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pagina 2 dell'articolo su Mostra Leon Battista Alberti
Didascalie Alberti torna a pagina 1
segue da pagina 1: Nelle sale di Palazzo Strozzi, allestite con accurate e puntuali citazioni architettoniche da Luigi Cupellini, si snoda un percorso espositivo progettato con criteri di decisa impronta comunicativa ed educativa. Nelle sue sette sezioni: la vita, gli anni fiorentini, la committenza Rucellai, la città di Alberti, il trattato di architettura, la città ideale, la scienza, sono toccati i motivi importanti della sua vita (la nascita in esilio a Genova, gli studi itineranti, il desiderio spesso frustrato di farsi accettare dai parenti e da Firenze, la scelta della carriera ecclesiastica nella segreteria pontificia), nonché le sue opere teoriche (De Pictura, De Statua, De Re Aedificatoria), senza le quali il corso delle arti del secondo Quattrocento, e dunque del Rinascimento fiorentino e italiano, sarebbe stato necessariamente diverso.
Un ruolo importante in questo evento espositivo è stato giocato dalla famiglia Alberti, nobile e ricca famiglia di mercanti e banchieri fiorentini banditi da Firenze nel 1377 per motivi politici e qui riammessi nel 1428, alla cui storia è dedicata un’intera sala della mostra. Qui sono stati esposti un gruppo di documenti provenienti dagli archivi familiari con un inedito di particolare importanza: un piccolo frammento di pergamena su cui lo stesso Leon Battista Alberti, figlio nato fuori dal matrimonio, ma subito legittimato dal padre Lorenzo, sebbene accettato solo in parte dai parenti, aveva tracciato l’albero genealogico della famiglia (141 nomi che segnano l’arco di nove generazioni dal XIII al XV secolo). La piccola pergamena, datata 1432, è stata ritrovata nell’Archivio Mori Ubaldini degli Alberti La Marmora di Biella dalla paleografa Paola Massalin, la quale spiega come «il documento più volte ripiegato e sgualcito, fu concepito e compilato dall’Alberti per uso personale, forse come strumento di lavoro per comporre uno dei suoi trattati più importanti, i famosi quattro Libri della Famiglia, in cui si serve dei propri antenati per disegnare il modello della famiglia ideale».
Dentro le mura di Palazzo Strozzi la mostra si chiude con la straordinaria tavola di Urbino della Città ideale, misteriosa e suggestiva per la sua assenza della presenza umana, evocata solamente dalle piante alle finestre, cenno di vita nascosta alla nostra vista. Il problema irrisolto e sopito della sua attribuzione, considerata un grande enigma della storia dell’arte e contesa per secoli tra critici che attribuiscono la tavola a doti di pittori e quelli che invece sostengono che l’impianto del dipinto può essere frutto solo della creatività di un architetto esperto, è stato risvegliato dai fecondi studi che hanno accompagnato questo evento espositivo e che hanno indotto il Morolli a riproporre il nome di Leon Battista Alberti. Da anni i nomi più disparati fioccano alla ricerca della soluzione dell’enigma. Tra i pittori: Piero della Francesca, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Frà Carnevale e il Franciabigio. Tra gli architetti: Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Giuliano da San Gallo e Leon Battista Alberti, nome suggerito per la prima volta nel 1957 dal critico Eugenio Battisti.
Oggi tale proposta acquista una forza nuova: sotto la superficie pittorica della Città ideale di Urbino, grazie ai più moderni strumenti diagnostici (radiografia e riflettografia), è stato individuato un disegno inedito di stupefacente qualità, identico al dipinto in tutti i dettagli, «un rarissimo caso di fotocopia monocroma», come lo ha definito Maurizio Seracini, esperto internazionale di diagnostica che ha condotto la ricerca. Il disegno, eseguito con finitezza estrema in tutti i suoi particolari, non può appartenere alla mano di un pittore, dato che anche maestri della prospettiva come Piero della Francesca non ricorrevano a simili artifici, ma preparavano le loro tavole o tele limitandosi a poche linee guida, ad accenni di costruzione geometrica, affidando il resto all’abilità del pennello. Se di un pittore non si tratta, quale nome può apparire più appropriato di quello dell’architetto Leon Battista Alberti? «Del resto - ci ricorda il Morolli - il Vasari parlando dell’Alberti narra che era bravissimo a disegnare prospettive di città senza figure. Inoltre, gli edifici rappresentati non solo sono fedeli trascrizioni di architetture descritte nel trattato albertiano De Re Ædificatoria, ma citano anche note opere dell’Alberti, in particolare Palazzo Rucellai, la facciata di Santa Maria Novella a Firenze, e il Tempio Malatestiano a Rimini. Niente ci impedisce di pensare che Alberti abbia realizzato il disegno da par suo e che, poi, altri lo abbiano colorato».
La suggestiva ipotesi sembra tuttavia destinata a rimanere tale. Resta il fatto che, dopo decenni di ricerche, studi e analisi non è ancora possibile stabilire con certezza il soggetto dell’opera, la sua destinazione, il nome dell’autore e la data di esecuzione. Quesiti su cui ancora si interrogano gli storici dell’arte di tutto il mondo e ai quali non si può dare risposte inconfutabili. Potevano dare un decisivo apporto agli studi le altre due “prospettive”, come vengono chiamate dagli addetti ai lavori, ossia quella conservata presso la Walters Art Gallery di Baltimora e quella del Bode Museum di Berlino, ma le due tavole, con grande rammarico nostro e di coloro che hanno approntato questa mostra più da vicino, non sono state concesse.
All’esterno di Palazzo Strozzi la mostra prosegue sotto forma di itinerario albertiano, conducente alle opere progettate da Alberti architetto e ai luoghi ove si avverte il suo suggerimento intellettuale, di cui in primis vanno segnalate quelle che riflettono la committenza di Giovanni Rucellai, il nobile mercante che gli dette piena fiducia e ingresso nei cantieri familiari: Palazzo Rucellai, la facciata di Santa Maria Novella, il tempietto del Santo Sepolcro in San Pancrazio, fino alla Pieve di San Martino a Gangalandi, di cui Alberti era rettore, ma non meno degne di nota sono la Cappella del Crocifisso in San Miniato, il tempietto della SS. Annunziata, il portico della Cappella dei Pazzi e il chiostro grande nel convento di Santa Croce, l’incrostazione marmorea del tamburo della cupola di Santa Maria del Fiore, il chiostro di San Lorenzo. Un percorso che, passando per Impruneta, Pescia, Piombino, e Pienza, abbraccia luoghi ed esperienze d’eccellenza della Toscana rinascimentale.
La mostra invita a rileggere, alla luce delle opere progettate e ispirate all’Alberti, la Firenze rinascimentale, ma interroga anche su quanto ragione e bellezza siano ancora modelli della “Città reale”. «La bellezza salverà il mondo» è stata la frase con cui Gabriele Morolli ha voluto emblematicamente chiudere la presentazione di questo evento. Una citazione di Dostoevskij, o di Giovanni Paolo II, a seconda che si voglia ricordare il primo o il secondo che l’abbia pronunciata. Entrambi comunque la intesero con forte connotazione spirituale e teologica: «Il mondo sarà salvato dalla bellezza… La bellezza è Cristo», scrive Dostoevskij nell’Idiota. È Cristo la bellezza di Dio che si riflette sulla creazione. Teologia e bellezza, teologia ed estetica sono unite, ma nell’epoca moderna, come constata H.U. Von Balthasar nei suoi libri sull’estetica teologica (Herrlichkeit, 1961-1973), è avvenuto un distacco tra teologia e bellezza. Nello stesso tempo l’uomo di oggi è particolarmente affascinato dalla bellezza e sembra quasi che l’estetica abbia sostituito l’etica. Se godere della bellezza è una caratteristica del nostro tempo, è anche urgente risolvere il distacco tra bellezza e teologia. Simon Weil ha affermato: «La bellezza è oggi quasi l’unica via per l’uomo attuale di arrivare a credere in Dio».
Se siamo convinti che «La bellezza salverà il mondo», occorre anche fare di tutto per abbreviare le distanze che la separano dall’uomo di oggi e dalla “Città reale”. Peccato quindi non avere coinvolto nella realizzazione di questa mostra, come avrebbero giustamente auspicato alcuni giornalisti intervenuti alla conferenza stampa inaugurale, quanti si occupano quotidianamente della trasformazione delle nostre città, politici e urbanisti, architetti, ingegneri e geometri, così da rendere la “ragione e bellezza” dell’Alberti un linguaggio ancora vivo.
Info Sede espositiva: Firenze, Palazzo Strozzi, Piazza Strozzi, Tel. 055-2776461 Orario: tutti i giorni 9-20; venerdì 9-23; accesso in mostra consentito fino a un’ora prima dalla chiusura. Informazioni e prenotazioni: Sigma C.S.C. tel. 055-2469600, cscsigma@tin.it Costo biglietto: Intero € 9.00; ridotto € 7.50 (maggiori di 65 anni, insegnanti, sconto famiglia, gruppi organizzati minimo 15 persone, categorie convenzionate, residenti a Firenze); ridotto € 6.50 (clienti Gruppo CR Firenze); ridotto € 4.00 (scuole elementari, medie inferiori e superiori); gratuito (bambini fino a 6 anni, accompagnatori disabili, accompagnatore gruppi, insegnante con classe, giornalisti con tesserino). Catalogo a cura di Cristina Acidini Luchinat e Gabriele Morelli, edito da Maschietto Editore/ Mandragora Sito ufficiale: www.albertiefirenze.it articolo messo on line il 16/05/2008 |
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