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05.03.2003 Una correzione al Codice Urbani. Si chiamerà Elenco (non Albo), ma va bene lo stesso. Ed avrà le sue regole di accesso. I restauratori dopo venti anni vedono finalmente risolta una grave stortura che li dequalificava. Restano ancora fuori gli antiquari, che aspettano, aspettano…
A fornire la patente di professionista abilitato a metter mano a dipinti, sculture e tessuti di pregio sarà l'iscrizione in un apposito Elenco, il cui controllo sarà affidato al ministero dei Beni culturali. Non più mestiere dunque, ma professione, come è giusto e logico, con titoli e esperienze specifiche, anche perché i nostri restauratori, va detto subito, sono i migliori del mondo, preparati, attenti, appassionati, e vogliamo aggiungere, sottopagati rispetto alla qualità del lavoro che nella stragrande maggioranza dei casi esprimono.
Per anni i restauratori, come del resto anche gli antiquari, si sono battuti per avere un proprio Albo professionale, perché, per quanto sembri assurdo, fino a questo decreto correttivo ci si poteva fregiare del titolo di restauratore anche senza avere fatto studi preparatori adatti e una sorta di praticantato serio e comprovato che garantisse soprattutto le opere e il cliente. Un mondo ad alto tasso di concorrenza, qualche volta anche sleale. Logico dunque mettere riparo all’anomalia la cui soluzione ha tuttavia ha visto i suoi annosi ostacoli nel fatto che l’Europa è per l’abolizione degli albi professionali e non auspica certo l’adozione di nuovi albi, visti non solo come una strettoia alla circolazione del lavoro, ma anzi come l’instaurazione di una sorta di privilegio di casta, come molti dicono per esempio per i giornalisti. Ma quello dei restauratori era davvero un caso a parte. Lavoro delicato, dove non ci si può improvvisare, non può essere un “fai date”, e negli ultimi venti anni i corsi di qualificazione, a tanti livelli, ci sono stati, ed hanno formato una categoria professionale che poi bisognava pur proteggere da inevitabili inquinamenti.
Allo stato attuale il lavoro di restauro è un misto di grande manualità, alto artigianato, e necessità di cognizioni scientifiche sempre maggiori (si continua a studiare praticamente sempre), che richiede un'attitudine mentale di grande umiltà e pazienza di fronte all'opera. Insomma qualità mica tanto comuni, se ci riflettete. Quindi una professione rispettabilissima e da rispettare e valutare in conseguenza. Quindi da non deprimere sottovalutandola a rango di un mestiere a bassa concentrazione di capacità. Eppure anche allo stato attuale può anche dirsi “restauratore”chi ha semplicemente frequentato corsi di qualche settimana per puro passatempo, con qualche vaga attitudine al disegno e all’artigianato, credendo che un corso breve, che però fa molto chic, ti qualifichi. Corsi di questo genere, che hanno dato poco più che una infarinatura, ce ne sono stati. Corsi che hanno avuto in fin dei conti una loro utilità, perché almeno dovrebbero essere serviti a far capire a chi li abbia frequentati che essendo il restauro un lavoro serio e di responsabilità, ci si deve poi approcciare con studi ed esperienze serie, per cui le quattro/sei settimane non possono bastare a qualificare nessuno. Ma chi ha avuto passione, e sono la maggior parte, poi, pur essendo partito da corsi di questo genere, ha continuato a studiare e ad imparare, spesso con grande umiltà e volontà, ed anche con utilità, risolvendo oltretutto l’inserimento nel mondo del lavoro. Perché il lavoro nella professione del restauro, con tutto il patrimonio pubblico e privato che abbiamo, ce n’è per almeno i prossimi trenta anni. O meglio, ce ne sarebbe, ma al ritmo con cui si investe in restauri, ancora troppo poco, c’è lavoro per i prossimi sessanta anni. Un filone praticamente inesauribile, perché intanto altro patrimonio oggi ancora sano, inevitabilmente subirà degrado.
Vale la pena, per esempio, di fare 24 esami per laurearsi in Conservazione dei beni Culturali per poi fare, se ti va bene, la guida turistica? Sappiamo benissimo di vivere in un mondo in cui spesso la concorrenza sleale paga più dei meriti, ma non è questo quello che è stato detto venti anni fa. E nemmeno ieri od oggi . Tanto che, per restare al mondo del restauro, per lavorare oggi spesso non basta essere bravo a restaurare (cosa che non è ovvia per niente se non proteggi chi è qualificato dai pasticcioni) ma bisogna essere bravi soprattutto a trovare chi sponsorizzi un restauro, perché manca, come al solito chi paga. Si ché assistiamo spesso, sempre di più, a lavori che cominciano ma non terminano per mancanza di fondi, ad altri che non cominciano affatto perché non si trova chi sponsorizzi, nonostante i tanti sgravi fiscali posti in essere, perché spesso troppe aziende che pure potrebbero permetterselo, non credono ancora nel ritorno d’immagine che deriva dall’aver contribuito a salvare un pezzo di patrimonio. Miopia? Si, certo, ma anche imprudenza dal non aver consentito ai cittadini, al vasto popolo dell’arte, di convogliare del denaro mirato a questo scopo direttamente nella propria dichiarazione dei redditi (leggi otto per mille). Mentre quello resta problema irrisolto, intanto almeno quello della qualificazione del lavoro del restauro fa un passo avanti ed il futuro elenco servirà da sbarramento.
Intanto sarà aperto
solo a chi avrà una formazione ad hoc, che sarà definita da decreti
predisposti dal ministero dell'Istruzione di concerto con quello dei
Beni culturali. L'insegnamento del restauro potrà essere impartito nelle
scuole di alta formazione e studio, in centri anche interregionali e in
altre strutture pubbliche o private (fra cui ce ne sono alcune
qualificatissime come la Spinelli a Firenze, tanto per fare un nome),
purché accreditate presso lo Stato.
Nonostante quello che finalmente oggi accade fosse logico, ci sono voluti anni, almeno venti, per arrivarci, e non si può escludere che nel frattempo qualche “improvvisato” nella categoria ci sia stato, ma per fortuna una minoranza. Quindi i committenti, le soprintendenze, che del resto si rivolgono a ditte qualificate, ma sopratutto i collezionisti, più raramente potranno ancora incappare per inesperienza nel “nipote di un amico che ha fatto l’accademia” (non si sa poi quale), o alla signora bene che ha aperto un laboratorio di restauro di mobili senza capirci niente. Saranno da domani più garantiti. Poi ognuno è libero di fare come vuole: puoi andare dal medico o dallo stregone, decidi tu (se sei un privato).
Qui il legislatore non si preoccupa ancora, e fa molto male, perchè anche gli antiquari chiedono e con ragioni non meno valide dei restauratori, il loro Albo da molti anni. Almeno venti. Ne hanno bisogno loro, ne hanno bisogno i collezionisti, ne hanno bisogno le famiglie: praticamente tutti. E se non lo volete chiamare albo chiamatelo pure Elenco, va bene lo stesso. I restauratori hanno vinto la loro battaglia. Non ancora gli antiquari.
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