Antiquaria 2005 a Milano

Anche i giovani potrebbero scoprire il valore vero

I giovani mantengono le distanze dal mondo dell’antiquariato, visto come fossilizzato, fine a sé stesso, privo di comunicatività, ritenendo l’arte vera qualcosa di superiore, puro, lontano dai fini pratici. Magari invece sarebbe una realtà da scoprire.

Paola Bolognini per Eosmercantidarte

 

 

 

 

 

 

 

 

16.11.2005

Mi hanno invitato all'inaugurazione di Antiquaria 2005 a Milano. Era la mia "prima volta" in una mostra di antiquariato.

Scoprire il mondo dell’antiquariato, parola a cui finora avevo associato idee ed immagini solo per sentito dire, comporta una ricerca di senso all’interno della cosa, intesa come oggetto autonomo con un significato, per poter trovare il filo conduttore che porta all’origine di questo modo di rapportarsi all’arte.

Passeggiando per i corridoi della fiera, l’occhio è continuamente attratto da una parte all’altra, gli stand si volgono al visitatore con tutta la loro esposizione, per catturare l’attenzione e lasciarsi ammirare.

La sensazione che si prova è probabilmente la medesima che la Parigi della metà Ottocento offriva ai suoi cittadini, mentre attraversavano i passages, centri commerciali di articoli di lusso costruiti sotto i porticati dei palazzi. In queste costruzioni, che avevano lo scopo del transito del cittadino, per la prima volta il vecchio si compenetrava con il nuovo, ricreando l’utopia di Fourier, il quale interpretava i passages in chiave reazionaria, vedendoli come la realizzazione architettonica del falanstero.

In una fiera come quella di Milano è difficile soffermarsi da subito su qualcosa in particolare perché l’enorme quantità di arredi, tappeti, quadri e gioielli, costringe ad uno sguardo superficiale, inadatto a cogliere l’aspetto estetico e storico dell’opera d’arte. E’ necessario ripercorrere la mostra più volte, sicuri che non si coglieranno mai le stesse sfumature, gli stessi dettagli.

 

 

 

 

 

 

 

Partendo dall’idea che l’arte si ritrovi nella profondità dell’oggetto, per poter veramente comprendere l’essenza di ciò che si osserva, è importante conoscere la nascita e la storia di quello scrittoio del XVIII secolo che ci invoglia ad aprire un libro o della miniatura russa che svela la fede ortodossa o anche dell’arazzo orientale che ci trasmette i sapori di un’altra cultura.

All’epoca in cui nacquero le prime esposizioni, siamo sempre nel XIX secolo, si iniziò a usare l’espressione “feticcio merce”, per indicare il trionfo dell’universo della merce, innalzata dall’uomo in cambio dell’estraniazione dalla sua persona per lasciarsi distrarre dalla fantasmagoria della società capitalista. L’oggetto diventava un prodotto il cui valore era trasformato in costo ed entrava così nel mercato.

 

 

 

 

 

 

 

Parlando oggi di fiera, il concetto che viene alla mente ad una persona come me non coinvolta direttamente nell’ambiente, è proprio questo: il valore artistico racchiuso nei vari pezzi di antiquariato, viene sminuito dal fatto che ogni cosa esposta ha un prezzo e di conseguenza un possibile commercio.

 

 

 

 

 

 

 

 

I giovani mantengono le distanze da questo mondo, visto come fossilizzato, fine a sé stesso, privo di comunicatività, ritenendo l’arte vera qualcosa di superiore, puro, lontano dai fini pratici.

Difatti di giovani non ce n’erano molti a vedere la mostra. Peccato, un mondo attraente che purtroppo ignoriamo.

Per andare oltre queste contraddizioni è bene evitare di attraversare la fiera come fosse un supermercato, predisponendosi all’osservazione attenta e lasciandosi guidare dalla curiosità verso la scoperta di qualche particolare che lascia un ricordo. Inutile avere la pretesa di voler vedere tutto, per poi ritrovarsi all’uscita senza aver respirato una sensazione da conservare.

 

 

 

 

 

 

 

Cézanne, stando dalla parte di chi crea, scriveva che “un’arte che non ha emozione come punto di partenza non è un’arte”: la stessa emozione, che è soggettiva, la dobbiamo trovare noi quando ci poniamo di fronte ad una creazione artistica.

Assumendo questo atteggiamento si può capire la passione di chi si occupa di antiquariato, stimolato anche dalla possibilità di conoscere le storie dei suoi oggetti che, per la loro natura e la loro storia, sono unici e affermano il loro valore artistico-espressivo al di là del valore di scambio.

 

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