|
COMMISSIONE CULTURA SCIENZA E ISTRUZIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI “INDAGINE CONOSCITIVA SULLE PROBLEMATICHE CONNESSE AL SETTORE DELL’ARTE FIGURATIVA ITALIANA,CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLE CONDIZIONI DELLA SUA ESISTENZA E SVILUPPO” INTERVENTO DI SIMONE PELLEGRINI NELL’AUDIZIONE DEL 26 LUGLIO 2007
|
data : 07.08.2007 |
|
Comincio naturalmente con il ringraziarvi per l’opportunità concessami. Mi è stato chiesto di riferire sul panorama artistico, di rendervi note alcune dinamiche o statiche di un sistema che frequento da un settennio circa. Vi dirò quello che so, quello che si può vedere da un punto di vista particolare e non sempre preferenziale rispetto ad una struttura, la cui permeabilità è cosa ardua. Farò riferimento all’artista che sarei –mi si passi l’utilizzo del condizionale per ragioni che vedrò di rendere evidenti nello svolgimento di questo discorso- relativamente alla suddetta struttura. C’è un momento preciso in cui, una attitudine intimista di un soggetto che ancora non occupa alcuno statuto, alcun livello del reale, si rovescia come per divenire cosa pubblica, cosa da condividere. C’è uno specchio, altro nome che darò alla struttura , che attende di riflettere una immagine –l’opera- che questo intimista ordisce sulla scia di un impulso. Quello che fa la differenza, credo tra un artista e l’altro, sia esso il prossimo, il gallerista, l’avventore, il fruitore, il critico e via dicendo, non è un surplus, una eccedenza, ma una mancanza. La consapevolezza di una mancanza. Ed è proprio nella misura in cui l’artista manca a se stesso che questi prende a fare opera. Precisamente egli fa a meno dell’opera. Egli se ne libera come ci si libera di qualcosa che non è idoneo a coprire la vacuità. Sì, l’artista è un essere cavo e per di più in via di definizione, la cui identità è non un dato ma qualcosa da raggiungere, da perseguire. Quest’opera di cui questo soggetto fa a meno entra nel reale e cambia di segno, gli viene conferito un valore, si fa d’improvviso eccedenza. Chi lo dice? Chi dice che questa cosa vale? E per dirlo a cosa si appella? Filologia. Sì, nel migliore dei casi si può far parte della cordata della storia dell’arte. E nonostante l’arte una storia poteva anche non meritarsela, noi le abbiamo dato questa storia. L’abbiamo fatto per noi, per saper catalogare, per poterci godere quel po’ di consequenzialità che non sempre ci soddisfa ma che comunque ci rassicura. Questo sistema a cui l’opera si avvicina e da cui viene fagocitata, questo sistema riflettente e carico di riflessioni su qualcosa che gli stava facendo segno, è un apparato i cui ingressi si vanno via via moltiplicando, con l’aumentare dei critici e dei galleristi. Preciso che chi vi parla non è ostile al sistema che lo fronteggia e lo ospita, chi vi parla crede fermamente nella necessità di questo dispositivo così come crede sia imprescindibile conoscerne le leggi di ospitalità e le dinamiche strutturanti. Perché è chiaro che a questo livello, nel migliore dei casi, questo fatto che in origine si diceva privato - pertinente al soggetto che nel fare oggetto va facendo se stesso - è diventato di dominio pubblico, è un affare pubblico. Ma questo sistema, che può sempre fare a meno dell’artista ma da cui l’artista non può prescindere, poiché ne va del suo riconoscimento, poiché in esso sono contenute le unità di misura che reificheranno il suo gesto e il suo statuto-questo microcosmo non dipende da una esclusiva unità di misura, qui come in un sempiterno presente troverete chi si approccia con cubiti, chi con metri, chi con parasanghe-, questo sistema dicevo, non è solo attraversato, sostenuto dai tanti vettori che ne garantiscono l’eterogeneità, ma da questi stessi è per certi versi trafitto, ferito. Intendo dire che questi architravi dinamici, arrivano a farsi sagitte, tanto da ferire la struttura dal di dentro e prima di ulteriorizzarla la fanno sanguinare. E’ per mostrare che è viva un attimo prima dell’irrigidimento che le sarebbe fatale. Questo di cui si sta tracciando un profilo, non dimentichiamolo, è un dispositivo per far vedere così come per far parlare. Di tutto si può parlare e l’opera continua a porgere la destra, ad un parola che sempre si articolerebbe con l’intento di legittimarla. Proliferano scritti critici per il sostenibile come per l’insostenibile. Questo perché – niente di scandaloso in questo- essere affermati ha un prezzo. Non affermare se stessi, ma far sì che qualcuno affermi qualcosa su di noi ha un prezzo. Nel peggiore dei casi troverete che la fantasia del dotto può sciamare liberamente su opere che sono come deserti. Sempre nel peggiore dei casi troverete che l’arte è un fenomeno di moda e che chi cavalca certe onde dopo poco tempo fa parte dei sommersi. Poco male che chi s’affida all’onda venga sommerso. Molto male che questo macrorganismo che è l’Arte si sia fatto nel corso del tempo, sempre più volubile e che quasi assecondando una legge di Natura tale volubilità sia proporzionale agli organismi parassitari che si vanno aggiungendo sulla superficie sempre più estesa. Sappiate che a farne le spese sono a volte artisti per cui non sono ancora state forgiate parole, per i quali ancora non si sono fatti ancora occhi adeguati. Sappiate che quello che manca è un osservatorio oggettivo in cui attendere la rivelazione. Considerate che è troppo facile riferirsi ad un fatto, più interessante è presenziare all’evento. Non si parla dell’istituzione di un tempio, di un luogo solo fisico che accolga la possibilità; si spera piuttosto nel conferimento di una porzione di tempo a quell’essere intensivo che è l’artista, si confida nella volontà futura dei fruitori di predisporsi ad uno spazio per il manifestarsi di questa eccedenza. Questo “fuori” del dispositivo è la parte viva dello stesso, il cuore esterno da riguadagnare di continuo. Questa struttura oggettivante è imprescindibile non perché tale, quanto perché in essa, ai margini di questa matassa si verificano linee di soggettivazione, in cui un essere più propenso all’insistenza che all’esistenza giunge a sviluppare un potenziale esplicativo e tracciante che merita il vostro riguardo. Permettete una citazione:”...si va in scena per complicarsi la vita” questo sosteneva Edoardo de Filippo. Ecco in quell’oltre della frontiera estetica che cosa vi capita di incontrare:la complicanza. Questo vuol dire che nell’altrove, a fronte del reale, qualcuno sta saggiando per voi quel che vale la pena di provare. Qualcuno continua a far pratica nelle fondamenta, qualcuno per cui quanto è dato è pur sempre la parte illuminata di quanto è tolto. Soprattutto il grande organismo leggittimante presenta una spaccatura profonda tra quanto è pubblico e quanto è privato per quel che concerne i giovani. Ci sono gallerie private che continuano a sostenere artisti giovani e il cui mercato è a tutt’oggi un fatto e ci sono istituzioni pubbliche, musei e quant’altro che sono lontane dal confermare quanto detto a gran voce dalle gallerie stesse. Perché questa complicità, questi ponti, altrove, poco oltre il nostro orizzonte, in paesi vicini, hanno modo di esistere? Perché altrove la struttura mostra una continuità che non teme di rapportare l’emergente con l’emerso? Ad essere maliziosi si direbbe che certuni facciano orecchie da mercante. Vedete bene che l’artista è uno che come minimo si espone, e considerate quel”si”, poiché egli espone se stesso prima ancora del suo mestiere. E’ uno che come minimo tiene testa alla molteplicità, che gli soggiace e fronteggia una struttura che può arrivare a mortificarlo inducendolo a reiterare se stesso. Tutto il sistema privato, anziché fare da vestibolo agli spazi istituzionali, statali si traduce spesso in un purgatorio in cui i giovani artisti continuano a macerare nelle loro gesta e questo per almeno due vizi di forma (che hanno i loro evidenti postulati economici capaci di informare); il primo che è quello per cui siamo così impotenti da saper riconoscere il riconoscibile- esporsi non è cosa da tutti - e il secondo è che questo riconoscibile essendo conosciuto a memoria e da un pezzo oltre che da molti, sviluppa interessi su vasta scala irraggiandosi (qui si ) dal museo al gallerista fino ad ognuno dei collezionisti. Le stesse gallerie, trovando riscontri pubblici solo per quel che concerne gli artisti “arrivati” (considerate riflussi e riecheggiamenti sulle gallerie di riferimento di un grande e costoso artista quando un grande museo gli dedica un evento) spesso preferiscono – come dar loro torto?- concentrarsi su quanto è più vantaggioso per loro nell’immediato. Qui lo scandalo, l’inciampo per i giovani, per gli emergenti. Questi dovranno guardare a quei luoghi in cui qualcuno ha ancora il coraggio e l’opportunità di disporli sul medesimo orizzonte dei grandi, dovranno guardare ai luoghi in cui l’alto viene rapportato non al basso(non è questo che si vuole) ma a quanto non ha ancora raggiunto quell’invidiabile altezza a cui hanno contribuito, oltre che la serietà del percorso effettuato da parte dell’artista, anche curatori e galleristi messi nella condizione di poter estendere un territorio in nome della cultura prima ancora che degli interessi. Mi rifaccio al condizionale del principio. Quello per cui “sarei” un artista. Lo sarei perché le istituzioni che sul mio conto tacciono (sul mio esattamente come su quello di altri), sono un contraltare silente a cui fa opposizione il coraggio affermativo di galleristi privati. Lo sarei perché sono detto come taciuto. Permettetemi di dirvi che a quel modello di storia che accetta solo quanto sa rifarsi a quanto lo ha preceduto, a quel modello che non ammette salti o divagazioni sul tema dovremmo preferire una panoplia, un cosmo di possibili e parimente lucenti fenomeni con cui farci l’occhio. Questo per garantirci una veduta ampia al posto di un punto di fuga. Questo per preferire la grandezza alla fissazione. Dovremmo auspicare a qualcosa capace di dispensarci dagli artisti del cortile, del quartiere, del paese. Ci vorrebbe una leva, uno strumento che sia sapere elevato a potere. Ci vorrebbe credo uno specchio capace di riflettere quanto ha la maniera e non solamente l’opportunità di prospettarglisi, riconoscendo chi lavora nei meandri dell’umano, colui che chiameremo artista per tutto il tempo che lo separa dal suo compimento. Simone Pellegrini
|
|
Home | Aste Calendario | Aste Top Lots | Aste Press | Recensioni Mostre Antiquarie | Cultura e Arte | News Mostre Antiquarie | Antiquari e Gallerie | Calendario Antiquario | Amarcord Antiquario | Restauro | Gli Articoli di EOS | Documenti Utili | Buon Vivere | Gli Archivi |
|
La testata Eosarte ed il sito
www.eosarte.it hanno assorbito tutti i contenuti di EOS-Mercanti
d'Arte e di www.eosmercantidarte.it |