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MERCATO, COLLEZIONISMO, MUSEO: GLI ELEMENTI DI UN AFFASCINANTE SISTEMA di Antonimo Paolucci Una pubblicazione recente (Guida ai Musei della Toscana, Electa Editore 1988) indicava in ben 65 le aggregazioni museali presenti nella città di Firenze: dagli Uffizi alle Cappelle Medicee, dalla Galleria Palatina alla Gipsoteca di Porta Romana, dal Cenacolo di Ognissanti all' Archeologico. La realtà museale fiorentina, per quantità, qualità e varietà delle opere esposte, rappresenta di per sè uno splendido "monstruum" una mirabile anomalia con pochissimi e forse nessun confronto nel mondo. Si tratta di un sistema espositivo diramato in tutta la città, dislocato quasi in ogni piega del centro storico e della periferia; un sistema che coinvolge i numeri più alti in Italia nei costi di gestione, nel personale addetto, nella pressione dell'utenza. Questo lo sappiamo bene. Quello che non tutti sanno è che una parte cospicua di un cosi’ straordinario sistema è costituito da un nucleo di celebri musei legati al nome di collezionisti, di antiquari, di storici dell'arte famosi. E basti solo elencare i musei Bardini, Horne, Stibbert, Davanzati, le collezioni Contini Bonaccossi e Salvatore Romano, le raccolte Berenson, Longhi, Della Ragione, la Carrand al Bargello. Non è casuale che il fenomeno (il fenomeno ciò del museo cosi’ intimamente legato alla storia di uno studioso, di un mercante o di un collezionista da assumerne il nome) abbia preso forma - almeno con tanto rilievo e in tali dimensioni - soprattutto a Firenze. Ciò si spiega col fatto che Firenze ט stata, fra XIX e XX secolo, la capitale italiana della scienza storico artistica, del collezionismo e del mercato. Per un concomitare di cause storiche e culturali che non è ora il caso di rievocare, questa città ha funzionato, per un tempo considerevolmente lungo, come luogo ideale per le attività finalizzate allo studio, al possesso, al restauro, allo scambio, alla valorizzazione e tesaurizzazione delle opere d'arte. I molti musei di origine antiquariale e collezionistica ai quali prima accennavo, sono la conseguenza di quel certo ruolo svolto da Firenze. A questo punto cade a taglio una considerazione generale, ovvia e tuttavia opportuna. Esiste un delicato ciclo che quasi vorrei definire «biologico», un delicato sistema fatto di cultura, di studio ed anche, naturalmente, di denaro che lega in una catena complessa che non può essere interrotta o manomessa senza danno. l'antiquariato agli studi, gli studi al collezionismo e quest'ultimo al museo. Non occorrerà scomodare i Medici o i Gonzaga, i Borghese o i Montefeltro per rendersi conto di questo. Tutti noi sappiamo bene che nei paesi dove non esiste mercato non esiste neppure una museografia moderna nè esistono una critica d'arte o una scienza storico-artistica confrontabili con gli standard occidentali. Il Mercato stimola interessi e crea conoscenze, mette in campo i materiali artistici, li seleziona e li valorizza, offre occasioni sia allo studioso che al collezionista; due ruoli, questi ultimi, che sovente si identificano nella stessa persona. Quanto al collezionista (nelle sue varianti di collezionista-studioso o di collezionista studioso-mercante) egli rappresenta - non c'è psicologo o storico che non lo sappia - una straordinaria anomalia antropologica. Infatti, fra tutti i vizi umani, il collezionismo d'arte è l'unico che aspiri all'eternità. Perchè che il collezionismo d'arte sia un vizio (un bellissimo vizio, affascinante e provvidenziale, però un vizio) non c'è dubbio, se a quella parola intendiamo dare il significato che le è, credo, legittimo, di eccessiva maniacale propensione per qualcosa. Mentre perע gli altri vizi finiscono con la fine della vita fisica di chi ne è affetto, la passione per l'arte produce conseguenze che tendono a sopravvivere alla morte del collezionista stesso. L'amatore d'arte non solo dedica la vita a cercare, scegliere e valorizzare gli oggetti del suo innamoramento (siano essi maioliche o stampe, argenti o quadri) ma in genere desidera conservare, al di là della vita mortale, le testimonianze della sua umana avventura. E siccome il luogo dell'immortalità per le opere d'arte è da sempre. il museo, ecco che gli oggetti accumulati durante una vita, finiscono molto spesso nelle collezioni pubbliche. La tendenza dell'immortalità appunto; cosi’ forte da mettere in secondo piano persino l'amore per la propria discendenza, che è istinto biologico fondamentale in ogni essere umano. Quante volte infatti il collezionista preferisce lasciare le sue cose ad un museo piuttosto che ai legittimi eredi. Esempio sublime e, se si pensa bene, davvero sconcertante, di egoismo «contro natura». Quindi, riassumendo, il mercato alimenta il collezionismo, ne è anzi la premessa irrinunciabile; l'uno e l'altro favoriscono gli studi; il museo è l'esito finale di questo vasto processo che vede in campo contemporaneamente l'umana ambizione, l'interesse economico e quello culturale, in un rapporto inscindibile di reciproci condizionamenti. Se quanto ho detto finora è vero (o mi sembra difficile negare che lo sia) allora si potrà anche dire che il mercato d'arte costituisce di per sè un valore, non solo economico e professionale, ma anche culturale, che deve essere tutelato in quanto tale. Ne consegue che l'Ufficio della tutela ha tutto l'interesse a che l'antiquariato, a Firenze come altrove, mantenga standard alti di buona salute e quindi di qualità. Un mercato d'arte fiorente e di alto profilo, vuoi dire occasioni importanti per gli studi, vuoi dire un collezionismo prestigioso e quindi, in prospettiva, donazioni di livello ai musei. Un mercato d'arte di qualità contribuisce ad accrescere a tonificare e a specializzare la cultura storico artistica, con effetti non trascurabili anche per il buon governo della tutela. Gli antiquari che riportano in Italia dalle piazze straniere dipinti di scuole locali per alimentare i desideri di collezionisti che loro stessi hanno saputo formare e orientare, svolgono una funzione culturale importante contribuendo di fatto ad arricchire il patrimonio. Troppo spesso si dimentica infatti che una ragguardevole quantità di opere d'arte italiana emigrate all'estero nel secolo scorso o all'inizio di questo secolo, sta ritrovando - con ritmo costante e sempre più accelerato negli ultimi anni - la via della patria. Dietro questo fenomeno c'è la presenza di antiquari colti e determinati che hanno saputo coltivare nicchie di collezionismo intelligente orientando nel modo migliore le attenzioni e i denari dei loro clienti. Tutto questo per dire che l'antiquariato di qualità può essere, e di fatto lo è, un alleato prezioso di chi lavora nel campo della ricerca e della tutela. Il vero nemico della buona cultura e della buona tutela è piuttosto il cattivo mercato con i suoi caratteri di dilettantismo, di superficialità, di incontrollabilità. Quando il commercio d'arte antica degrada, culturalmente e professionalmente, allora esso corrompe il gusto, di seduca il cliente, inquina gli studi, favorisce il conformismo banale e la rozza speculazione, si rende complice, nei casi più gravi, dei guasti e degli abusi che l'Ufficio della tutela è chiamato a prevenire e a reprimere. Insomma l'antiquariato di qualità è un valore che va preservato sia perché è produttore di gusto, di conoscenza, di buon collezionismo, sia perché indirettamente contribuisce per questa via, alla migliore salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico. Per questo motivo la Soprintendenza ha ritenuto giusto offrire il suo contributo, nelle forme istituzionalmente opportune. a questa edizione della Biennale Antiquaria di Palazzo Strozzi. Ci interessa molto che la rassegna di Strozzi - punto alto del mercato d'arte italiano e internazionale e tradizionale motivo di legittimo orgoglio per gli operatori di questa città - si presenti al meglio e che anzi possa ulteriormente accrescere il suo consolidato prestigio; convinti come siamo (è opportuno ripeterlo ancora) che la qualità del libero mercato non solo non è in contrasto, ma anzi può favorire la qualità e l'efficacia della tutela. A una sola condizione, naturalmente: che il ruolo dell'antiquario e quello del funzionario di Soprintendenza mantengano quella doverosa autonomia che è condizione irrinunciabile di ogni rapporto veramente utile. L'importante è che ognuno faccia bene il proprio mestiere. Credo che. per un antiquario. far bene il proprio mestiere voglia dire puntare alla qualità, affinare il gusto della ricerca e la capacità di scegliere, così da consentire al denaro l'impiego migliore non solo in termini di resa economica ma - gli obbiettivi quasi sempre coincidono - di durevole fruttuosità culturale. Per il funzionario di Soprintendenza far bene il proprio mestiere vuoi dire applicare la legge, con sensibilità e competenza ma anche con puntualità e rigore. Si tratta di ruoli distinti che ben distinti devono rimanere. Non si tratta però di posizioni concettualmente antagonistiche né, di necessità, conflittuali. Questa edizione di Palazzo Strozzi costruita su un rapporto - peraltro tradizionale in Firenze - di reciproca stima e di corretta intesa fra Soprintendenza e antiquari mi sembra la dimostrazione migliore di quanto ho detto. Prosegue a Pag 2
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