall'umanista Niccolò Niccoli e che, lui morto nel 1437 , gli eredi avrebbero disperso in vendita per pagare i debiti del vecchio sapiente ma non provvido. Li comprò, in blocco, Cosimo il Vecchio de' Medici,
«padre della patria» e, con quel gesto, padre e patrono anche della cultura antiquaria.
Per quei volumi, e per altri parimente preziosi, Cosimo fece costruire da Michelozzo l'elegantissima Libreria di San Marco, sede prima della biblioteca medicea «pubblica».
Quei manoscritti non erano certo i primi che si trafficassero a Firenze. Da mezzo secolo, sull'esempio del Petrarca, era esplosa la passione per i codici classici. Ne furono instancabili cercatori, studiosi e poi curatori delle edizioni a stampa, Coluccio Salutati e Poggio Bracciolini,
il Filelfo e il Buondelmonti, Francesco Sassetti e Pier Vettori.
È significativo che la vocazione antiquaria di Firenze sia nata con il libro: non semplice oggetto, ma veicolo di cultura. E veicolo principe, allora come ora. Non dobbiamo dimenticare questa matrice culturale della passione antiquaria, tra pura erudizione e crudo mercato. Il vero antiquariato è sempre strumento di cultura. Quando altri interessi prevalgono, l'antiquariato si fa spurio e desta diffidenza. Dalla nobile storia decade nella transiente cronaca. E la storia, oltre che nobile, è lunga. Nel fervore per le riscoperte civiltà, blanda sirena dell'Umanesimo, gli antichi codici si trassero dietro altri libri, documenti, miniature e legature. Poi opere d'arte, sculture soprattutto e oggetti preziosi. Dopo le tenaci pergamene, materiali più durevoli -marmo e bronzo, oro e pietre (i mirabili vasi orientali raccolti dal Magnifico Lorenzo)- emersero non più dagli scrittori monastici, ma dal fertile suolo d'Italia, folti nel tufo docile di Roma. Dopo l'età dei bibliofili e dei copisti, e accanto a questa, non mai tramontata, seguì l'era degli scavatori, inaugurata proprio a Roma da due fiorentini - il Brunelleschi e Donatello. Foro e Aventino, Campidoglio e Palatino, i Colli Albani e l'Isola Sacra furono arati come maggesi per conto di «antiquari» che ebbero i nomi dei Medici e dei Barberini, dei Farnese e degli Aldobrandini. Nessun capolavoro moderno pote vincere in fama il Marc' Aurelio a cavallo, lo strangolato Laocoonte e l'ignuda Venere dei Medici, sedotta dal Buontalenti in un boudoir di madreperla. Da tempo la via per Firenze era familiare a quelle opere, dapprima raccolte nel giardino di San Marco dove un discepolo di Donatello, Bertoldo, fu primo custode della prima accademia d'arte d'Europa, presieduta da quel Lorenzo che piantò in città semi di statue più feconde, nel tempo, degli alberi da frutto piantati a Cafaggiolo dal nonno Cosimo. Anche un pittore, in quegli anni, fu contagiato da febbre archeologica. Il padovano Mantegna studiò dal vero o da antiche riproduzioni, colonne e capitelli, armature e labari, toghe e pepli, figurandoli nelle sue opere. L 'antichità divenne visibile. Quando il traffico di statue s'infittì, nel secolo d'oro anche degli antichi marmi, nacquero a Firenze i primi «onesti» falsari. Delle sculture, destinate agli Uffizi, a ville e giardini, giungevano spesso a Firenze soltanto le teste. Corpi e busti, di faticoso e oneroso trasporto, potevano essere plausibilmente imitati dagli ottimi artigiani fiorentini. Nasceva l'«integrazione» d'epoca, ancora diffusa - seppur meno plausibile. Ignaro falsario fu anche il giovane Michelangiolo: un suo marmo (poi perduto) andò vendutoper antico al cardinale Riario. Per discolparsi, il Buonarroti andò la prima volta a Roma. Vi sarebbe tornato, ma per altre chiamate. Collezionisti di vere antichità, accanto ai cimeli del grande parente, furono poi i suoi nipoti e pronipoti, nella casa di Via Ghibellina, seguendo un gusto al quale nessuno, ormai, poteva sottrarsi: dai Medici agli Strozzi, dai Gaddi agli Acciaiuoli, dai Serristori ai Capponi. I Corsini, più tardi, avrebbero privilegiato la pittura «moderna», dall' Amico di Sandro a Raffaello, dal Pontormo al Dolci. La loro ricchissima «quadreria» -unica superstite tra le tante del tempo – è ancora custodita, quasi in segreto, nel palazzo disteso lungo l' Amo.
Con la scoperta, nell'etrusca Arezzo, di un altro bronzo emblematico, la bellissima Chimera, oggi alI' Archeologico, un tempo agli Uffizi, e con quella, quasi coeva -1556- dell'Arringatore del Trasimeno, si accese una nuova febbre: quella per le antichità dell'Etruria. Dal sotto suolo
toscano, lievitato di necròpoli come un formicaio, i reperti fluirono copiosi e ancora fluiscono.
Se ne fece smercio e baratto, a volte anche scempio: ma soprattutto studio, per ridare un volto a una grande e ignota civiltà. A Cortona, un'accademia ancora esistente raccolse, trascrisse e pubblicò -senza capirle -antiche iscrizioni etrusche. A Volterra l'abate Guarnacci catalogò urne d'alabastro, donando poi alla città la sua collezione. A Chiusi si studiarono i sarcofaghi di pietra fetida. Si vangò a Vetulonia e a Populonia, a Tarquinia e a Vulci, a Talamone e a Saturnia, dissotterrando nuovi tesori. La più ricca tomba di Cerveteri fu esplorata, ma non certo saccheggiata, ne11836, da un sacerdote, l'arciprete Regolini, e da un militare, il generale Galassi. Un secolo e mezzo più tardi, un medico, il professor Costantini, avrebbe donato a Fiesole la sua splendida raccolta di ceramiche etrusche e italiche. Ma proprio Fiesole aveva già ricevuto in dono un piccolo prezioso museo di pittura, raccolto fin dal 1795 da un precoce innamorato dei primitivi, il canonico Angiolo Maria Bandini.
La passione del libro, della carta scritta e stampata, toccò nel Settecento le corde più alte, con l'insaziabile Antonio Magliabechi, l'abate Marucelli e il suo mare magnum di libri, i Riccardi, gli Strozzi, i cruscanti, i georgofili e i colombari. Poi il conte d'Elci e il «Sor Pietro» Vieusseux.
All'alba del nostro giorno, un Vitelli e una Norsa avrebbero dato ricetto fiorentino a preziosi frammenti di papiro. La neonata scienza sperimentale creò un'altra classe di antiquari e un nuovo mercato di oggetti. Si raccolsero e studiarono antichi astrolabi e sfere armillari, portolani e sestanti.
Gli Accademici del Cimento furono anche collezionisti: poi i loro stessi strumenti, le macchine, le cere anatomiche e i ferri chirurgici finirono nei musei, unici nel loro genere a Firenze.
Anche i francescani, missionari in terra d'oriente, riportarono curiosi cimeli di lontani paesi, accolti in un curioso museo sull'arce fiesolana. Gli antropologi -dal Mantegazza al Graziosi -fecero poi il resto, con criteri di scienza. Rivolti ad ere più remote, i geologi ammassarono rocce e cristalli, dall'Elba, dall' Amiata e dalle Colline Metallifere. Gli stessi minerali divennero strumento d'arte, nella collezione dell'Opificio delle Pietre Dure.
I paleontologi assemblarono ossa di mastodonti dal Valdarno e scheletri di ominidi da Baccinello. Zoologi e botanici classificarono milioni di farfalle alla Specola e di steli d'erba presso l'Orto dei Semplici. Il gusto neoclassico, con le scoperte di Pompei ed Ercolano, puntò di nuovo sull'Italia l'interesse di tutto il mondo. La «medievale» Firenze fu appena sfiorata da quel vento che si arruffò in scandali internazionali e clamorose «patacche», prima di congelarsi intorno al trono napoleonico. In compenso, un toscano inquieto, nato a Pisa con il secolo, Ippolito Rosellini, amico del Champollion, portò l'antico Egitto dal Nilo all' Arno.
Ma la grande età dell'antiquariato toscano coincise con il Romanticismo, la riscoperta del Medioevo e dei primitivi. Dopo la Rivoluzione di Francia, che distrusse o disperse tanti tesori di un'arte inevitabilmente religiosa e monarchica, si dette inusitato valore -quasi per riparazione- ai fondi oro e agli smalti, ai velluti gotici e ai paramenti d'altare, ai reliquiari e alle pissidi, agli stiletti e ai giustacuori. Le testimonianze di quei secoli eran ben più numerose, in Toscana, dei reperti classici; più articolate e più vive. Parlavano di una civiltà non certo inferiore, sicuramente più lunga. Del «culto» per il Medioevo dettero esempio proprio i francesi -il Viollet-Le-Duc, il Lenoir, il Du Sommerard -seguiti dagli inglesi e dai tedeschi; Francesi a Firenze furono i lionesi Carrand, padre e figlio, che trasferirono nella città di Dante le loro vastissime collezioni di avori, smalti, metalli, rilievi, stoffe e oreficerie, legandole per sempre al Bargello, cent'anni fa.
Assecondò tale interesse anche la pittura «storica», a lungo favorita dagli artisti e dal pubblico.
In quegli anni, è stato scritto, «gli studi dei pittori erano simili a botteghe antiquarie». Alcuni dei maggiori antiquari del secondo Ottocento esordirono come pittori, ritraendo oggetti che poi avrebbero posseduto e copiando in galleria opere simili a quelle che più tardi avrebbero maneggiato. Secolo di grandi collezionisti -in Europa prima, poi in America -l'Ottocento creò generazioni di altrettanto grandi antiquari: necessari fornitori, mediatori, consiglieri, a volte maestri dei loro non comuni clienti. Altri antiquari, più modesti, si fecero mediatori tra il mondo dell'arte e le aspirazioni di una borghesia in cerca di prestigio. Il noto dipinto dell'Induno, con l'antiquario che indottrina una sua cliente, di evidente condizione borghese e chiari sentimenti romantici, è palese manifesto di tutta un' epoca. Gli inglesi, che in Toscana si sentivano a casa loro, misero in moto un'operazione che coinvolse l'intera regione. John TempIe Leader ricostruì quasi dal nulla l'improbabile Castello di Vincigliata, popolandolo di nobili pietre e scenogràfici arredi. William Spence restaurò la fiesolana Villa Medici. L'anglo-fiorentino Federico Stibbert, raccoglitore insonne, trafficò oggetti -spesso eccezionali -a decine di migliaia, di molti secoli e di più continenti. Ne stipò le stanze di un museo senza precedenti, tutto in stile gotico, che finì per restare -diplomaticamente -a Firenze. La collezione di armi e armature, che ne forma la punta di diamante, non esaurisce l'interesse di quell'oceanica raccolta -dalle lacche cinesi alle pantofole del Settecento.
Un pittore americano, l' Alexander , rinunziò addirittura all'arte attiva quando si accorse che, per un dollaro, poteva acquistare in Piazza Santa Maria Novella, un dipinto migliore dei suoi.
Viveva in albergo, e intasò di cose antiche per fin le stanze del paziente Bonciani.
In quel clima si affermò, primo antiquario «moderno», Stefano Bardini, nato in VaI Tiberina ma rimasto per sempre fiorentino d'Oltrarno: un accentratore dai gusti eclettici e dallo straordinario fiuto, soprattutto per la scultura; megalomane e accorto affarista, suasivo con clienti e fornitori, duro con i sottoposti. Maneggiò oggetti che arricchirono i musei di mezza Europa, soprattutto in Germania, grazie alla collaborazione di un grande studioso, il Bode, curatore dei musei imperiali. Alla scuola del Bardini, dietro il suo esempio o in antagonismo con lui, si formò la Firenze antiquaria, fonte inesauribile di cose belle finalmente pregiate. Mobili e soprammobili, cornici e frammenti, armi e strumenti musicali, stoffe e arazzi trovarono giusto valore sul mercato e si sottrassero all'incuria, spesso alla rovina, per passare in raccolte di alto prestigio. La non resistibile ascesa del Bardini fu favorita da due fattori: le necessità economiche di molte famiglie dell'antica aristocrazia detentrice d'arte e, più tardi, lo «sventramento» del centro di Firenze, che portò al Bardini tonnellate di pietre e marmi lavorati. Ne riempì le mura e le stanze delle sue scenografiche ricostruzioni: la Torre del Gallo, il Castello di Marignolle, le case dei Mozzi in Via dei Bardi. Il Bardini formò anche la Firenze dei restauratori, innestando la tradizionale manualità degli artigiani sulle esigenze del suo mercato, che non sempre badava per il sottile.
Ma il «grande egoista» (così lo definì proprio il Bode!) dette prova di straordinaria generosità
quando lasciò alla città, ancor prima di morire, nel 1922, la sua splendida galleria, nel ricostrui-
to palazzo di Piazza dei Mozzi, destinata a diventare uno dei più avvincenti e convincenti musei di Firenze. Quarant'anni dopo, il suo esempio fu seguito, seppur per vie tortuose, dal figlio Ugo, che finì per legare allo Stato tutte le proprietà, mobili e immobili, di famiglia. Amico e «puntello» finanziario del Bardini fu il garibaldino del '66 Vincenzo Ciampolini: antiquario, imprenditore e finanziere,  “da testa più quadrata di Firenze”, che maneggiò somme enormi con vendite favolose (come quella dell'etedità della baronessa Favard) e animose speculazioni edilizie (come quelle che fecero di Vallombrosa la più ricercata stazione montana del tempo).
Il Ciampolini fu anche il non esoso «banchiere» dei migliori antiquari fiorentini, finanziando i loro sogni, in tempi di credito ristretto, e scpntando cambiali che nessuno avrebbe avallato.
Collezionisti principi, a Firenze, anche i russi Demidoff -Nicola, Anatolio e Paolo -non soltanto nella villa e nel parco di Pratolino, ancora fruibili, ma nella scomparsa villa suburbana di San Donato, a Novoli, definita la «seconda reggia di Firenze» e ricettacolo di opere d'arte di ogni epoca, fino ai pittori francesi di metà Ottocento. «Meraviglie» consimili resero celebre anche la villa e il giardino dei Puccini, a Pistoia. Per narrare la «rinascita» ottocentesca delle ville toscane non basterebbe un libro che del resto già esiste. Dalla lucchese, principesca Marlia, già di Elisa Ronaparte Baciocchi, oggi dei Pecci Rlunt, alla senese Belcaro dei Camaiori; dalla «drammatica» Montegufoni, merito recente dei Sitwell, alla villa dei Garzoni a Collodi. Ed è un recupero che dura ancora. Tra le decine che accerchiano Firenze -già dei Medici, dei Palmieri, dei Corsini, dei Corsi, degli Antinori, dei Dini, dei Ricasoli, dei Davanzati -sosteremo -appena in quella della Pietra, già dei Capponi, splendidamente restaurata con l'ineguagliato giardino dagli anglo-napoletani-fiorentini Arthur e Hortense Acton, oggi dal loro erede Sir Arold. Densa di capolavori d'alta epoca e di rare raccolte orientali, la villa sarà un futuro «museo» di Firenze: di proprietà americana, ma vincolato alla città. Sorte simile è toccata -tramite Harvard -ai Tatti, leggendaria residenza di Bernard Berenson; alla collezione di opere del Medioevo e del Rinascimento, ai preziosi arredi, alla splendida biblioteca. Non va dimenticato che il grande studioso partecipò, e non poco, alle fortune di un grande antiquario, anzi dell'antiquario principe del suo tempo: Joseph Duveen. Rieccoci agli antiquari militanti. A Firenze, discepolo e poi rivale del Bardini fu l'avventuroso Elia Volpi: il riscatto di Palazzo Davanzati e l'apertura del suo eccezionale museo dell' Antica Casa Fiorentina scossero il mondo nel primo decennio del nostro secolo. Il museo durò poco, sebbene in due edizioni: ma i suoi bellissimi pezzi non si sono volatizzati. Formano il vanto di celebri raccolte pubbliche e di fortunate gallerie antiquarie. Il Volpi restaurò e arredò anche il Palazzo Vitelli, nella natia Città di Castello: ma suo massimo merito «storico» fu di aver svegliato, in America, la passione per le cose fiorentine di alta epoca. Un risultato che al Volpi costò caro ma di cui molti si arricchirono –in primis la cultura antiquaria.
Altri nomi, altri protagonisti del mondo antiquario tra i due secoli: Luigi Grassi, finissimo intenditore di bronzetti rinascimentali e vindice delle arti e degli arredi -fino allora negletti -del Settecento veneto. Demetrio Tolosani, innamorato dell'arte più che del mestiere e scrittore co-
pioso in pro della categoria. Emilio Costantini, che donò agli Uffizi bellissimi disegni e un quadro di lacopo Bellini. Giovanni Pallotti, con i suoi squisiti bibelots d'epoca. Alfredo Geri, che nel 1913 recuperò la Gioconda al Louvre. Achille De Clemente, che lanciò sul mercato finissime maioliche e stoffe di gran pregio. Prototipo dell'antiquario eclettico è «completo», fornitore non solo di clienti ma anche di colleghi in tutta Italia, fu tra le due guerre l'olimpico Giuseppe Salvadori, pioniere della fiorentina Via dei Fossi. Suo primo e durevole amore furono gli arazzi, che generosamente restaurò per gli Uffizi. Il suo laboratorio di restauro degli arazzi fu il più importante in Italia: a Firenze ne sono ancora attivi gli eredi. Intorno a lui, «capo tacitamente riconosciuto» dai colleghi, si formarono le generazioni di mezzo del commercio antiquario italiano. Un po' appartato, il sorrentino Salvatore Romano rivelò inimitabile intuito, quasi invaghimento, per le cose belle, di cui fu paziente ricercatore e fornitore discreto, quasi misterioso, di principeschi clienti.
Tenne per se, con ostinate rinunzie, oggetti -sculture soprattutto -quasi mai visti da altri. Per quelli, in tarda età, dopo l'ultima guerra, restaurò a sue spese il trecentesco Cenacolo di Santo Spirito, e con quelli -rivelatisi capolavori di cinque secoli -arredò il museo della fondazione a lui intitolata, donato a Firenze in gratitudine per la «lunga ospitalità». Dopo di lui, la dinastia
dei Romano antiquari continuò con il figlio, poi con i nipoti. Ed è ancora verzicante. Gusti e modi signorili, scelta cultura e bon ton mondano distinsero i cinque fratelli Volterra che negli anni Venti e Trenta moltiplicarono negozi e magazzini non soltanto a Firenze ma anche a Parigi e a Londra, tessendo una vasta rete di collaboratori. Antiquario di razza fu il fratello maggiore, Giuseppe, che ricoprì anche incarichi pubblici. E finissimo conoscitore ed esperto stimatore di cose antiche fu il minore, Gualtiero, più noto in tutto il mondo come pianista eccellente.
I «fondi oro» commerciati dai Volterra arricchirebbero, da soli, un intero museo. E un vero museo -ma di tutte le epoche -fu quello messo insieme, a Villa Vittoria, dall'antiquario «maggiore di tutti»: quell' Alessandro Contini Bonacossi la cui avventurosa vicenda varrebbe un romanzo -ancor tutto da scrivere. Se, come forse egli desiderò prima di morire, la sua favolosa collezione -maestri contemporanei inclusi -fosse passata intera alla città, Firenze avrebbe oggi un museo senza uguali. Ma anche la più ristretta donazione Contini Bonacossi, oggi alla Meridiana di Pitti, con i suoi capolavori di grande rarità, è testimonianza eccellente di un antiquario
oculato e sagace come pochi.
Il trono del Salvadori, ormai anziano, fu scosso dal giovane Luigi Bellini (senior) discendente da una dinastia di antiquari ed esponente della ripresa dopo la grande crisi degli anni Trenta.
«Gigi» Bellini è ben vivo nella memoria di Firenze anche per il suo mecenatismo verso gli artisti, per la parte che ebbe in eventi cittadini come la ricostruzione del Ponte a Santa Trinita (accanto al Berenson) ed anche per i bei libri che seppe scrivere. Cosmopolita per vocazione, fu abile ambasciatore dell'arte italiana in altri paesi -dalla Francia all' America -e in tutto il mondo braccò le opere della nostra civiltà, spesso per riportarle a casa, nella galleria sul Lungarno e nella medicea villa di Marignolle.
Fu il Bellini l'ideatore primo della biennale Mostra Mercato Internazionale dell' Antiquariato, manifestazione che ha confermato a Firenze, negli ultimi trent'anni, il ruolo di capitale europea dell'antiquariato, conquistando un pubblico vasto come non mai. Realizzatore della Biennale,
dopo la scomparsa dell'ideatore, è stato il figlio, Giuseppe Bellini (unitamente al fratello Mario): personaggio dal contagioso entusiasmo e di internazionale entratura, grande animatore di conviti e convivi. Fondatore, tra l'altro, dell' Associazione Antiquari d'ltalia (e direttore della sua Gazzetta), autorevole membro permanente del Consiglio Direttivo della «C.I.N.O.A. -Confederation Intemational des Negociants en Ouvres d' Art» della quale è stato a lungo prestigioso Presidente. Un'altra dinastia che ha segnato il corso dell'antiquariato fiorentino è quella dei «Bartolozzi» di Via Maggio che, in occasione della XVI Biennale, festeggiò il suo secolo di ininterrotta e gloriosa attività.
Specialisti nell'alta epoca, della quale Guido Bartolozzi (senior) fu illustre maestro, le più recenti generazioni ne hanno allargata la specializzazione in una più eclettica attività che abbraccia anche opere del XVII e XVIII secolo. Non pochi sono i capolavori dei grandi artisti nostrani che i Bartolozzi recuperarono e reimportarono dai lidi stranieri ove, nei secoli, erano emigrate, contribuendo in tal modo ad accrescere il patrimonio artistico.
Agli antiquari di queste dinastie, così diversi, vogliamo avvicinare Giovanni Bruzzichelli, oggi decano degli antiquari fiorentini: uomo coltissimo e raffinato, maestro di tutti i più giovani e «straordinario suggeritore di gusto e di cultura». L 'antiquario che ha «scoperto» il Neoclassi-
co, poi il tardo Ottocento, poi il Liberty. ..ma che soprattutto ha dimostrato che la vera bellezza non ha epoche. Siamo così alla Firenze di oggi, alla città delle cento botteghe antiquarie, dei cento nomi, tutti con un significato. Alle sue soglie ci fermiamo, non con timore, ma per rispetto.
Labile è il confine tra antiquario e collezionista, e tra collezionista e studioso. Pensiamo a Herbert Percy Horne, studioso del Botticelli, al suo prezioso museo di Via dei Benci, da poco restaurato, e alla sua prestigiosa fondazione. All'americano Charles Loeser la cui raccolta, dal 1928, arricchisce Palazzo Vecchio. Al barone Franchetti, presente al Bargello con il suo lascito,
accanto al Ressman. Alla collezione Corsi, ricca di inesplorate sorprese; agli stupendi tessuti di
Luigi Pisa, dispersi ma non perduti; alle ceramiche del Fanfani e del Cora, oggi patrimonio del Museo di Faenza; alla sceltissima donazione di Roberto Longhi. Pensiamo -e siamo ai maestri contemporanei -alla raccolta dell 'ingegner Della Ragione; ai quadri di Rosai donati alla città; al museo di Marino Marini; alla fondazione di Primo Conti... Ne dimentichiamo che proprio a Firenze ha operato il principe dei bibliofili italiani del secolo, Tammaro De Marinis, studioso e raccoglitore di antichi volumi, miniature, legature. E Leo e Aldo Olschki, bibliofili ed editori.
E, in Via Ricasoli, Ferrante Gonnelli, amico di vecchi libri e di artisti nuovi.
Con il libro abbiamo cominciato e con il libro terminiamo.
La storia però non si ferma.
 
***
L 'arte -è stato detto,- non ha patria, se non nell' humus di una civiltà. Ma l'antiquariato forse ne ha una, o più d'una.
Ci sembra che la Toscana, con una storia di sei secoli, abbia buone carte per proporre tale candidatura, con Firenze per capitale.
È questa la giustificazione -semplicissima -della presente Prima Mostra Mercato degli Antiquari Toscani. Ed è giusto che Firenze ne abbia, inizialmente, il primato.
Ad altri centri, di non minor merito, andrà la palma in successive edizioni, già previste e auspicate. L 'inizio è promettente e il tempo è maturo.
 
Simone Bargellini

dIndietro

Roberto Freschi
“Firenze vista dalla vetrata degli Uffizi”, tecnica mista, pastello e gouache su cartone, cm 45x62, Scuola Francese, inizio XX sec.
 
Grace Gallery di Maria Grazia Rossi
Pseudo Pierfrancesco Fiorentino (Attribuito), “Sposalizio mistico di S. Caterina”, tempera su tavola, cm 53x42, 1445 ca.
 
“Il Magnifico” Galleria Antiquaria
Oscar Ghiglia (1876-1945), “Natura morta: ciliege”, dipinto a olio su tela, cm 40x50
 
Damiano Lapiccirella
Cassettone-scrivania con scarabattolo architettonico a tre cassetti, lastronato in radica di noce ed ulivo, filettato in bosso, profili in pero ebanizzato, maniglie in legno rivestite parzialmente in ottone, bocchette e maniglie originali, Italia centro-settentrionale, cm 156x103x60, seconda metà XVII sec.
 
Gianfranco Luzzetti Antichità
Baldassarre De Caro (Napoli, sec. XVII), “Cane accanto ad un fagiano”, olio su tela, cm 105x127
 
Margua
Bureau libreria in mogano filettato in bois de rose, Olanda, XVIII sec.
 
Antichità di Enzo Marianelli & C.
Cofanetto in legno ebanizzato, con bronzi dorati e pietre dure, Firenze, XVII sec.
 
Alfredo Moretti Antichità
Taddeo di Bartolo (Siena 1362-1422)
“Santa Giuditta in preghiera”, cm 55x20 ca.
 
Nicoletta Lebole-Art Gallery
Antony De Bree, “Ritratto di Lady Bingley”, olio su tela, cm 127,5x96,5
 
Paolo Paoletti
Dionisio Calvert, “Andromeda”, olio su tavola, cm 109x77
 
Galleria Parronchi
Federico Zandomeneghi (1841-1917), “Au café”, Tecnica mista su carta, cm 43,5x28,5
 
Giancarlo Pelagotti Antiquario
Attribuito a Prospero Fontana (Bologna 1512-1597), “Madonna col Bambino, S. Antonio da Padova e Santa Monaca”, dipinto su tavola, cm 42,5x28,5
 
Stefano Piacenti
Cerchia di Bicci di Lorenzo (I metà del XV sec.), “Cristo nel sarcofago tra la Vergine, San Giovanni e la Maddalena, circondato dai simboli e gli strumenti della Passione con in basso una Bolla del Vescovo di Firenze”, tempera su tavola, fondo lapislazzulo, cm 45x32
 
Pighini Ettore di Claudio Pighini & C.
Adolf Wagner (Graz 1844-1918), “Veduta di Siena”, Disegno a matita e acquerello, firmato e datato 1899, cm 60x42.
 
Giovanni Pratesi Antichità
Scuola italiana seconda metà del secolo XVII, “Figura in un interno”, olio su tela, cm 91x116
 
Roberta Romei Antichità
Ventura di Moro detto Pseudo Ambrogio di Baldese (Firenze, 1352-1429), “La Madonna dell’Umiltà circondata da quattro Santi” nella lunetta “La Crocifissione”, tavolo a fondo oro, cm 71x47
 
Antichità Santoro
Arazzo ricamato in oro e seta a vari colori (particolare), cm 470x340, Sicilia, 1650 ca.
 
Sommazzi-Wettstein
“San Pietro”, olio su tela, cm 101x77, Lombardia, XVII sec.
 
Traslucido di Ramuzzi & Trapani
Particolare di uno di due pannelli da parete, ricamo e applicazioni imbottite su tela foderata in carta di riso, cm 190x135, Cina, Dinastia Ch’Ing, periodo Kuang-Hsu, 1874-1908
 
Antichità Romano Vecci
Paraluce da tavolo in legno ebanizzato e dorato, cm 45x70
 
Saena Vetus
Coppia di “Scene cavalleresche dalla Gerusalemme liberata”, olio su tela, cm 102x67, Veneto, seconda metà XVIII sec.
 
Zecchi Antichità
Forziere da viaggio in legno di noce decorato con ferri battuti cesellati e traforati a rosette e fogliame stilizzato, cm 86,5x52x60, Italia Settentrionale, XV sec.