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06.10.2005
- Il
tema degli investimenti in arte che viene esaminato in
questo Convegno e su cui si appunta attenzione e interesse
non solo delle Banche ma anche di un numero crescente di
risparmiatori, ha come obiettivo l’esame della possibilità
di aumentare il patrimonio mobiliare attraverso acquisti di
pezzi d’arte. Parliamo di acquisti mirati e corretti, che
costituiscono un incremento del risparmio non solo delle
singole persone ma anche dell’intera famiglia.
- Si
tratta dunque di indirizzare acquisti verso beni durevoli
come sono appunto i pezzi d’arte, sostenuti anche da forme
di credito che gli istituti bancari stanno studiando ad hoc
per dare una risposta in positivo ad una richiesta crescente
e diffusa da parte dei loro clienti.
-
-
Gli
acquisti d’arte delle famiglie come forma di risparmio e
soluzione a necessità economiche
- Si
fa gradualmente largo in fasce sempre più ampie di italiani
il concetto che l’acquisto di pezzi d’arte va visto come una
forma di risparmio, una forma di capitalizzazione
considerata alternativa alla società dei consumi (quando si
tratti di beni non necessari e non durevoli) e che ha
molteplici importanti ricadute.
- La
prima
è quella di costituire un forte incentivo alla educazione
culturale delle famiglie e delle future generazioni, aspetto
questo di per se talmente importante da richiedere una
trattazione specifica, che da sola basterebbe a spiegare
tutte le sfaccettature del fenomeno ed ad indurci a
favorirlo ed incentivarlo.
- La seconda,
importante ai fini pratici è quella di costituire un
serbatoio economico cui poter ricorrere per non intaccare
nei momenti di difficoltà le altre forme di
risparmio personale o familiare tanto faticosamente
conseguito.
- In
caso di necessità il ricorso alla vendita di pezzi d’arte,
che ha tradizioni organizzate secolari per esempio in
Inghilterra, rappresenta per le famiglie una soluzione
semplice e praticabile.
- A
condizione che ci sia un mercato che funzioni, o meglio che
sia lasciato funzionare e non mortificato.
- In
questo particolare momento poi, quando “la questione
economica” generale è da mesi all’ordine del giorno non solo
del nostro Paese, è sintomatico assistere ad una complessiva
stagnazione in Italia della vendita di pezzi d’arte di
qualità media, pur avendo, a detta della stragrande
maggioranza degli analisti, le famiglie dovuto più o meno
tutte, intaccare il loro patrimonio mobiliare.
-
-
La funzione
del mercato dell’arte come tramite necessario
- Il
mercato, come sappiamo, è andato meglio per certe tipologie
d’arte piuttosto che per altre. E tuttavia la sensazione
generalmente diffusa fra gli operatori è che esso non è
sembrato soprattutto negli ultimi anni generalmente così
sostenuto come avrebbe potuto e potrebbe essere. Una delle
cause viene individuata in uno sbilanciamento fra domanda e
offerta, dal momento che la ricerca di beni artistici trova
in un mercato diffuso e poliedrico come il nostro, una
offerta altamente variegata ed esauriente.
- Il
pubblico da diversi anni considera dunque l’acquisto di
pezzi d’arte conveniente anche a fini di investimento; il
mercato a sua volta si è organizzato con un’offerta che dà
innumerevoli occasioni e scelte fra tipologie e prezzi,
ossia una disponibilità di beni così ampia da offrire
possibilità di investimenti in arte per qualsiasi livello di
qualità e spesa.
- Si
osserva tuttavia complessivamente da diversi anni una
crescita dell’offerta più che proporzionale rispetto alla
crescita della domanda: in Italia agiscono ormai poco meno
di 40 case d’asta, oltre 100 mostre di antiquariato, circa
500 fra mercatini e fiere dell’antiquariato, migliaia di
galleristi, antiquari, raccoglitori, restauratori, critici,
storici, esperti o simili a vario titolo.
- Ma
la pre-condizione necessaria perché il mercato possa
esistere e lavorare davvero, una massa ragguardevole di
operatori, svolgendo bene la sua funzione di tramite per le
famiglie, è che le leggi che regolano lo regolano, abbiano
come fondamento alcuni diritti elementari.
- Una prima
questione fondamentale, tutta italiana, sta nel fatto che
noi abbiamo un mercato con un eccesso di offerta interna,
ossia fra italiani, solo perché fondamentalmente, dalle
leggi che lo regolano, viene inibito il mercato estero, non
mancando qualche punta di eccesso proibizionista anche per
quanto riguarda il mercato interno.
-
-
La
contraddittoria posizione dello Stato nei confronti del
mercato dell’arte
- A
questo nostro incontro manca la parte determinante, quella
che non solo fa le leggi, ma anche decide su grande parte
dell’uso del denaro e sul movimento dei beni: lo Stato.
- Se
è vero infatti che lo Stato italiano possiede da solo oltre
la metà del patrimonio artistico dell’intero pianeta, è
anche vero che le famiglie italiane, quasi tutte, sono
custodi e proprietarie di opere, antiche, moderne e
contemporanee, più o meno importanti: quadri e sculture,
stampe, mobili, tappeti, argenti, porcellane e maioliche,
libri etc.
- Un
patrimonio diffuso, che nelle case delle famiglie italiane
viene custodito e difeso per quanto è possibile, un
patrimonio artistico importantissimo, forse non sempre per
qualità, ma ingente per quantità e certamente tenuto con
grande affetto ed attenzione: un assieme per quantità
maggiore di quanto detiene attualmente lo Stato.
- Sono dunque
certamente anche le famiglie italiane e non solo lo Stato,
non essendogli mai stata concessa l’esclusiva, le custodi
della nostra storia, arte e tradizioni, assolvendo ad una
funzione che dovrebbe integrarsi anziché, come spesso
accade, trovarsi davanti a contrapposizioni.
- E’ noto che
qualsiasi sistema culturale, se non condiviso anche nelle
case dei cittadini, che ne siano parte attiva, rischia di
diventare sterile demagogia. Alle famiglie anzi è affidato
il compito più difficile: difenderlo per trasmetterlo in
concreto alle future generazioni, come “ una cosa che passa
da nonno a nipote”, come memoria, ricordo, tradizione,
educazione ed infine, aspetto rilevante, patrimonio
economico piccolo o grande della famiglia.
- Nel sistema
di valori dell’arte non deve mai essere dimenticato, non lo
dimenticano certo le famiglie, che c’è anche un valore
concreto e importante, il valore economico. Ed in
questo non c’è nulla di volgare o disdicevole, essendo un
diritto.
-
Contemporaneamente non abbiamo in Italia politico, di
qualsiasi partito, che non dica di difendere la cultura e la
famiglia, che significherebbe difenderne anche i risparmi,
oltre che i principi morali. Ne deriva che qualsiasi
politico dovrebbe essere difensore dichiarato ed attivo dei
patrimoni artistici familiari sia sotto il profilo culturale
che sotto quello economico.
- Purtroppo va
detto che invece proprio in questa sua componente il
patrimonio artistico privato viene avvilito e sminuito, con
danno certamente delle famiglie. Ma non a causa del mercato.
-
Sbaglia infatti chi pensa che l’andamento del mercato
dell’arte finisca a riguardare solo gli operatori, perché in
realtà, come qualsiasi mercato, riguarda le famiglie
italiane.
-
Allo stato attuale la situazione può essere così
sintetizzata: meno mercato è uguale a maggior danno per le
famiglie.
- Ma possibile
che le norme non abbiano concepito un sostegno concreto, un
incentivo, a questa forma di “storia del risparmio
familiare” che è il collezionismo, piccolo o grande, di beni
artistici?
-
- Questo il
circuito: da famiglia a famiglia, tramite il mercato
- Il
nuovo Codice Urbani è stato partorito partendo dal concetto
nuovo e importante, quello che lo Stato debba non solo fare
tutela, ma anche valorizzazione. Una filosofia evoluta.
-
Tuttavia con questo termine non si è inteso affatto dare il
proprio contributo all’incremento del valore economico di
quella larga parte di patrimonio artistico dei “privati”,
cioè delle famiglie, termine che politicamente viene troppo
spesso contrapposto a “pubblico”, nella convinzione figlia
di vecchia ideologia, che pubblico è buono e privato è
cattivo.
- Per
stare in una realtà più concreta dovremmo oggi innanzi tutto
sostituire alla dizione “i privati”, quello di “famiglie
italiane”, si che non far nulla per contribuire a
valorizzare quanto da esse posseduto in termini di arte, si
traduce in una diminuzione del valore del loro patrimonio
mobiliare, quindi in un danno economico complessivo tanto
più grande quanto maggiore è il bisogno, crescente da
qualche tempo, come ogni analista economico ha rilevato, di
ricorrere sempre di più alla vendita di pezzi di patrimonio
accumulato, non essendo il reddito sufficiente.
-
Sostanzialmente dunque le vendite di pezzi d’arte
corrispondono nella maggior parte dei casi ad un bisogno
reale, spesso urgente, che è sostitutivo o del prelievo del
risparmio o addirittura dell’indebitamento. Oggi si vende un
quadro di casa, gli argenti, i mobili e soprammobili per
pagare le tasse universitarie del figlio, per pagare magari
l’ICI e l’Irpef o qualche Condono. Così come prima,
immancabilmente, si vendevano gli arredi di famiglia per
pagare le imposte di successione.
- Se
si ricorda poi che le istituzioni promuovono e valorizzano
cultura con il denaro sopratutto pubblico, cioè dalle tasse,
si spiega malissimo perché l’uso di questo denaro non debba
andare anche a favore di chi ne è l’origine, i nuclei
familiari.
-
Ecco che la funzione del mercato dell’arte, che non è
mercificazione dell’arte, ma sua valorizzazione, si espleta
come il necessario tramite fra famiglie venditrici e
famiglie acquirenti, perché esso sostanzialmente non fa
altro che favorire e velocizzare, organizzandolo, il
passaggio di beni da chi in ipotesi stacca il vecchio quadro
dal muro per venderlo, a chi alla fine lo compera e lo
attacca al muro di casa sua. Lo compera certamente perché
piace, per tenerlo più che può, ma considerando anche
l’ipotesi di venderlo di nuovo, più tardi possibile, ove mai
ci fosse bisogno. Ma se possibile si lascia agli eredi.
-
Sicché sostanzialmente gli ostacoli posti al mercato
dell’arte si traducono in un danno per tutti i cittadini.
-
Quello di trasformare quando è necessario, questi oggetti in
un po’ di denaro indica un bisogno diffuso il cui sintomo
evidente è nel fatto che in Italia abbiamo più di 500 fra
fiere e mercatini cosiddetti dell’antiquariato (ma a volte
il termine è usato impropriamente), ma fra questi ultimi non
mancano quelli cosiddetti spontanei, i cosi detti mercatini
di “scambio e baratto” dove ovviamente il denaro è il
tramite.
- C’è
dunque bisogno e voglia di commerciare, un bisogno
crescente. Lo dimostra la crescita numerica enorme delle
mostre e fiere dell’antiquariato, e delle case d’asta negli
ultimi 10 anni. Fra l’altro la presenza in ogni città
d’arte italiana di negozi di antiquari, botteghe di
restauratori e raccoglitori, che particolarmente si
collocano nei centri storici, è così diffusa da dare un
contributo importante, a volte addirittura determinante e
che andrebbe più tenuto presente, per mantenere viva la
fisionomia delle città d’arte e dei centri storici, ormai
troppo spesso invasi e snaturati da nuove attività e avulse
dal contesto delle tradizioni cittadine e dagli stessi
residenti. Chiudono piccoli commercianti, i fruttivendoli, i
calzolai, gli artigiani, le librerie: ma se osservate i
centri storici dove sono presenti gli antiquari, tutte
queste attività resistono più a lungo: Roma, Firenze,
Milano, Arezzo, Siena, Parma, Bergamo, Reggio Emilia,fino a
centri molto più piccoli in ogni regione e provincia, hanno
strade e intere zone dove questa presenza tiene intatto e
vivo un centro assalito.
-
L’assieme di tutto questo è però un mercato compresso, ove
per legge c’è un solo sbocco possibile, quello interno,
oltretutto piegato a fini sempre più turistici e comunque
estranei alle finalità mercantili, del collezionismo o della
passione per l’arte. Ma un’offerta complessiva così alta
quantitativamente, quando il mercato interno è debole, in un
sistema paese meno forte di quanto si vorrebbe, deve poter
trovare, come per gli altri, uno sbocco più agevole di
quanto oggi sia abbia: uno sbocco quantomeno europeo.
- Nel
frattempo lo Stato, che si guarda bene dall’essere presente
nel mercato sotto forma di acquisti, che sono per la verità
rarissimi quasi che nulla passi di meritevole della sua
attenzione e a volte ignorando opere di grande qualità,
agisce ponendosi nella posizione di voler sembrare agli
occhi dei cittadini l’unico degno possessore di opere
qualificate, sminuendo tutte le altre che non siano sue, e
ponendo in essere provvedimenti che sostanzialmente
ostacolano il mercato cui non solo fa mancare la sua
capacità di acquisto, diversamente da altri stati, ma
volendo sostanzialmente essere presente casomai solo
occasionalmente, e in assenza di concorrenza.
- Il
problema normativo, come tante volte ci siamo detti nelle
riunioni della Federazione Mercanti d’Arte, è alla base di
tutto.
-
Vediamo allora con quali norme ed azioni lo Stato regola
questo mercato.
-
-
Le norme
che regolano il mercato e lo determinano
-
Abbiamo tuttora in funzione norme desuete, norme soltanto
parzialmente efficaci, norme esistenti ma pressoché
sconosciute ed infine norme di difficile interpretazione.
-
Ecco perché ritengo si debba parlare di uso, abuso e
disuso delle norme.
-
Innanzi tutto per esempio sopravvivono, ed ogni mercante lo
legge sul frontespizio del suo Registro del Commercio, gli
articoli 127 e 128 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del
1931, il quale obbliga ad eseguire qualsiasi transazione di
oggetti usati, non conta se e quanto antichi e di
quale valore, solo in presenza di documenti esibiti e
registrati in apposito registro, quello del venditore.
-
Recita infatti il comma 3 dell’articolo 128 “Le persone che
compiono operazioni con gli esercenti sopraindicati, sono
tenute a dimostrare la propria identità nei modi
prescritti.”
-
Tradotto in pratica, questo significa che non solo da un
antiquario o in una Mostra Antiquaria, ma anche in ogni
mercatino, per comprare anche il lampadario degli anni 50 o
la vecchia caffettiera della nonna, bisognerebbe mostrare e
farsi registrare i documenti, come in albergo.
Indipendentemente, ripetiamo, dal valore.
-
Diciamo subito che la norma non è generalmente rispettata,
data la ovvia impraticabilità, ma diciamo anche che
l’inosservanza espone il venditore ad infrazione, ora non
più penale, modifica che si è ottenuta dietro lunga
battaglia della FIMA, ma che comunque comporta una ammenda.
- L’
applicazione letterale comporterebbe, se la norma fosse
applicata da tutti i venditori per esempio ogni domenica nei
mercatini, a centinaia di migliaia di schedature ogni volta.
-
Ovvio che l’inosservanza di una norma, davvero poco
osservabile nel concreto, pone il venditore di qualsiasi
livello, dal banco della fiera al grande antiquario, a
vivere nella condizione di “aver paura di aver fatto
qualcosa di irregolare”, quindi in uno stato di sudditanza
da cui è difficile uscire, quando dall’altra parte
l’acquirente, se richiesto di esibire documenti, non solo si
offende, ma spesso rifiuta invocando anche la legge sulla
privacy e rinunciando all’acquisto del pezzo “usato” o
antico che sia. Poi va nel negozio più vicino a comprarsi
magari una caffettiera nuova anziché quella dell’Ottocento,
o un abito magari molto costoso, ma senza che nessuno gli
chieda i documenti per questo.
- E’
dunque il caso di porsi, dovrebbe il Garante della Privacy
farlo, ma non solo, e dare risposta, la questione se esista
o meno contrasto fra queste due norme, nei fatti
contrastanti, tenendo anche presente quanto, nel campo della
privacy quanto limitanti siano addirittura le norme
sull’invio delle newletters in internet, che ovviamente
prevedono di avere degli indirizzi di e-mails, ma che non si
dovrebbero inviare senza il consenso preventivo del
ricevente e la tenuta in computer di elenchi protetti di
questi nominativi.
- Ed
anche dovrebbe il legislatore soprattutto porsi un problema
concreto, di attenzione verso il mercato, se non si debba
cioè modificare la norma applicandola per esempio solo a
pezzi di un certo tipo e valore.
-
Certo è che la schedatura degli acquirenti non favorisce il
commercio.
-
Ovvio che le migliaia di venditori, vogliono uscire dallo
stato di sudditanza di sentirsi dei fuori legge in cui sono
tenuti; stanno in una Fiera e Mostra per vendere, sono
partite IVA, e non gli si può semplicemente dire “ di
rinunciare alla vendita quando l’acquirente non voglia
mostrare i documenti” visto che la vendita non è un
optional, ma lo scopo del lavoro, perché di lavoro si
tratta, magari questo sfugge a molti, spesso molto difficile
e faticoso, ma non di un hobby.
- Sta
al legislatore valutare e stabilire se l’uso della norma
costituisca davvero un argine ai reati contro la proprietà,
o se non siano i suoi effetti marginali, soprattutto ove si
guardi alla strozzatura che la norma fa tanto nei confronti
del venditore che dello stesso acquirente: ossia valutare
il rapporto Costi/Benefici.
- Ma
ancora, sempre per quanto riguarda il TULPS del 1931, nei
fatti si cerca di imporre al venditore di portare con se il
Registro degli Acquisti ove si rechi a fare una Mostra, che
tuttavia è stata sempre intesa come succursale temporanea
del suo negozio. Questo per dimostrare in ogni momento da
dove viene la sua merce, ed esibire la sua buona fede.
-
Tuttavia un’azienda familiare, e sono molte giacché si
tratta quasi esclusivamente di piccole imprese, è costretta
per questo a chiudere il negozio per non poter avere il
Registro in sede. Anche questa è una anomalia da correggere
che mette in difficoltà gli operatori.
- Certo tutto
questo favorisce di fatto il commercio delle cose “nuove”, e
con esse il consumo di quanto si fabbrica, ma si deprime il
riuso ed il ricircolo di quanto si è smesso di fabbricare,
appunto i beni usati, che quando hanno oltre i cinquanta
anni (quante centinaia di migliaia al giorno?) acquisiscono
per legge una potenziale valenza di bene culturale.
- La logica
che ne deriva è che se un oggetto ha compiuto i 50 anni è
buono potenzialmente per i musei, ma ricommerciarlo per
cambiargli casa e famiglia ove troverebbe una valenza
attiva, è cosa sottoposta a norme scoraggianti.
- Se questo
fosse un modo per favorire la vendita del prodotto nuovo,
forse un indirizzo pressante, non dovrebbe essere ottenuto
per via normativa, ma casomai attenere alla libera scelta
del consumatore, che invece riceve una discriminazione ab
origine.
- Gia da
queste due semplici norme esaminate si vede quanto questa
realtà sia sotto certi aspetti lontana dalle necessità delle
famiglie nei loro bisogni reali: trasformare in denaro la
vendita del vecchio quadro staccato dal muro.
-
- Le
questioni poste dal Codice Urbani e dal suo Commentario
- Non
poche le questioni poste al mercato dell’arte dal nuovo
Codice dei Beni Culturali.
-
Entrato in vigore gia da oltre un anno, gli antiquari
italiani hanno avuto una sola occasione per discuterne
pubblicamente con il Ministro Urbani, a Torino grazie
all’iniziativa dell’Associazione Piemontese Antiquari
aderente a FIMA, essendosi invece tenuti in tutta Italia
decine di incontri e dibattiti sulla materia ambientale e
architettonica, con questo impedendo sostanzialmente un
confronto sulle cose concrete, cioè sul mercato dell’arte.
- Le
norme del Codice a proposito del commercio ci dicono che per
avere applicazioni chiare ed univoche, il mercato avrebbe
bisogno di Circolari Esplicative, Regolamenti di Attuazione.
Anzi fu proprio il Ministro Urbani a dire nel Convegno di
Torino, che correzioni in corso d’opera se ne potevano fare
e che non si trattava di un Codice rigido.
- Ma
è sopravvenuto intanto il Commentario del Codice, presentato
a Roma qualche mese fa, che ce ne ha fornita in un certo
senso l’interpretazione autentica, dato che è opera di
quanti hanno collaborato alla sua stesura.
-
Sono circa 800 pagine di lettura non sempre agevole ma
imprescindibile, da cui si evince per esempio che, il
famoso Allegato A, lettera A e B, imposto dall’Europa
dal 92, e che nelle interpretazioni degli operatori del
mercato dell’arte costituivano le cosiddette “Soglie di
Valore” al di sotto delle quali i beni artistici potevano
circolare liberamente, non meno di tutti gli altri e delle
persone, non serviranno ad altro che a dirci quanto va
descritto con maggiore (i pezzi sopra i valori di ogni
soglia) o minore (pezzi al disotto dei valori di ogni
soglia) minuzia nel Registro per la Soprintendenza, prima
abolito, e che presto dovremo rifare.
-
Altro che libertà di uscita per le merci sotto un certo
valore attesa dal 92 dal mercato in base al dettato europeo!
E’ solo una indicazione, non tassativa. Quindi anche in
questo caso l’Italia ha fatto a modo suo, mettendo in non
cale una disposizione europea. Come giusto, magari, in altri
campi. Ma lasciando in questo caso per esempio in posizione
di svantaggio il mercato italiano rispetto a quello estero,
come ovvia conseguenza, e favorendo così gli operatori
esteri che non agiscono con questo tipo di limitazioni, e
facendo, a caduta, danno economico anche e soprattutto ai
proprietari di opere, le famiglie italiane appunto.
-
Questo dobbiamo dirlo in questo momento, quando sta
crescendo l’interesse delle banche sul mercato dell’arte
come alternativa di investimento, per capire insieme quali
siano le condizioni necessarie perché quanto auspicato si
sviluppi e per sensibilizzare magari insieme chi può
decidere
- In
proposito abbiamo avuto in questi giorni il testo di una
interrogazione parlamentare a risposta scritta, Delmastro
Delle Vedove, di An, molto significativa, che ha chiesto al
Ministro di sapere:
- “In
un recente studio commissionato dalla Segreteria della
Biennale Internazionale dell'Antiquariato di Firenze alla
Camera dl Commercio fiorentina, risulta che soltanto in
Toscana gli antiquari ed il loro indotto danno occupazione a
20.000 persone (cfr. II Giornale dell'Arte" "n. 244 del
giugno 2004, pagina 67);
- -la
rilevanza di tale dato si commenta da se, soprattutto in una
congiuntura difficile come quella che l’Italia sta vivendo;
- -la
normativa vigente per l'esportazione dall'Italia verso I
Paesi dell'Unione europea prevede che per una sedia o
tazzina da esportare debbano essere predisposti
documenti con un tempo di attesa fino a quaranta giorni,
confinandoci come spesso accade all'ultimo posto nella
speciale classifica dell'efficienza della pubblica
amministrazione, e letteralmente castrando ogni prospettiva
di sviluppo in un mercato particolarmente fiorente come
quello dell'antiquariato
-
tanto premesso
-
INTERROGA
-
L'On. Ministro per i Beni Culturali per sapere se non
ritenga di dover aprire senza indugio un tavolo di confronto
sul problema fondamentale della libera circolazione delle
opere d'arte minori e cioè sul mercato della soglia dei
valori minimi al di sotto dei quali le opere sarebbero
libere di essere commerciate nel territorio della Comunità
europea, al fine di por fine ad una assurda penalizzazione
del mercato dell’antiquariato che, peraltro inevitabilmente
reagisce con un fiorente mercato “clandestino”.
- Non
sappiamo se e quale sia stata la risposta, ma possiamo
immaginare facilmente che qualche solerte funzionario di
Soprintendenza avrà spiegato al Ministro che si vorrà ben
sapere chi ha bevuto in quella tazzina o chi si è seduto
su quella seggiola, chè magari senza che uno si renda
conto, può uscire dalla nazione chissà quale patrimonio
dell’umanità che dobbiamo invece adeguatamente valorizzare,
storicamente, artisticamente, etc., ma ovviamente non
economicamente, tenendo tutto, tazzine, sedie e quantaltro
compie ogni giorno 50 anni, milioni di pezzi al giorno,
sotto controllo.
- Se
però guardiamo le cose con più attenzione, vediamo che la
sedia o la tazzina anziché all’umanità appartengono al sig
Rossi, che dovrà aspettare da 40 a 90 giorni, potendo poi lo
Stato, dichiarare, ossia notificare, senza comperare,
l’oggetto (ma impedendo che venga praticamente venduto, con
danno del sig Rossi) espropriare o peggio confiscare. Nel
frattempo l’acquirente si è ovviamente, come accade nella
stragrande maggioranza dei casi, dissolto, con danno di
tutti.
- Per
inciso sul Codice va detto che qualche speranza si è
appuntata da parte delle due grandi associazioni dei
mercanti d’arte, AAI e Fima, sull’ipotesi di Denotifica,
vedi articolo 128, ma Raffaele Tamiozzo, insigne giurista,
Avvocato dello Stato, nonché uno degli estensori tanto del
Codice che del Commentario, ci dice, confermando quanto
detto subito chiaramente da Fabrizio Lemme a Firenze il
primo ottobre del 2003 al Convegno dell’Associazione
Antiquari d’Italia sulla Denotifica chiamando quella “la
giornata dei gabbati”, che l’articolo in questione ha ambito
e possibilità limitate di applicazione.
- Sul
cosi detto vincolo contestuale, che lega opere fra loro ed
ad un edificio, si è gia molto discusso circa la
legittimità, specialmente quando le opere siano state
raccolte in tempi diversi, con provenienze diverse e si
trovano in un determinato contesto senza che esista legame
se non recente fra edificio ed opere.
- Va
detta, sempre a proposito delle norme del Codice Urbani,
anche qualche parola sul “diritto di accesso” nelle
case italiane per “accertare d’ufficio l’esistenza di
archivi o singoli documenti dei quali siano proprietari,
possessori o detentori, a qualsiasi titolo, i privati e di
cui sia presumibile l’interesse storico particolarmente
importante”.
- A
pochi può sfuggire che “presunzione” è sinonimo elegante di
sospetto e “accesso” di perquisizione: ecco che abbiamo
davanti un potenziale sbilanciamento del pubblico rispetto
al privato, mentre sarebbe opportuno che i diritti non siano
tutti da una parte ed i doveri solo dall’altra, anche se
comprendiamo bene che l’articolo è redatto con obiettivi
nobili e di pubblico interesse.
-
Poco comprensibile e accettabile da parte delle famiglie è
l’dea che conservando il carteggio delle lettere della nonna
con il bisnonno, si possa da parte di qualche soprintendenza
concepire l’ipotesi di una perquisizione, per scovarle,
leggerle e magari acquisirsele per qualche motivo.
-
-
Uso, disuso ed abuso della L.512/82
-
Sostanzialmente è la solita lotta fra diritto pubblico e
diritto privato, in cui il settore pubblico pretende qualche
volta di fare gratuitamente danno, quando poi non si mette
nella posizione di cadere anche nell’Indebito Arricchimento.
Cosa che può avvenire per altre disposizioni di legge, nate
invece con lo scopo diverso di favorire una volta tanto i
cittadini, ma poi disattese.
- Ci
riferiamo ad una di quelle poche norme nate per favorire i
proprietari di opere d’arte, per esempio la L. 512/82,
legge sconosciuta ai più, ma tuttora in vigore, che consente
di cedere allo Stato, che può così acquisirle al pubblico
demanio, opere d’arte in cambio di imposte dovute, siano
esse di successione che dirette, come chiaramente recitano
gli articoli 6 e 7 della norma.
-
Ebbene va detto che la norma esiste, non risulta fra quelle
abrogate dal Codice Urbani, e tuttavia dalla data di
emanazione, il 1982, ha avuto un singolare boicottaggio da
parte dello Stato stesso, tanto che ci ricorda sempre lo
stesso Raffaele Tamiozzo in altro suo testo, che il noto
giornalista del Messaggero Fabio Isman, denunciò la cosa in
un suo articolo gia nel 1998.
- Le
applicazioni, ossia gli scomputi come si chiamano
tecnicamente, sono stati davvero pochi.
- Per
i primi 10 anni la legge non si applicava perché rimandava
ad un Regolamento previsto dalla Legge stessa, la cui bozza
rimbalzava da una Commissione all’altra senza che venisse
approvato, per poi scoprire che non serviva, perché il testo
era sufficientemente chiaro, ma scoraggiando nel frattempo
la gran parte di quelli, pochi, che ne avevano tentato
l’uso.
- Gli
insistenti, gli ostinati cittadini proponenti che questa
tattica dilatoria non riuscì a scoraggiare, si trovarono
negli anni di attesa davanti a una serie di contestazioni,
ossia Ricorsi Tributari da discutere contro Uffici del
Registro che lamentando la lungaggine di queste pratiche si
opponevano alle proposte, cercando di percepire comunque gli
importi delle tasse, il cui pagamento era sospeso in attesa
di definizione. Ma dal contenzioso tuttavia il cittadino
proponente usciva vincendo “perché le lungaggini della
Pubblica Amministrazione non erano imputabili al cittadino”,
che casomai era da esse danneggiato.
- Più
avanti, in anni recenti, e si parla sempre di scomputi
proposti per imposte di successione, gli ex Uffici del
Registro, ora Agenzie delle Entrate, tentarono per esempio
in Toscana, di annullare parte della legge con una circolare
interna regionale, cercando in sostanza di percepire denaro
non dovuto, oltre all’opera d’arte proposta, che per valore
gia eccedeva l’imposta, e riuscendoci grazie all’ invio di
Ingiunzione di Pagamento, quindi anche con Indebito
Arricchimento, oltre che il tentativo di rendere retroattiva
una disposizione interna che non poteva avere forza di
legge.
- Pur
pagando, il cittadino si è contestualmente opposto ed ha
vinto, sia in primo grado che in appello, ma non riavendo
indietro, a quanto risulta finora, il denaro dovutogli. Di
questi casi parlo per diretta cognizione, perché raccogliere
dati sull’utilizzo della legge 512/82 è risultato
difficoltoso. Al punto che non è dato sapere se ed in quali
o quanti casi essa sia stata usata per esempio quanto al
pagamento delle imposte dirette, come previsto dall’articolo
7, che invece sarebbe la quadratura del cerchio per gli
investimenti in arte, per i collezionisti e le famiglie nel
caso si trovino a possedere opere di interesse storico.
-
-
Il diritto
a conservare storia e patrimoni artistici familiari
- Da
questa disamina si ricava che ha davvero ragione il
Professor Paolucci, quando nel primo numero della Gazzetta
delle Case d’Asta ha scritto che il collezionismo è una
bellissima, una nobile malattia: lo è certamente, se
nonostante tutto questo, con grande passione c’è chi in
Italia colleziona, e sono tanti, chi studia anni per
divenire storico dell’arte o conservatore di beni culturali,
il nostro petrolio gli fu detto, un lavoro dietro l’angolo o
quasi (quale angolo? I tanti laureati disoccupati sono in
attesa dell’indirizzo) e chi si imbarca nella difficile
professione di essere mercante d’arte.
- Mi
trovo meno in sintonia però con lui, quando nello stesso
articolo spiega che il meglio che un collezionista possa
fare, l’apice della sua carriera, è quello di donare le sue
opere allo Stato anziché ai figli. Ho dovuto far presente in
proposito a mio figlio, che come me è un fervido ammiratore
del Professor Paolucci, l’esistenza dell’istituto
dell’interdizione. Perché ritengo che una piccola o grande
collezione di famiglia, che perviene dagli avi, che contiene
ricordi di generazioni, che viene spesso arricchita di opere
e studiata da chi ne è il momentaneo proprietario, il capo
di casa, come si diceva una volta, che si difende da assalti
di ogni tipo, debba passare se possibile da padre a figlio,
ossia rimanere a testimoniare una passione e una storia
della famiglia.
- Del
resto mi pare che la figura del padre-padrone, quello che
“non tocchi nulla finchè son vivo io”, che “della roba mia
ci faccio quello che mi pare” sia superata almeno in Italia,
dai tempi e dalla cultura, e dallo stesso concetto di
democrazia.
- Ne
consegue anche che chi voglia iniziare oggi a collezionare,
quindi a costituire risparmio attraverso l’arte, debba
essere casomai incentivato e non scoraggiato.
-
Questo sottintende ovviamente il concetto che sono le
famiglie il fondamento dello Stato e non viceversa. E che il
risparmio, anche quando sia sotto forma di arte, sia da
tutelare.
- In
questo panoramica si inserisce una iniziativa per favorire
il collezionismo ed il mercato: è la proposta dell’onorevole
Carra, Margherita, di abbassare l’IVA dal 20 al 4% sull’arte
contemporanea per aiutare i giovani artisti: cosa buona, che
sarebbe ottima se si applicasse semplicemente a tutta
l’arte, antica, moderna e contemporanea, senza
discriminazioni e confusioni. Del resto, come sarebbe stata,
se gia in vigore, la legge applicata quando di recente è
morto Piero Dorazio? Da un giorno all’altro si sarebbe
dovuta alzare l’IVA sui suoi dipinti?
-
-
Ignorare
l’esistenza del mercato è abitudine istituzionale
- Ma
un singolare aspetto di quanto le istituzioni guardino con
supponenza se non addirittura con sospetto il mercato
dell’arte, lo si vede per esempio quando per esempio alla
Galleria Nazionale d’Arte Moderna si inaugura la Mostra,
bellissima, di Boldini.
-
Elegante il Catalogo, con puntuali e dotte ricerche, ottimo
repertorio fotografico, ma non un rigo sul valore economico
di questo grande artista, quando a Franco Semenzato che ne
ha battuto di recente nella sua sede di Venezia uno
rilevante e che è stato un Top Lot per l’artista, sarebbe
bastata un’ora del suo tempo per scrivere qualche pagina di
testo per il Catalogo, e chiarire a collezionisti e studiosi
presenti e futuri qual’è stato e prevedibilmente sarà
l’andamento economico delle opere di questo artista.
- Non
si pensa mai da parte delle istituzioni che spendono denaro
pubblico, a legare lo studio critico su un artista in
occasione di una Mostra, all’analisi del suo valore
economico, tenendo presente che di quell’artista non
esistono solo le opere di proprietà pubblica, ma anche
quelle delle famiglie. Al contrario lo studio dei valori
economici delle opere d’arte deve ormai inserirsi a pieno
titolo nel concetto moderno di conservazione, ed entrare a
far parte dell’ambito degli studi scientifici come
imprescindibile completamento.
- Un
articolo memorabile di Umberto Allemandi che è apparso sul
Giornale dell’Arte di Aprile ha spiegato i motivi per cui in
Italia le Istituzioni realizzano tante Mostre: sono davvero
i più diversi, ma guardando questa disamina si vede che
manca proprio da parte delle istituzioni l’idea che le loro
iniziative possano anche servire per far conoscere la
semplice esistenza del mercato dell’arte, cui invece
guardano con sufficienza, ma che riguarda milioni di
privati, le famiglie.
-
Quando non sia ideologico, questo è il segno che tutto viene
fatto o scritto semplicemente ignorando, ma qualche volta
ignorare il valore delle opere equivale davvero a mandare il
messaggio che si parla di valori solo astratti e non anche
concrete, quindi di analisi scomplete.
-
Messaggio fuorviante, come qualsiasi mercante e
collezionista sa bene, che mortifica un mercato che esiste
nonostante tutto e che fra mille ostacoli, difficoltà e
disattenzioni è tuttora l’unico strumento a disposizione
delle famiglie, che ne avvertono sempre più la necessità.
-
Quanto è invece auspicabile e necessario è difendere il
diritto a costituire piccoli o grandi patrimoni d’arte
avendo a disposizione un mercato sano e credibile, per cui
si dovrà pensare, anche insieme alle Banche probabilmente,
ad una Carta dei Diritti dei Collezionisti, che sarebbe un
modo concreto di difendere la famiglia ed il suo piccolo
patrimonio nei fatti e non solo a parole.
- Un
“Tavolo di Dialogo” su questo tema è urgente e necessario,
ove attraverso un confronto costruttivo e rispettoso di ogni
prerogativa e diritto, sia pubblico che privato, istituzioni
pubbliche, banche, mercanti, collezionisti, e studiosi, ma
tenendo tutti gli attori di questo dialogo ben presenti le
famiglie italiane, possano trovare dei nuovi punti di
equilibrio e di intesa, dando nuove indicazioni per meglio
valorizzare i beni artistici sia pubblici che privati.
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