Corot a Ferrara: emozioni dalla natura

Natura. Emozione. Ricordo.

 

di Isabella de Stefano Giannuzzi Savelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

04.11.2005

Natura. Emozione. Ricordo.

Queste le tre coordinate tematiche e il magico filo rosso intorno a cui si snoda lo straordinario percorso artistico di Jean-Baptiste Camille Corot, a cui è dedicata una mostra organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con il Museo Thyssen Bornemisza di Madrid.

Leggendario interprete della pittura di paesaggio, considerato parimenti come l’ultimo esponente del paesaggio classico ma anche come precursore ante litteram del movimento impressionista, Corot ha subito la triste sorte che purtoppo capita a molti artisti, anche di grande calibro, subordinati al proliferare indistinto e non sempre eccellente che caratterizza molte rassegne espositive degli ultimi anni: in Italia solo Villa Medici gli dedicò una retrospettiva nell’ormai lontano 1975, in occasione del centenario della sua scomparsa.

A distanza di trenta anni Corot torna in Italia e la rassegna ferrarese curata da Vincent Pomarède, permette di ammirare capolavori di un artista forse poco conosciuto dal grande pubblico italiano, le cui opere scarsamente rappresentate nelle collezioni pubbliche e private del nostro paese non hanno contribuito a favorirne il successo e la più ampia diffusione.

Ma la mostra di Palazzo dei Diamanti, attraverso una teoria di 77 dipinti, riesce a rivolgersi anche ad un visitatore inesperto, restituendo l’intera opera dell’artista in un chiaro e articolato ordinamento tematico: dai bozzetti giovanili en plein air, ai paesaggi storici con le figure della tradizione mitologica o letteraria fino ai commoventi paesaggi “lirici”, costruiti sull’onda del ricordo e della mitica rievocazione nostalgica. Il percorso espositivo, quasi a sottolineare la capacità sperimentale di un grande artista, non si sofferma solo sul paesaggio, ma anche su una selezione di ritratti e di “figure di fantasia”, che testimoniano la capacità di Corot di scandagliare senza sosta tutte le possibilità tecniche e formali offerte dalla ricerca pittorica (Madame Corot, madre dell’artista; Christine Nilson. La gitana con mandolino).

Ma, inutile nasconderlo, i brividi ci percorrono da capo a piedi quando ci immergiamo, come per incanto, nelle atmosfere senza tempo e nella luce trasparente e mutevole dei paesaggi, dove la natura sprigiona tutta la sua forza e tutto il suo incanto. Percepiamo, quasi soggiogati in un assedio dei sensi, tutti i suoi umori, i suoi palpiti, sentiamo gli odori sprigionarsi dalla terra che germina le sue creature, alcune volte assenti, altre magicamente presenti, ma pronte a scomparire da un momento all’altro e a dissolversi nel nulla eterno che le ha generate (Orfeo guida Euridice fuori dall’Ade; La stella del pastore).

Nei bozzetti giovanili i personaggi sono pressocchè assenti (Il lago di Pediluco; Portale rustico) e domina incontrastata la natura nella sua essenza, così come si presenta allo sguardo dell’osservatore, senza filtri letterari o retorici; realistiche prove dal vero, dove il colore chiaro e puro è già intriso e imbevuto di quella luce tersa e cristallina che irradia costantemente l’opera dell’artista, come nella splendida Marina del 1822. Acuto e attento osservatore, Corot è capace di ritrarre da un osservatorio privilegiato le maestose e solide architetture della Città Eterna nelle diverse ore del giorno (Veduta del Colosseo dagli Orti Farnesiani, mezzogiorno; Veduta del Foro dagli Orti Farnesiani, sera), ma anche di descrivere in sapienti effetti di controluce le aspre miniere della campagna francese (Fontainebleau, miniera abbandonata), per poi schiarire il tocco polveroso del suo pennello nei toni limpidi e cristallini di un campo di grano, rischiarato dalla luce calda che le messi mature sembrano sprigionare dai campi dorati (Campo di grano nel Morvan).

Ma Corot non si ferma ad osservare la natura, riesce a superare i limiti e l’aspetto meramente visivo della realtà e arriva, da grande artista quale è, a trascendere il reale nell’ideale, nel segno del ricordo e dell’emozione più pura. Lo stesso Corot ribadisce “anche se cerco l’imitazione accurata, non perdo per un solo istante l’emozione che mi ha penetrato. Il reale è solo una parte dell’arte, il sentimento lo completa”; ed ancora “interpreto con il cuore non meno che con l’occhio”. Ed ecco allora che la tensione descrittiva delle prime opere sembra lasciare il posto al fremito di un tocco libero e fluido, dal tratto sempre più sciolto, che permette di raggiungere esiti straordinari di lirica intensità; una pennellata che riesce a penetrare ogni angolo della natura, catturandone i palpiti e i segreti più nascosti in un sapiente e dinamico effetto di controluce, come nella Radura, ricordo di Ville d’Avray, uno dei capolavori della mostra dove realtà e rievocazione nostalgica si fondono in un unico e indissolubile canto.

Anche nella sublime evocazione del ricordo che caratterizza l’ultima fase dell’opera di Corot, protagonista è la natura, le cui forme però sembrano ormai dissolversi nei colpi fiammeggianti di un drammatico notturno (Notturno con leonessa) o nelle nebbie di un’atmosfera sospesa e senza tempo; un limbo dove trapelano, come evanescenti apparizioni, creature che evocano ricordi (Ragazza che legge sulla riva boscosa; La solitudine, ricordo di Le Vigen) e paesaggi lontani (Ricordo di Riva).

In queste visioni estreme degli ultimi anni Corot riesce a descrivere l’intangibile sfiorando quasi l’astrazione, ma non rinnega mai la sua vocazione di artista che, in fondo, non voleva rinunciare alla concretezza del reale.

Notizie utili:

Palazzo dei Diamanti, Ferrara, 9 ottobre- 8 gennaio 2006

domenica-giovedì: 9.00-20.00

venerdì e sabato: 9.00-24.00

www.eosmercantidarte.it

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