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Agli Uffizi

I mai visti,

Nel giardino di Eden e nelle selve d’Olimpo

(17 dicembre 2005 – 29 gennaio 2006)

 

 Di Barbara Rosati

 

 

Si è rinnovato anche quest’anno l’appuntamento con la mostra di Natale de “I mai visti”, una selezione di opere abitualmente nascoste alla vista del pubblico, in quanto conservate nei depositi degli Uffizi. Il tema scelto per questa edizione è il nudo. Nudo nella pittura di soggetto sacro e nella pittura profana. Per l’occasione sono stati scelti quadri di autori ed epoche diverse. Si potranno ammirare opere di Cranach, Tiziano, Veronese, Ribera, Tiepolo, fino ad arrivare ai maestri contemporanei, quale Rauschenberg.

 

This is another annual appointment with the Florence Exhibition of the “I mai visti”, a selection of works usually placed in the Uffizi’s reserve. The subject chosen for this edition is “the nude”: the nude both in sacred and profane art.

The exhibition is a collection of paintings by artists of different periods, from centuries long ago up to the present day. You can admire works by Cranach, Titian, Veronese, Ribera, Tiepolo up to contemporary masters such as Rauschenberg.

 

 

Si è rinnovato l’appuntamento con la mostra di Natale de “I mai visti”, il gradito dono che ormai da cinque anni gli Amici degli Uffizi insieme al Polo Museale Fiorentino offrono alla città di Firenze e ai suoi visitatori.

 

Lo scopo è quello di dare la possibilità di ammirare, una volta all’anno, quei capolavori che per il resto del tempo sono “invisibili”, ossia catalogati ed esposti nei Depositi degli Uffizi, o riserve, come ha sottolineato Antonio Paolucci, dichiarando la sua preferenza per il termine con cui all’estero si usa denominare questo luogo, visibili solamente agli studiosi che ne fanno richiesta, ma non visitabili dal grande pubblico.

 

 

Il tema scelto per questa edizione è il “Nudo”. Il “Nudo” nella pittura di soggetto sacro e il “Nudo” nella pittura profana.

 

 

 

Questa scelta, ad una prima superficiale impressione, potrebbe risultare strana. Potrebbe suscitare l’impressione che questa mostra sia stata realizzata come “pendant” di quella che ha attualmente luogo a Palazzo Pitti intitolata “Mythologica ed Erotica”. Potrebbe far pensare a un ruffiano ammiccamento verso la seduzione dell’eros, delle virtù carnali.

 

Sebbene è comprensibile che sia questo il primo impatto che il titolo della mostra susciti in noi, ormai troppo abituati ad essere circondati da nudi concepiti esclusivamente per l’eccitazione dei sensi, da immagini svuotate di contenuti che non siano in relazione ad esigenze di commercio (televisione, pubblicità, ecc.), non è questo l’intento di chi ha curato questa piccola rassegna, e non era questo l’intento di chi in tempi più antichi consentì nel luogo più autorevole della cristianità la pittura a fresco di una cascata di corpi nudi (sebbene poco dopo “imbracati” per il predominare di un’ideologia restrittiva).

 

   

 

 

Come ha specificato Edoardo Speranza, Presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, il cui contributo è stato determinante per la realizzazione di questa esposizione, “saranno le non dissacranti nudità dell’arte ad annunciare l’evento della felicità collettiva, il Bimbo nudo nella mangiatoia”.

 

 

Se a chiarire ciò non fossero sufficienti i capolavori esposti, lo è senz’altro la presentazione che ne fa il curatore stesso della rassegna, Antonio Natali, alla quale ritengo che si possa aggiungere ben poco, e che per questo motivo riporto in parte: “Tutti sanno – eccetto forse quelli che, per essere di famiglia agnostica, non hanno mai frequentato neppure un’ora di catechismo – che la nudità può essere sinonimo d’innocenza e di purezza nella tradizione giudaico cristiana (asse culturale portante – com’è noto, ancorché ipocritamente omesso nelle carte ufficiali – della civiltà europea). Dopo essere stati creati «maschio e femmina» a immagine di Dio (Gn 1,27), Eva e Adamo se n’andavano, infatti, nudi e spensierati, nel giardino di Eden: «Tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna» (Gn 2,25). Solo dopo la trasgressione fatale, la nudità fu da loro avvertita come una colpa: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Gn 3,7). […] E solo risalendo alle conseguenze di un’antica colpa ci si potrà dare ragione della patologica distorsione della psiche riguardo alla nudità”.

 

     

 

E continua il Natali: “È la perdita dell’innocenza che fa sentire, ai progenitori della nostra stirpe, paura per una condizione che non ha niente, in sé, di peccaminoso. La nudità è lo stato in cui si viene al mondo. Nella nudità c’è il candore. Non c’è peso né fardello nella nudità. E giustappunto a quello stadio d’incontaminata esistenza allude Giobbe all’ultimo e più doloroso annuncio di sventura, quello che riguarda la morte di tutti i suoi figli: «Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1,21)”.

   

La mostra de “I mai visti” è divisa in due sezioni: la pittura di genere sacro e la pittura di genere profano.

 

La prima sezione si apre con due “icone” di santi: San Sebastiano, il santo, per antonomasia, nudo da giovane, qui rappresentato da un’opera di un’artista ferrarese del secondo Quattrocento identificato nel secolo scorso con Ercole de’ Roberti, e San Girolamo, il santo, per antonomasia, nudo da vecchio, rappresentato da un’opera del Ribera, una delle più recenti accessioni dello Stato italiano, offerta ai visitatori degli Uffizi in questa occasione per la prima volta.

 

È quindi documentato il concetto della continuità tra Vecchio e Nuovo Testamento: vi si trovano storie di Adamo (la Creazione di Adamo di Jacopo da Empoli, Il peccato di Adamo ed Eva, copia da Frans Floris, e Adamo che piange Abele morto di Johann Carl Loth), e storie di Cristo, inteso come “nuovo Adamo”, grazie alla cui incarnazione, passione e resurrezione durante la Notte di Pasqua i cristiani possono dire del peccato antico: “felice colpa, che meritò un così grande Salvatore” (la Madonna del libro, copia dal Pontormo, una Crocifissione, maniera di Santi di Tito, una Pietà di Fra’ Semplice da Verona, e un Cristo morto di Alessandro Morandini, detto il Poppi).

 

 

Ad attutire il passaggio dalla sezione dei dipinti di genere sacro a quella, più nutrita, di quadri di soggetto profano, sono state poste due opere, narranti eventi veterotestamentari che di primo impatto parrebbero improntati a passi profani, e che insieme formano un piccolo paragrafo intitolato “Castità insidiate”: Susanna e i vecchioni, un’opera già attribuita a Guido Reni, e Giuseppe e la moglie di Putifarre, opera del seicentesco pittore fiorentino noto come Cecco Bravo.

 

      

 

Da qui si entra nell’Olimpo, dove fanno da protagoniste le storie degli amori degli eroi e degli dei: opere tratte dai capolavori letterari del Tasso e dell’Ariosto ed opere dove la protagonista principale è Venere, da sola, circondata da amorini, o in compagnia di qualcuno che se ne invaghì, opere tutte figlie di una stagione in cui alla raffigurazione del nudo veniva ancora attribuito un valore etico positivo, opere di vibrante poesia in cui il corpo nudo è simbolo di bellezza e di purezza.

 

Commenta ancora il Natali che “è la nudità in sé che si presta ad esprimere significati ulteriori. Ogni oggetto accostato a un corpo nudo assume naturalmente maggior risalto, appunto perché la figura - maschile o femminile -, offrendosi senza velo d’abiti (o quasi), comunica ciò che l’oggetto medesimo affidatole sottende. La nudità alla fine è un’astrazione, cui l’abbinamento di un attributo conferisce valore d’emblema. Lo si capirà qui al cospetto di busti gentili di belle donne a seno scoperto, poetiche esemplificazioni d’una frequente e nutrita tipologia di effigi femminili che, a seconda di quanto venga da loro stesse esibito, si fanno figura di vizi o di virtù, o di terre esotiche lontane”.

 

  A chiudere la mostra sono tre autoritratti (genere di cui gli Uffizi serbano la più antica e ricca collezione mai raccolta). Giocando sul narcisismo dei tre artisti contemporanei (le cui opere sono state scelte anche per una certa affinità delle misure), chi ha curato l’esposizione ha voluto ironicamente formare un trittico progressivo: “il corpo parzialmente vestito” dell’autoritratto di Mario Fallani, “l’ostentata nudità” di quello di Laszlo Lakner, e lo scheletro, “sindonica struttura”, di Robert Rauschenberg, per la cui spiegazione non posso che scegliere, ancora una volta, che le sagaci, sferzanti e incisive parole di Antonio Natali: a questo trittico si potrebbe porre come titolo “Spoliazione. Processo di recupero d’una condizione naturale. Così com’è naturale – un giorno o l’altro – la perdita della muta che veste le nostre ossa. Destino che non riguarda gli dei. Ma che a tutti gli uomini ineluttabilmente tocca. Compresi quei pochi ch’ebbero la fortuna (poi sciaguratamente giocatasi) di frequentare l’Eden o l’Olimpo”.

 

 

 

 

Info:

I mai visti

Galleria degli Uffizi – Sala delle Reali Poste

Firenze 17 dicembre 2005 – 29 gennaio 2006

Feriale e festivo ore: 10.00 – 17.00

Lunedì chiuso

Informazioni tel. 055 213560 / 284034

Ingresso libero

 

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