La prima volta a Roma
di FedericoZandomeneghi

 

di Isabella de Stefano Giannuzzi Savelli

per Eosmercantidarte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10.11.2005

La mostra Zandomeneghi, un veneziano tra gli impressionisti, organizzata da Dart Chiostro del Bramante in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta di Milano, è la prima retrospettiva romana dedicata all’artista veneziano.

Iniziativa che si colloca in quella preziosa indagine che il Chiostro del Bramante sta conducendo sui movimenti e le figure più importanti dell’arte italiana e che viene così a completare l’ultimo tassello di quel quadro retrospettivo che la capitale ha dedicato negli ultimi tempi agli Italiens de Paris: così venivano definiti all’epoca De Nittis, Boldini e Zandomeneghi. Un tributo dovuto al grande artista, se si pensa che prima della mostra era visibile a Roma solo il quadro Casette a Montmartre, conservato nella collezione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Come hanno sottolineato a ragione i curatori della mostra, Renato Miracco e Tulliola Sparagni e come non manca di ricordare il titolo della mostra, Zandomeneghi era veneziano e soprattutto non fu impressionista, ma fu “tra gli impressionisti”. Precisazione non certo inutile e capziosa se pensiamo che lo stesso artista non accettava il termine di impressionismo, al punto che pregò Vittorio Pica di torgliergli quell’etichetta che difficilmente sopportava. Questo perché la sua ricerca sfugge a una precisa definizione: confluisce certamente nella ricerca impressionista di cui comprese la portata, ma la sua anima rimane sempre italiana e, a nostro parere, essenzialmente veneziana; non è riconosciuta come italiana- al di là delle questioni stilistiche dal 1874 Zandomeneghi si trasferì a Parigi e a differenza di illustri colleghi non ritornò in Italia- e ritrae personaggi e paesaggi francesi, pur non essendo francese a pieno titolo: un’arte quindi piena di contraddizioni e spesso discontinua anche da un punto di vista stilistico, che la mostra cerca di ricostruire attentamente attraverso più di cento opere tra dipinti e pastelli e una trentina di disegni.

Una sfida che la mostra ha dimostrato di superare pienamente attraverso un percorso che non segue un filo cronologico, ma essenzialmente tematico: attraverso sedici sezioni tematiche, che però in alcuni casi potevano inglobarne altre evitando una eccessiva dispersione, il visitatore è guidato e accompagnato nella mostra che riesce, non solo a sviscerare il percorso dell’artista, ma anche a contestualizzarlo intelligentemente nel contesto italiano e francese dell’epoca attraverso il confronto con esempi di artisti macchiaioli o impressionisti, ma mai in maniera tropppo invasiva o fastidiosa. 

L’eredità italiana di Zandomeneghi forgia tutta la sua opera, soprattutto in quelle scelte cromatiche così ardite ed estremamente personali, che lo rendevano unico e inimitabile. Fin dall’inizio del percorso espositivo, anche in quelle opere più aderenti ai dettami del realismo macchiaiolo (Impressioni di Roma. I poveri sui gradini dell’Ara Coeli in Roma; Popolana con scialle rosso; L’orante) compaiono già dei bagliori cromatici,  flash intensi e vibranti di luce, che preludono al trionfo coloristico della successiva stagione francese.

Protagonista quasi sempre, l’universo femminile, che Zandomeneghi riesce a scrutare  in tutti i suoi aspetti più quotidiani e affettuosi, mai con occhio indiscreto, ma sempre con delicatezza e comprensione, quasi complice quando ritrae due amiche nel gesto affettuoso di un saluto (Figure femminili), nella frivolezza da “fete galantes” di una serata mondana ( Serata di gala; Il tè; Violette d’inverno) o di un caffè (Al caffè); ma anche nella commovente intimità del piccolo mondo domestico, dove la mano del pittore riesce a cogliere anche il silenzio di una lettura (La lettura; Lettura interessante), il sussurro di un colloquio (Colloquio al tavolino), la malinconia di un volto (Malinconia), il palpito di un pensiero nostalgico (Alla finestra). Una dimensione intimistica in cui le sue dame, fragili e malinconiche, sono ormai distanti dalla gaia frivolezza mondana e dai luccichii salottieri di quelle di Boldini o de Nittis, evanescenti e surreali, pronte a scomparire nei tocchi inquieti di un ductus sempre più mosso e vibrante. Zandomeneghi rimane fedele al segno, a quella linea che i coloristes come Monet avevano abbandonato a favore di una cromia aperta e impalpabile, dove dominava solo l’impressione del puro colore. Ed è questo aspetto che forse ci fa sentire Zandomeneghi il meno impressionista dei suoi colleghi italiani: la sua linea delinea sempre la mappa cromatica, anche quando questa è pronta a sfibrarsi sotto i colpi veloci e sfilettati del pennello. Caratteristica di molte tele è la morbidezza della stesura a tratteggio, in cui l’artista riuscì a far confluire i toni e lievi e aerei del pastello, al punto che in molti casi è quasi arduo distinguere le due tecniche ( Il violoncellista; Ballerina; Dopo il bagno). In questa disinvolta capacità di manipolare il pastello e di dare vita a quelle straordinarie cromie iridescenti e palpitanti di luce, riconosciamo il retroterra culturale della sua origine italiana, che egli non dimenticò mai anche nella lontananza dalle sue radici. Come non ricordarsi dei trionfi cromatici di Tiziano e Veronese in quell’audace esuberanza del colore o della aggraziata delicatezza dei pastelli di Rosalba Carriera? Scriveva giustamente Giancarlo Sarti nell’ormai lontano 1916 (“La Tribuna”, 8 ottobre 1916): “In Italia [Zandomeneghi] ha un antico affetto, tenacissimo, che mai è riuscito  a sradicare dal cuore…”; peccato, aggiungiamo noi, che non si tratta di una donna, Zandomeneghi fu scapolo e per di più scontroso e solitario. La descrizione di Sarti continua così “…Venezia. Egli sta sempre in pena per lei”.

 

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