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05.11.2005
A restituire
dignità e giusto valore artistico al pittore lombardo avevano
già pensato studi lodevoli, ma la nuova monografia appena uscita
ha il merito d’aver guardato a Polidoro da una certa angolazione
storica che ha determinato la riscoperta delle implicazioni
teoretiche delle metafore e delle valenze iconografiche e
didattiche

Polidoro Caldara da Caravaggio (1496 ? – 1543):
the life and the complete work in a new monograph of Maurizio
Marini. Very important news are the iconographic study about the
Sicilian paintings and the publication of a fresco in Rome (via
del Pellegrino, n. 66), cited from Giulio Mancini in the 17th
Century and considered lost from Alessandro Marabottini
(1969) and Pierluigi Leone de Castris (2001).
Coincidenza
nient’affatto fortuita se, a Caravaggio, il primo d’ottobre
scorso, in occasione delle onoranze con cui ogni anno la
cittadina bergamasca ricorda la nascita del figlio più celebre,
Michelangelo Merisi, Maurizio Marini ha presentato la sua ultima
fatica editoriale: Polidoro Caldara da Caravaggio. L’invidia
e la fortuna. Come infatti ha rilevato lo stesso Marini, v’è
una sorta di arcana fatalità che accomuna i due artisti nella
vita e nella morte: entrambi lombardi (caravaggini) approdati a
Roma – nel Cinque-Seicento, sola vera patria d’adozione degli
artisti d’ingegno – dove, tuttavia, il fulmineo sopraggiungere
d’eventi tragici (il Sacco del 1527, per l’uno, e l’omicidio,
consumato nel corso d’un duello il 28 maggio del 1606, per
l’altro), li costringe alla fuga verso sud: prima a Napoli e poi
a Messina. Né meno degna d’una appassionante trama noire
appare la loro fine: «Polidoro assassinato a Messina da un
collaboratore ladro – scrive Marini – e Michelangelo da una
funesta patologia contratta sulla strada del ritorno da Napoli
alla città papale».
Ciò nonostante, se alla fama del Merisi fra i contemporanei è
poi corrisposta la gloria fra i posteri, non altrettanto può
dirsi di Polidoro, la cui fortuna critica è stata a lungo tenue
ed evanescente al pari dei suoi affreschi, che – per loro
natura, essendo ornamenti di prospetti architettonici – sono
stati oggetto del declinare del tempo e dell’incuria. Eppur
tuttavia, se, da una lato, non sono mancate incisioni
all’acquaforte a supporto della memoria, dall’altro, nessuno ha
appropriatamente ricordato, cioè a dire che nessuno ha poi
riprodotto la forza espressiva – scarna ed esangue solo per
effetto di chiaroscuro – dei suoi affreschi, cosicché le sue
figure, in cui l’artista ha saputo insufflare più d’un alito di
vita, sono divenute sì e no semplici fantasmi, ombre ignare
d’ogni animosità epica quale, invece, si richiedeva alle gesta
eroiche degli antichi. Ma se a restituire dignità e giusto
valore artistico al pittore lombardo hanno già pensato studi
lodevoli, fra cui, in ordine di tempo, quelli di Alessandro
Marabottini (1969), Lanfranco Ravelli (1978) e Pierluigi Leone
de Castris (2001), la nuova monografia ha il merito d’aver
guardato a Polidoro e alle sue “facciate patrizie” da una certa
angolazione storica che, oltre agli aspetti puramente
stilistici, imprescindibili, a quel tempo, dal furoreggiare del
classicismo raffaellesco, ha determinato la riscoperta delle
implicazioni teoretiche (dalla Naturalis Historia di
Plinio il Vecchio al “vitruvianesimo” di Sebastiano Serio),
delle metafore e delle valenze iconografiche e didattiche, che,
sottese alle immagini, sono periture, culturalmente parlando, e
tuttavia eternabili qualora si stia trattando la materia da un
punto di vista storiografico.

Il lavoro compiuto dal Marini, completato da disegni, incisioni
e dipinti inediti, fra cui, ad esempio, le due tavole coi santi
apostoli Andrea e Taddeo (Roma, coll. privata),
nonché dall’apparato delle note e delle fonti biografiche
antiche (Vasari, 1550; 1568 e Francesco Susinno, 1724), che ne
testimoniano egregiamente l’accuratezza delle ricerche, offre
dunque la possibilità ulteriore di comprendere risvolti poco
noti o mal interpretati d’un pittore già conosciuto. È, inoltre,
eloquente il fatto che, nonostante gli studi recenti e di eguale
carattere antologico, solo questa edizione abbia finalmente
esautorato gli equivoci sulle opere perdute di Polidoro, fra le
quali, sino ad oggi, s’annoverava – per una clamorosa
inavvertenza – il prospetto d’un palazzo romano, da Giulio
Mancini (1617 – 1624) ricordato «a pié del Pellegrino per
voltare verso Corte Savella» (oggi, via del Pellegrino, n. 66).
Né mancano intuizioni da parte dell’autore destinate a gettare
nuova basi interpretative, come quella di una velata
Theologia Crucis polidoresca che, in fin dei conti, non si
discosta molto da quella più propriamente medievale e tomistica,
pur innovandone il contenuto emotivo al passo, sia con i fatti
drammatici che, nei primi tre decenni del Cinquecento, hanno
incanalato il corso della storia cattolica verso la
Reformatio, sia con gli accadimenti, ugualmente drammatici,
della vita di Polidoro. L’Adorazione dei Magi del periodo
romano (Londra, coll. privata) e le due versioni della
Adorazione dei pastori dell’epilogo messinese (Londra, coll.
privata; Messina, Museo Regionale) ne sono un esempio, in un
crescendo d’intensità tragica. Interessante interpretazione è
quella, nei due quadri “epifanici” eseguiti per Messina, che
vuole la prefigurazione della morte salvifica di Cristo insita
nel gesto di Maria, la quale solleva un panno di lino dietro il
Bambin Gesù - «un ostensorio vivo» lo definisce Marini, - con
evidente allusione al sudario con cui sarà velato il Figlio e, a
un tempo, al “soccorso” della Veronica. L’intuizione è valida
quanto più consente di rileggere l’arte di Polidoro, sia a
livello formale che di contenuto, al di fuori dei soliti schemi
classicistici. Seguendo la linea rossa abilmente tracciata dal
Marini, ci si accorge infatti che ad alimentare le potenzialità
artistiche di Polidoro non fu solamente il classicismo aureo e
spoglio d’ogni drammaticità di conio raffaellesco, quale – per
intenderci – quello di Baldassarre Peruzzi e Jacopo Ripanda,
bensì anche e soprattutto, già prima del duro colpo inferto a
Roma dai lanzi, un pathos espressivo d’estrema tensione
lirica, come si vede, ad esempio, in Giulio Romano (alle
dipendenze del quale, il Nostro, morto Raffaello, ha
effettivamente lavorato nella Sala di Costantino in Vaticano e a
villa Lante al Gianicolo).

La monografia così congeniata, pertanto, divisa in capitoli
esaurienti, dove l’autore enuclea argomenti fondamentali alla
“ricostruzione” d’un quadro completo della cultura antiquaria
dell’artista, del suo temperamento e dell’ambiente pittorico col
quale fu, direttamente o indirettamente, in contatto (Perin del
Vaga, Giovanni da Udine, Parmigianino, Rosso Fiorentino, etc.),
non risente della mancata presenza d’un catalogo ragionato delle
opere, con schede tecniche e relativi riferimenti bibliografici.
Di fatti, il modo di condurre il lettore attraverso l’arte e la
vita di Polidoro, dagli esordi romani all’ultimo atto messinese,
è puntuale e coscienzioso e le opere sono trattate nel testo con
ogni possibile scrupolo d’indagine. Elementi, questi ultimi,
come gli altri suddetti, che ne fanno un’edizione di pregio.
Polidoro
Caldara da Caravaggio. L’invidia e la fortuna,
a cura di Maurizio Marini,
111pp., 63
ill. col. e b/n, Marisilio Editori, Venezia 2005, € 28,00
www.eosmercantidarte.it
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